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Gennaro Gattuso è diventato un capro espiatorio

By 6 Maggio 2019
Gattuso capro espiatorio

Il tecnico del Milan ha basato la sua biografia sulla bellicosità ma ora, lasciato insopportabilmente solo, si è trasformato in un agnello sacrificale che si carica anche colpe non sue

In Calabria quando un calciatore cade si dice che «Si scorciau». Ecco, Rino Gattuso, si è scorciato, è caduto, e cadendo – alla Fantozzi – ha urlato: «È colpa mia, solo mia». In realtà non è proprio così. Da quando il suo cane non lo riconosce più – come in “Dimmelo tu cos’è” di Venditti – e il Milan dal terzo posto oscilla tra il sesto e il settimo, Gattuso, quel Gattuso, quello che Ibrahimovic si sarebbe portato in guerra, è diventato un incrocio tra Ugo Fantozzi e Benjamin Malaussène.

Se in campo ancora regge l’unno che sbraita e combatte, e con lui l’eco del ragazzino che giocava scalzo per non rovinare le scarpe e aveva come orizzonte una porta con due taniche di nafta, giù in Calabria – a Schiavonea di Corigliano Calabro – quello che a 17 anni scappa da Perugia e va in Scozia ai Rangers a farsi educare dalla pioggia e da Paul Gascoigne, ora, in conferenza stampa è un capro espiatorio perfetto.

«Pianga, Malaussène, pianga in modo convincente. Sia un buon capro». E lo sciagurato non piange ma bordeggia, non contrasta ma accetta, non ribatte ma piega il capo, non fa distinguo ma si prende la vergogna – da Salvini poi – in un percorso da Via Crucis, più forte mena la sala stampa e prima la curva, più è accondiscendente Gattuso.

Gattuso capro espiatorio

La testa e lo sguardo basso, «sono terrone, brutto e nero» in completo da podestà – anticipando l’aria che tira – e ripescando per i tifosi più vecchi il Calimero di Carosello, che però a differenza del pulcino che esclamava: «È un’ingiustizia però!», Gattuso dice: «Sono scarso, va bene», in un percorso che lo colloca al centro di una solitudine intollerabile, mentre Leonardo lo molla e Maldini se ne va in vacanza, sospeso in attesa non più della conquista di un posto in Champions League ma di una catarsi che forse arriva a fine campionato.

Tanto che persino Walter Mazzarri, dopo averlo battuto, ha detto: «Gattuso si prende colpe non sue». Intanto lui scarabocchia moduli, passa dal 4-3-3 a un albero di Natale dove ci metterà pure l’esperienza di quasi 700 partite giocate, con le telefonate a Carlo Ancelotti come se fosse il 113, ma continua a prendere gol e a segnarne pochini, in una congiuntura astral-pallonara che lo sposta – sui giornali – da giovane promessa della panchina a flop.

Ma ci spiega tutto Daniel Pennac: «Sono un uccello implume, appollaiato su una linea ad alta tensione, che ritrae la coda tra le zampe per non toccare il filo di fronte». A Krzysztof Piątek gli si è ristretta la porta? E Gattuso si prende la colpa, in un percorso andreottiano che lo vede accollarsi tutto: dalle guerre puniche all’emergenza migranti passando per il deficit pubblico. E Salvini ne approfitta, mollandogli i vergogna su Twitter, come se fosse un turista che trova la metro chiusa a Roma, ma se qualcuno ne chiedesse conto a Gattuso in sala stampa, lui si prenderebbe anche le colpe della sindaca Raggi, chiosando: «La madonna l’ho vista tante volte», una più una meno.

Sarà che ha attraversato situazioni peggiori: battezzato e ovviamente esonerato – alla sesta giornata – da Zamparini a Palermo, naufragato a Creta con l’OFI – dove era decisamente un altro, quando in un inglese renziano attaccava i giornalisti greci e ci appoggiava μαλακία –, travolto a Pisa da una crisi economica della società che lo faceva sembrare Carlo Azeglio Ciampi. Infine l’approdo alla Primavera del Milan: la squadra che lo ha reso grande, per la quale ha sempre tifato e che sognava di allenare, già all’esordio sulla panchina in Sicilia disse: «Il Palermo è il mio nuovo Milan», e con l’esonero di Vincenzo Montella, arriva il “posto”.

Non è un incarico è un ricongiungimento, è Ulisse che torna a Itaca, Mario Rigoni Stern che rivede l’altipiano di Asiago dopo la Russia, è Živago che non muore e bacia Lara, e via così. E Gattuso ci mette quello che ha: il cuore, prima di tutto. «Ho messo il cuore al centro dello spogliatoio e gli ho detto che si possono palleggiare». Raggiunge l’Europa League, supera il cambio societario, ad agosto in molti lo danno da scudetto, lui non ci crede e fa bene, in fondo il suo intercalare è «Tocco con mano», in una praticità da mercante che se non palma non crede, un rocchismo – no, non da Rocco Siffredi, ma da Nereo Rocco – anche se gli manca un santo come Gianni Rivera e perde quasi tutti i tram possibili, scivola e sbanda, poi si riprende, con il cambio da suq Higuain-Piątek sembra lanciatissimo, titoli e sudore, tutti scrivono che i sacrifici pagano e che il Milan è alto e biondo, poi no, tanto che bordeggia l’esonero, lo tocca con mano, appunto, supera anche liti e insubordinazioni, cambi antropologici e culturali che non accetta e di cui chiede lumi in sala stampa (che con lui sembra il confessionale del Grande Fratello), scoprendo che i calciatori che si ritrova ad allenare sono molto diversi dai compagni con cui giocava.

 

Gattuso capro espiatorioMa ovviamente si prende la colpa. Nell’autismo corale da spogliatoio non si ritrova, vorrebbe Pupo al posto dei rapper che spopolano in ogni singola cuffia, vorrebbe un’unica colonna sonora, ma deve accontentarsi di tanti rivoli musicali, che è un po’ anche quello che succede in campo, lui si dispone alla perfezione ma poi loro quando inizia la partita si muovono (come diceva ironicamente Alfio Basile allenatore del Boca Juniors, dell’Argentina e di molte altre squadre, a proposito dei problemi tra teoria e pratica nel salto da spogliatoio a campo).

Il percorso di Gattuso è da Fra Cristoforo, passa da variante efferata del campo a guerriero della panchina che però, partita dopo partita, in una spoliazione francescana, perde forza fino a diventare pastore di un gregge che non lo ascolta, capro espiatorio e quindi almeno beato.

I suoi siparietti in sala stampa meriterebbero una sit-com, il suo personaggio almeno un romanzo o un film – ci fosse ancora Pietro Taricone: sarebbe perfetto per interpretarlo – dove un uomo che ha costruito la sua biografia sulla bellicosità, il sacrificio, la forza, l’assenza di paura, la rozzezza, poi si redime o smarrisce il suo carattere e diventa un agnello sacrificale, il mediano che ringhia agli avversari che strappa palloni e guadagna spazi si trasforma in vittima, perde la forza o ne guadagna il doppio, da recalcitrante a domo, un uomo diverso: semplice come tutte le disperazioni. Perché – come scrive Daniel Pennac – «il Capro Espiatorio non è solo quello che, all’occorrenza paga per gli altri. È soprattutto, e anzitutto, un principio esplicativo», e niente, oggi, racconta meglio il Milan del cambio di Gattuso.

Foto: LaPresse.

 

Marco Ciriello

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Marco Ciriello è nato.

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