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Gennaro Ivan il terribile, per servirvi

By 11 Dicembre 2019

Ieri sera si sono conclusi i 50 giorni più assurdi della storia recente del Napoli. Dopo l’addio ad Ancelotti, Gattuso darà inizio a un’avventura che potrebbe trasformarlo in un idolo del San Paolo ma che potrebbe anche bruciarlo

Alla fine è successo, la crisi del Napoli di Ancelotti – l’unica – si è conclusa nel modo surreale in cui era iniziata. In una notte di Champions al San Paolo, ospite il Salisburgo, si era compiuto l’ammutinamento più assurdo della storia del calcio, contro un ritiro di una settimana scarsa, con i giocatori in rivolta contro un presidente troppo silenzioso, un vicepresidente verbalmente incontinente e un allenatore troppo morbido (che avevano abbracciato selvaggiamente in Austria solo 12 giorni prima al terzo gol, quello della vittoria, segnato dal ribelle Insigne), in un’altra notte di Champions, quella in cui il Napoli passa per la terza volta in tutta la sua storia agli ottavi di finale, c’è l’esonero in notturna, all’Hotel Vesuvio, via Twitter.

Nell’hotel in cui si dice sia nascosto, come un tempo Sarri, Gennaro Ivan Gattuso, campione del mondo con l’Italia e d’Europa con il Milan, amatissimo per la sua grinta e conosciuto anche per le sue dichiarazioni mai banali – si è pure prodotto in una sapida polemica con Matteo Salvini -, idolo salernitano ora prossimo allenatore dei rivali partenopei. I 50 giorni più folli, autolesionisti, grotteschi del Napoli di Aurelio De Laurentiis si concludono così, cacciando un allenatore stimato in tutto il mondo dopo un 4-0 inappellabile al Genk e il primo posto nel girone dei campioni d’Europa in carica fino a 30 minuti dalla fine, dopo il secondo posto in campionato dello scorso anno, prima di un’epurazione, forse già a gennaio, che da noi, negli ultimi anni, non abbiamo non solo visto, ma neanche immaginato.

 (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

E in questo mare in burrasca il generale con cui scenderà in guerra sarà questo ragazzo di Calabria, nato in provincia di Cosenza, che non ha mai avuto paura di nulla: né di Zlatan Ibrahimovic, suo grande amico che di sicuro proverà a convincere a trasferirsi sul Golfo e che un giorno lo gettò in un bidone della spazzatura, al Milan, per gioco o per amore; né delle derive societarie più surreali, visto che le baruffe chiozzotte partenopee sono nulla rispetto alle follie dei suoi due anni pisani sempre sull’orlo del fallimento o della commedia demenziale che è stato il Milan cinese; né, infine, dei presidenti sopra le righe, visto che persino l’Aurelio De Laurentiis in confusione di questi mesi è comunque Massimo Moratti in confronto al Luciano Gaucci da cui lui scappò da giocatore (dopo aver esordito in B e in A col Perugia a 17 e 18 anni) per andare ai Rangers e come quel Zamparini dal quale si allontanò da allenatore, dimettendosi, quasi subito.

Fondamentale non aver paura, tenere gli attributi, in questa fase della storia del Napoli, in piena crisi di crescita, a un passo dallo scudetto per anni e ora fuori dalla zona Europa in campionato, cosa che non succedeva dai tempi di Donadoni. Eventualità, quella di rimanere fuori dalle manifestazioni continentali, che potrebbe drammaticamente ridimensionare le ambizioni di una società che può contare solo sulle risorse che arrivano dal trading e dai diritti televisivi e dai premi Uefa, non avendone di proprie.

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Gattuso arriva a furor di squadra: gioca con l’amato (dai calciatori azzurri) 4-3-3, prediligendo ali tecniche quando le ha, proprio come il compianto Sarri, padre padrone di un gruppo di professionisti mai cresciuti e che, perduta la badante tattica, hanno perso anche la bussola tecnica e atletica. Ha, però, anche il pregio di essere un figlio di Ancelotti, uno dei pilastri dello spogliatoio più vincente di Carlo, forse l’uomo che ne conosce meglio i punti di forza e debolezza, tecnica, tattica e caratteriale. Entra, quindi, con il biglietto da visita ideale per farsi amare dai calciatori, disorientati dal camaleontismo ancelottiano, ossessionato dai cambi di modulo anche in corsa e dal turn over, ma anche con la capacità di comprendere ciò che a noi risulta oscuro, questo abisso, queste sabbie mobili di decisioni assurde che ha costruito la sceneggiata azzurra delle ultime settimane napoletane.

Sa cos’è successo, pur non essendoci stato, e probabilmente con lui Ancelotti saprà anche operare un passaggio di consegne sereno e affettuoso.

In più, da ex centrocampista di lotta più che di governo, saprà, sperano tutti, metter mano a un reparto che in termini di qualità e quantità è terribilmente deficitario e che, al di là degli errori macroscopici di difensori e attaccanti, da Koulibaly a Insigne, è il vero buco nero dello scacchiere azzurro, incapace sia di costruire gioco che di interromperlo, con quasi tutti gli effettivi fuori ruolo e la tendenza a favorire ripartenza altrui con imbarazzante facilità.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Infine i suoi carichi di lavoro, si dice, sono ben più pesanti e strutturati di quelli del predecessore, così come le sedute tattiche, da alcuni definite persino pedanti, almeno davanti al video.

Rimane però il lato caratteriale quello fondamentale: Ringhio, a Gattuso, non lo chiamano a caso. Con lui in ritiro sarebbero andati a calci nel sedere esattamente come Biglia e Kessié si presentarono ai microfoni con il capo cosparso di cenere, dopo una lite in diretta televisiva. Toccherà a lui rimettere ordine in uno spogliatoio balcanizzato, diviso equamente tra ancelottiani (i nuovi, quelli arrivati negli ultimi due anni, più Koulibaly e Mario Rui) e ribelli, quattro dei quali sul piede di partenza (Mertens, Callejon, Insigne e Allan). Toccherà a lui motivare quelli che aspettano il rinnovo e che tra panchina, scarsa fiducia e ruoli sbagliati hanno perso molta autostima – Milik, Zielinski, Maksimovic – e infine sarà lui a costruire una nuova schiera di titolarissimi che dia solidità a una squadra che da due anni non ha mai messo due undici uguali consecutivamente.

Tutto per una rimonta impossibile e un’Europa che a lui si è mostrata ostica, perché le partite internazionali non lo hanno visto protagonista come da calciatore.

 (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Lo aspetta infatti un’impresa che con il Milan, con meno punti di ritardo, non gli è riuscita – la qualificazione in Champions – e da cui dipende il suo futuro, non solo prossimo, ma quello inerente alle sue prospettive come allenatore. Il contratto 6 mesi + 12 è chiaro: o Champions League, o amici come prima. Così in Europa: si passerà dal re di coppe a chi ha perso pure con il Rijeka e che al massimo si è fatto battere agli ottavi di finale di Europa League da un Arsenal lontano parente di quello mitico celebrato da Hornby in Febbre a 90° (oddio, va detto che lo stesso ha fatto anche sor Carletto, lo scorso anno).

In più dovrà affrontare un mercato di gennaio complicatissimo: oltre a Ibra – soprattutto se partirà il beniamino delle curve Dries Mertens, e le lacrime dopo il rigore realizzato ieri qualcosa dicono in merito – dovrà trovare almeno un centrocampista e un terzino, se è fortunato da pagare con i soldi che arriveranno dalla Cina per Callejon (17 milioni di euro pare). Bravo con chi ha a disposizione, Gennaro non è mai sembrato straordinario nell’indicare le strategie di cessioni e acquisti ai suoi dirigenti. Ma è forse la prima volta che allena in una società economicamente sana e con un progetto chiaro in merito alle scelte dei giocatori, almeno fino alla scorsa stagione.

Insomma, ci sono tanti motivi per cui il salernitano Gennaro Ivan il terribile diventi un idolo del San Paolo a dispetto del peccato originale di aver fatto urlare l’Arechi. Ma anche tanti altri perché possa essere solo una meteora. Perché, Aurelio, lo ha preso come nel caso di Sarri, dopo i rifiuti dei suoi pallini. Spalletti, Allegri, pare persino Emery. Allora portò fortuna, ora ne serve una vagonata per arrivare quarti. Gennaro ne ha avuta nella sua carriera, ma se l’è guadagnata a morsi.

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