Feed

Gabigol ha un conto in sospeso con l’Europa

By 23 Ottobre 2019 Ottobre 24th, 2019

Con 19 reti in 20 partite l’attaccante sembra rinato al Flamengo. A fine stagione scade il suo prestito e Gabriel Barbosa potrebbe prendersi la sua rivincita nel Vecchio Continente

Questa notte, Flamengo e Grêmio si giocheranno il posto di sfidante del River Plate nella prossima finale di Copa Libertadores. L’impressione è che la sfida tra le due potenze del futebol non sia semplicemente una semifinale, ma anche il match che deciderà se la miglior squadra brasiliana degli ultimi anni, l’ultima a vincere la Libertadores e la più costante ad andarci sempre vicino, anche quando sembrava morta come la scorsa primavera, potrà prolungare ancora la propria dinastia, oppure dovrà lasciare spazio a un’autentica corazzata.

Il Flamengo di Jorge Jesus sta correndo quasi senza ostacoli verso il Brasileirão, con un calcio meraviglioso e, nella sua formazione tipo, sette giocatori su undici con esperienze nei top campionati europei. Tra questi, il più in forma di tutti è decisamente Gabriel Barbosa, Gabigol, che sta segnando valanghe di reti e, al termine di questa strepitosa stagione, potrebbe rimettere a posto i suoi conti in sospeso con l’Europa.

Il periodo interista di Gabigol è la dimostrazione più fedele della sua personalità, molto più che del suo calcio. Una personalità che oggi viene riletta come forzata, alla luce del suo rumoroso insuccesso a Milano, ma che è stata l’arma con cui l’attaccante brasiliano si è difeso dall’hype che lo avrebbe potuto fagocitare fin dal primo giorno della sua carriera. Quel giorno fu il 26 maggio del 2013: debuttò in un Santos-Flamengo, nell’ultima partita di Neymar con indosso la maglia del Peixe, quasi a indicargli il suo posto nella linea di successione dei Meninos da Vila, dopo lui e Robinho.

(Photo by Buda Mendes/Getty Images).

Il suo talento, comprensibilmente, non si è sviluppato con una parabola tanto abbagliante e lacerante quanto quella di Ney, ma nei tre anni successivi alla sua cessione, si affermò al suo posto come indiscusso leader tecnico del Santos. Partiva da destra e, come Neymar, si accentrava sul suo piede più forte – diversamente da lui, il sinistro – cercando di incidere in prima persona con le sue fiammate.

Si impose senza vacillare, nemmeno dal punto di vista emotivo: «Non mi dà fastidio che mi diano dello spaccone o del finto» disse in un’intervista del 2015 alla Folha de São Paulo, riferendosi alle critiche che ha sempre ricevuto (e continua a ricevere oggi) per la sua esuberanza, specie nelle esultanze. «Adoro quando i nervi sono a fior di pelle e la torcida si infiamma, sono i momenti in cui mi piace di più giocare a pallone». In un periodo in cui la Seleção, in piena crisi post-Mineiraço, cercava nuove speranze a cui aggrapparsi, Gabigol era la next big thing del calcio brasiliano: partecipò anche alla brevissima Copa Centenario da centravanti, in alternanza con Jonas, e alle Olimpiadi di Rio dello stesso anno. Questo era il giocatore su cui l’Inter più confusa e instabile della sua storia recente decise di scommettere.

Gabigol si calò nel contesto nerazzurro con addosso un hype ancora più stordente: la cifra pagata, la presentazione fastosa, le allusioni a due nervi scoperti dell’interismo come Ronaldo e Adriano non hanno fatto altro che accendere le aspettative del tifo su di lui. È praticamente impossibile trarre un bilancio qualitativo e non quantitativo dell’esperienza nerazzurra di Gabriel Barbosa, ma il contenuto di quei 183 minuti giocati con la maglia dell’Inter dimostra come l’attaccante brasiliano si sia posto nei confronti del contesto italiano: con enorme ambizione e senza filtri.

(Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images).

Schierato sempre come trequartista di destra nel 4-2-3-1, ha interpretato il ruolo mettendo in luce il suo desiderio di essere incisivo fin dall’inizio: da ogni ricezione, convergeva sul mancino e cercava l’uno-contro-uno, a volte con successo, altre volte perdendo palloni, o retrocedendo davanti ai raddoppi difensivi avversari. Il Sudamerica, i suoi tempi e i suoi duelli erano lontani, ma a volte, oltre a un’indiscutibile pulizia nel tocco e nel gesto tecnico, si intravedeva un’interessante capacità di dialogare dello stretto coi compagni di fascia, di sentire il gioco intorno a sé, vanificata però da tante decisioni sbagliate.

Gabigol, nelle pochissime occasioni ricevute, ha provato senza successo a prendersi un’Inter disordinata, e ha tentato di farlo anche sul piano degli intangibles: un no-look, un passaggio di rabona, un incitamento al pubblico del Meazza nel bel mezzo di Inter-Lazio, come se fosse a Vila Belmiro, sotto la sua torcida. Un calcio e un atteggiamento che trasudavano il desiderio di giocare ed essere protagonista, come aveva sempre fatto.

Frank De Boer, appena arrivato, elogiò la sua qualità, premettendo però che avrebbe dovuto calarsi nella filosofia della sua squadra; cosa che, di fatto, non accadde, dato che lo stesso tecnico olandese, lo scorso anno, ha dichiarato che «Gabriel pensava di stare ancora in Brasile e invece di correre in campo camminava» e «voleva avere la palla senza correre». Stefano Pioli fu più morbido nei giudizi, pur confermando avrebbe avuto bisogno di tempo per poter adattarsi al contesto: alla fine, preferì rischiare il meno possibile, garantendosi un dinamismo e un’affidabilità tattica del tutto differenti, schierando regolarmente Candreva. L’Inter di quella stagione, inoltre, fondava la propria efficacia offensiva sul rifornimento continuo di Icardi, per cui era più funzionale la concretezza della ricerca del fondo che sapevano offrire i due esterni titolari.

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images).

La questione tattica fa parte delle cause dell’insuccesso interista di Gabigol, ma ci riconduce anche ai picchi di rendimento che sta toccando in questi giorni. Per capire come, è necessario analizzare che tipo di giocatore è Gabriel Barbosa. Come detto, nel suo primo periodo brasiliano al Santos ha occupato con maggiore regolarità la posizione di ala destra, che gli ha permesso di mettersi in luce per alcune delle sue migliori caratteristiche, come la qualità del mancino in tocco e dribbling, abbinata alla progressione rapida e alla capacità di inquadrare con precisione la porta quando è sotto tiro.

Dopo l’anno in Italia, Gabigol venne prestato al Benfica, ma l’epilogo fu lo stesso, se non peggiore, e a metà anno l’Inter decise di correre ai ripari, riportando il suo costoso asset al Santos, dove si era formato. Nella sua comfort-zone brasiliana Gabriel Barbosa ha ritrovato presto entusiasmo e capacità di determinare le partite col proprio talento, pur dovendo fare i conti con la propria evoluzione.

Come spiega il quotidiano sportivo Lance, infatti, il tecnico Jair Ventura decise di impostarlo come centravanti: non fu semplice, vista l’attitudine del giocatore ad abbassarsi spesso per cercare palla – prima di arrivare all’Inter giocò diverse partite da trequartista – e la sua scarsa propensione ad affrontare le difese senza palla. Il suo successore, Cuca, proseguì quel faticoso processo, lasciandogli più libertà di movimento, e Gabigol chiuse il secondo semestre con un rendimento di altissimo livello, da capocannoniere del Brasileirão. Le domande sulla natura di “nove” di Gabriel Barbosa sarebbero state riproposte da Abel Braga, subito dopo l’arrivo dell’attaccante al Flamengo: l’allenatore rubro-negro voleva una punta in grado di combattere coi difensori centrali, di essere il punto di riferimento per la verticalità della squadra. Un’interpretazione del ruolo così rigida non era sostenibile per il suo profilo e l’ex tecnico del Fluminense finì per spostarlo nuovamente in ala.

Photo by Bruna Prado/Getty Images).

Il rendimento sempre positivo, in termini di gol, è diventato però mostruoso e totale a partire dallo scorso luglio, con l’arrivo di Jorge Jesus sulla panchina del club carioca. Il portoghese ha trovato la chiave per valorizzare al massimo Gabigol, cucendogli addosso un ruolo sintesi tra la sua evoluzione da centravanti, portata avanti nel precedente anno e mezzo, e tutto il bagaglio tecnico che possedeva: la punta in un attacco a due al fianco di un altro giocatore precedentemente impiegato da Braga come esterno, Bruno Henrique. Il salto di qualità è comprensibile solo considerando nel suo insieme il Flamengo di Jorge Jesus: una squadra in grado di palleggiare con tutti i suoi giocatori di movimento, basata su un possesso del pallone costante, alla ricerca degli spazi.

In questo contesto, un 4-1-3-2 in cui i due laterali, Filipe Luis e Rafinha, accompagnano la manovra, rifiniscono e si associano con i rispettivi trequartisti di riferimento (De Arrascaeta ed Everton Ribeiro, le anime creative della squadra) e con Gerson, le punte devono galleggiare tra le linee, scegliere quando scendere e quando ricevere in profondità, insomma, sentire il gioco. Gabigol è il nove del Flamengo, perché col tempo ha imparato a occupare l’area e attendere palloni, ma allo stesso tempo ha un ruolo ibrido che valorizza al massimo tutte le componenti del suo calcio: la tendenza a scambiare nello stretto e di prima intenzione coi compagni, favorita dalla presenza costante di più opzioni di passaggio, a svuotare l’area, allargarsi o svariare su tutto il fronte, ad andare in conduzione o pescare grazie alla sua ottima sensibilità nell’assist il suo compagno di reparto, e ovviamente di testare più volte in partita la precisione del suo mancino al tiro.

Un calciatore come Gabriel Barbosa, per rendere al meglio, ha bisogno di una squadra che lo tenga sempre nel vivo del gioco e che gli metta a disposizione un contesto sufficientemente organizzato per permettergli di essere letale in area e creativo fuori senza dover forzare troppe scelte. I suoi numeri sovradimensionati, oltre al pur buon fiuto del gol e allo strabiliante stato di forma, sono in parte frutto della bontà del suo contesto: nella classifica marcatori del Brasileirão, che Gabigol guida con 19 reti in 20 partite, le prime cinque posizioni vedono ben tre giocatori del Flamengo, tutti in doppia cifra Non è un caso nemmeno che l’enorme volume di gioco del rubro-negro, che lo scorso mese faceva registrare il 56% di possesso palla medio a partita in campionato, abbia reso il suo numero nove il giocatore con più tiri in media ogni 90′ (3.7, nel 54% dei casi nello specchio).

(Photo by Buda Mendes/Getty Images).

La squadra europea che deciderà di dare una nuova chance a Gabigol dovrà avere ben chiaro il suo profilo tecnico: non semplicemente il marcatore implacabile che i suoi numeri attuali sembrano disegnare, ma un attaccante atipico che in Brasile, dopo un lungo percorso, pur essendosi adattato anche agli aspetti più posizionali del ruolo di centravanti, ha nell’associatività e nella qualità tecnica due aspetti imprescindibili per essere efficace. In Europa, avrà bisogno di un tecnico che sfrutti tutte le sfaccettature del suo gioco e che sappia mascherare i due suoi vezzi più ingombranti: la poca predisposizione a ripiegamenti profondi e, per quanto maturato, l’essere in alcune circostanze ancora sintonizzato su ritmi brasiliani (si pensi alla…
(si pensi alla decina di secondi di finte da fermo con cui ha sfidato Felipe Melo, per citare un episodio che chiunque avrà visto sotto forma di gif), ma oggettivamente maturato.

A fine anno scadrà il prestito che lo lega al Flamengo e, quasi sicuramente, qualcuno scommetterà nuovamente sulla rinascita di un giocatore su cui le aspettative si sono ridimensionate, ma ancora da testare in un contesto europeo congeniale alle sue caratteristiche: nel passaggio dal Sudamerica all’Europa, i fattori che determinano un successo o un fallimento sono innumerevoli e imprevedibili, ma da qualche parte, esiste il contesto perfetto per ogni giocatore di talento. A ventitré anni, forse anche Gabigol sta per trovare il suo.

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
«Lei crede possibile che un uomo possa passare sulla terra...