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Gareth Bale, l’alienazione del ricco

By 11 Luglio 2019

L’alienazione nel Novecento è sempre stata sostenuta come un male sociale del povero, dell’operaio, dell’impiegato non certo una malattia di gente ricca e famosa. Il gallese, invece, ha dichiarato di aver sofferto pesantemente il passaggio al calcio professionistico, dominato da logiche e regole ferree

Pare che il Galles abbia le orecchie a sventola o almeno così deve vederlo l’Inghilterra, che è un po’ il bullo del Regno Unito con la sua mania di voler decidere per tutti in nome del popolo britannico; per la sua piccolezza, incastrato tra mare e isola, il Galles par quasi non esistere, come Llaregub il paesino immaginario del dramma “Sotto il bosco di latte” di Dylan Thomas. Nell’opera del grande poeta gallese sono tante le voci che parlano o che sussurrano vite chiuse nelle loro vite, in quella di Gareth Bale sono soprattutto le altrui a farsi sentire. Zidane non lo vuole, lo ha detto, la ha gridato, lo sostiene da tempo; la sua esplosiva semplicità lo disturba, detesta la sua corsa, la sua forza, il suo piede: deve andare via. Florentino Perez, dopo la meravigliosa rovesciata nella finale di Champions contro il Liverpool, disse e forse dice ancora il contrario: Gareth resta. Bale aveva le orecchie a sventola più larghe di Carl Switzer (Alfa Alfa delle “Simpatiche canaglie”), almeno fino al 2012, poco prima di passare dal Tottenham al Real Madrid; ci sono foto di lui giovane e bambino dove si vedono svolazzanti orecchie che si allargano come una tenda colpita dal vento; poi, ecco, d’un tratto i capelli rialzati e le orecchie attaccate al cranio pronto per il Real Madrid.

A distanza di sei anni nemmeno i tifosi dei blancos vogliono Gareth Bale, ancora troppo abbagliati dai luccichii social di Cristiano Ronaldo piuttosto che dalla concreta malinconia gallese; forse per capire un po’ il mondo interiore del calciatore di Cardiff bisognerebbe guardare la serie televisiva Y Gwyll (in Italia Hinterland) che attraverso lo sguardo triste del capo Tom Mathias osserva il dolore chiuso del Galles fatto di paesaggi aspri, solitari, fatto di strade tra piante e mare sempre agitato, sotto un cielo coperto da nuvole la notte e il giorno; è un mondo tenuto nascosto dalla pioggia, dagli alberi, dalle rocce e dai silenzi dei vivi.

Da mesi le voci di questa finta Llaregub spagnola fanno troppo rumore mentre Bale tace, si dice che abbia chiesto tantissimi soldi, cinquantuno milioni, per andare via; è un si dice, appunto, come quando si racconta di cosa c’è dopo la morte. Qualcuno parla addirittura di mezzo fallimento, di declino precoce, qualche altro di non aver mantenuto quanto ci si aspettava ma intanto con il Real Madrid ha vinto un campionato, una Supercoppa di Spagna, quattro Champions League, tre Supercoppe Uefa quattro Coppe del Mondo per club e segnato 102 gol su 232 partite. Colpendo anche nella finale di Champions del 2014.

L’anno precedente proprio Zidane – Bale giocava ancora in Inghilterra – affermò che il gallese fosse quasi a livello di Messi e di Cristiano Ronaldo ma, si sa, quando gli anni passano gli uomini certe volte li ricordano come fossero stati follia e errore. Gareth Bale è uno che quando l’Inghilterra si fece avanti per averlo in nazionale (sua nonna è inglese) rispose di essere un orgoglioso gallese, votando la sua vita alla sua minuscola terra con cui nel 2016 è arrivato a sorpresa in semifinale agli Europei. Nessuno, però, vuole più Gareth a Madrid, uno che quando è in campo esplode più che giocare, travolge più che dribblare grazie a un piede mancino di arrogante bellezza; per lui lo spazio è cartongesso da accartocciare e buttare via.

L’ultimo anno di campionato è stato di poca sostanza, anche per degli infortuni, quasi trenta da quando è in Spagna: polpaccio, anca, caviglia, adduttori, schiena, ginocchio, menisco, coscia, piede. Un corpo di devastante forza e di fragile umanità. «Quando sei bambino hai tanti sogni e pensieri per la testa, ti diverti con i coetanei e ridi con loro; nel momento in cui arrivi all’élite subentrano pressioni di ogni tipo, la gente continua a parlare di te e spesso negativamente», lo ha confessato Bale pochi mesi fa in un film di BTS Sports; le società di calcio ti trasformano in pupazzi da manovrare: mangia, bevi, parla, taci, sali, incontra; l’alienazione nel Novecento è sempre stata sostenuta come un male sociale del povero, dell’operaio, dell’impiegato non certo una malattia di gente ricca e famosa.

Gareth Bale

«È come aver perso la vita, in un certo senso», prosegue Bale. Alienazione sportiva, dunque, dove, come un operaio, non conta la persona ma la sua funzione: sei hai braccia, lavora, sei hai gambe, gioca, il resto è un’appendice che non serve. Da qui le interviste da call center automatico dei calciatori, dove con lamentosa nenia ripetono sempre le stesse banalissime frasi. Il ricchissimo calciatore gallese, figlio di un custode di scuola e una segretaria, sa bene che le sue parole non muoveranno sindacati e marce di anime belle perché lui guadagna tantissimo, non impietosisce nessuno, è solo lo sfogo momentaneo di un danaroso.

Eppure questo suo spleen rivela insofferenza verso un sistema che non sa che farsene degli uomini, proprio come le fabbriche del Novecento, e gli riempie il sangue di soldi per farli muovere e parlare come vogliono. Bale non beve, come invece gli altri gallesi celebri Anthony Hopkins, Richard Burton e Dylan Thomas che si ubriacavano fino a cancellarsi dal mondo; solo Burton sapeva il gaelico, gli altri non lo conoscono, nemmeno Ken Follett, e questo li rende un po’ impuri in un paese che fa della propria lingua il paesaggio principale. Forse il destino di Bale non poteva fare a meno delle orecchie a sventola, importanti quanto i suoi piedi, lui però non lo sapeva; adesso è stanco di essere un robot, forse per questo torna di continuo a Cardiff. Un altro poeta gallese, Ronald Stuart Thomas, scrive: «Stiamo cominciando a vedere/ ora che è la materia l’impalcatura/ dello spirito», per dire come dietro l’effimero si nasconda l’eterno e come una gloria tanto breve – quella di un calciatore – porti Gareth Bale a ridurre la sua grandezza in polvere, quella che soffia su ogni generazione

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