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Genk, il club più italiano d’Europa

By 2 Ottobre 2019

Sulla panchina del Genk siede un figlio di minatori italiani. Ecco perché la trasferta di Champions del Napoli è l’occasione per ripercorrere le storie di una città legata al nostro paese fin dal Dopoguerra, quando l’emigrazione mineraria portò nella cittadina delle Fiandre uno spicchio d’Italia

Fuori dai nostri confini, il Genk è il club più italiano d’Europa. Non è una questione di passaporto (giocatori in rosa, proprietà) ma di radici, storia e cultura. Il tricolore rappresenta una parte minoritaria eppure integrante e imprescindibile dell’anima della città e, per osmosi, anche di quella della sua società calcistica, il Koninklijke Racing Club Genk.

La collettività italiana residente oggigiorno nella provincia del Limburgo costituisce la principale enclave dell’emigrazione mineraria del dopoguerra nel Belgio fiammingo (in quello vallone per contro il nucleo principale si trova nell’Hainaut), con una popolazione stimata attorno alle 25mila unità. Di queste, un terzo risiede a Genk, dove uno straniero su due è italiano.

La storia di queste persone corre e – talvolta – si interseca lungo la base della piramide sociale del regno, tratteggiando un passato composto da miseria, problematiche legata all’immigrazione (la lingua, l’alloggio, il rapporto con la popolazione locale, i diritti), sangue, sudore e lacrime (la silicosi, gli incidenti in miniera). Arrivarono in massa nel dopoguerra, dopo che Italia e Belgio avevano stipulato a Roma, il 23 giugno 1946, i cosiddetti “accordi del carbone”, mediante i quali l’Italia si impegnava a fornire la manodopera e il Belgio il prodotto finale, ovvero due quintali di carbone al giorno per ogni minatore italiano.

Solo quarant’anni prima Genk era un villaggio abitato da poco meno di 2.000 persone, prima del boom demografico generato dal professore universitario Andrè Dumont, che scoprì nella vicina As il primo giacimento di carbone. Gli italiani misero radici e rimasero anche dopo la crisi degli anni Sessanta che portò alla progressiva chiusura di tutte le miniere e alla trasformazione di Genk in uno dei maggiori centri economici dell’intero Belgio.

Un momento di Salisburgo-Genk 6-2, prima giornata del gruppo E di Champions League (Photo by Andreas Schaad/Bongarts/Getty Images)

Paolo Bruno ha 70 anni e vive a Genk da mezzo secolo esatto. Ha iniziato a lavorare in una stazione di benzina e oggi, tramite la sua azienda, è partner ufficiale del Genk per la fornitura di pantaloncini. Fondata nel 1988, la Group Bruno è partita dal settore carburanti e combustibili per poi allargarsi alla ristorazione, al noleggio auto, alla gestione di parcheggi e, appunto, alla fornitura di materiale sportivo. Oggi garantisce lavoro a 250 persone. «Prima nel mio cuore c’è la Juventus», dice Bruno, «tanto da aver fondato il più grande Juventus club del Belgio. Ma il Genk è sempre stato qualcosa di speciale, per me e per tanti miei connazionali. Il club è disseminato di tracce di cultura sportiva italiana. Un esempio? Il principale gruppo di tifo organizzato si chiama Drughi, proprio come quelli della Torino bianconera, e Forza Racing è tuttora uno degli slogan ufficiali del club. Usano proprio la parola italiana».

Bruno non a dubbi: il principale collante della comunità italiana nel Limburgo è stato il calcio. Non il Genk, perché quando lui arrivò in Belgio la società non esisteva ancora. C’erano due piccole squadre rivali, il Thor Waterschei e il Fc Winterslag, che avrebbero unito le loro (limitate) forze solo nel 1988.

Qualche anno fa Dirk Chauvaux e la sua compagna Joke Quintens hanno pubblicato un libro intitolato Ciao Limburg che raccoglie 80 storie di emigranti italiani. «La vera Little Italy non si trova a New York», dice, «ma tra le vecchie comunità sorte attorno alle miniere. Il Thor era una delle rare società nel mondo del calcio a vantare una ragione sociale politica, essendo l’acronimo di Tot Herstel Onze Rechten (Fino al riconoscimento dei nostri diritti, nda), slogan usato dai minatori in rivolta contro i proprietari delle miniere. E sulle tribune dell’André Dumontstadion (vecchio nome dell’attuale Luminus Arena, nda) la lingua più parlata era il citétaal, il dialetto dei minatori che mischiava fiammingo, spagnolo, veneto, calabrese e siciliano».

L’allenatore del Genk Felice Mazzù (Photo by Andreas Schaad/Bongarts/Getty Images)

Un figlio di minatori italiani il Genk quest’anno lo ha in panchina. Felice Mazzù proviene da una famiglia originaria di Scido, meno di mille anime in provincia di Reggio Calabria, da dove nel 1951, all’età di 18 anni, suo padre Pasquale partì assieme alla sua compagna Anna per Charleroi. Senza sapere una sola parola di francese, senza nemmeno quasi essere in grado di leggere e scrivere. Quella della famiglia Mazzù è una storia da fiction tv, dove una vita di sacrifici e difficoltà viene ripagata dall’affermazione professionale, ma anche sociale, della generazione successiva, vuoi in ambito accademico (Antonino Mazzù è professore di filosofia alla Universitè Libre di Bruxelles), commerciale (Pasqualina Mazzù è addetta al controllo qualità presso una grande azienda farmaceutica) e sportiva (il citato Felice, anch’esso comunque laureato, nel suo caso in educazione fisica).

Mazzù sulla panchina del Genk sembra proprio essere la chiusura di un cerchio, oltre che un primo punto di arrivo importante nella carriera di questo allenatore che, in 19 anni di attività – a livello provinciale e nazionale – non è mai stato esonerato. Le sei stagioni alla guida dello Charleroi gli hanno scrollato di dosso l’etichetta di “signor nessuno” (sono parole sue), portandolo nel 2017 alla vittoria del Trofee Raymond Goethals Award quale miglior allenatore. Ma dal momento che in Belgio è tutto doppio (le lingue ufficiali, i partiti politici – ci sono i socialisti fiamminghi e i socialisti valloni, ad esempio – le edizioni delle riviste, il premio di calciatore dell’anno), nello stesso anno si è assicurato anche il Belgisch Trainer van Het Jaar, che premia il miglior tecnico di Pro League.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Del resto, tre qualificazioni ai play-off scudetto, il ritorno in Europa a 21 anni dall’ultima avventura e la sistemazione del bilancio (4 i milioni di euro di debiti ammontanti nel 2013 quando Mazzù venne ingaggiato dallo Charleroi), il tutto con una rosa che ogni estate perdeva i pezzi migliori, non sono risultati da poco. «Conosco bene gli sforzi compiuti dai nostri tifosi per venire allo stadio», disse una volta Mazzù «per regalarsi un paio d’ore di svago, e so benissimo cosa si aspettano dalla squadra, perché ero uno di loro. A 15 anni non potevo comprarmi una camicia nuova perché i soldi non bastavano».

Se a Charleroi la simbiosi tra il tecnico e l’ambiente era totale (Mazzù aveva anche giocato nei Carolo, senza però mai arrivare in prima squadra), a Genk ci sono affinità e differenze. L’asticella si è alzata, anche in maniera improvvisa, vedi il dimenticabile esordio in Champions, con un pesante 6-2 rimediato in casa del Red Bull Salisburgo. Una débâcle che trova punti in comune con quella di Gian Piero Gasperini e la sua Atalanta: allenatori partiti da lontano e alle prese con un universo ancora alieno da conoscere poco alla volta, ma che non fa sconti e non aspetta nessuno. Esserci, però, è già una conquista.

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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