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Il quinto Beatle ha cantato con i demoni

By 22 Maggio 2019

Non si ricorda da quant’è che se ne sta seduto lì. Un minuto, un’ora, forse di più. Non fa differenza. Non in quel pomeriggio dell’inverno del 1974. Un pomeriggio tipicamente inglese, così perfettamente uguale a migliaia di altri pomeriggi con le nuvole gonfie e il sole timido che splende senza mai scaldare. L’unica cosa che sente, in quel momento, è il cemento duro che gli gela il fondoschiena mentre le lacrime cominciano ad irrigargli il viso.

George Best resta fermo. Immobile. Se ne sta lì a fissare l’Old Trafford. Quello che fino a qualche mese prima era il Teatro dei Sogni ma che ormai era diventato solo il palcoscenico dei suoi incubi peggiori. Non c’è nessuno oltre a lui in quella colata di cemento armato. Se ne sono andati via tutti. I tifosi, i compagni. Tutte quelle facce alla quali avrebbe voluto aggrapparsi un’altra volta nella speranza di non cadere giù. E invece l’hanno lasciato solo con l’unica compagnia che non avrebbe mai desiderato: la sua.

George Best sposta lo sguardo lentamente. Osserva gli spalti vuoti, il tabellone immobile, le reti che si muovono al ritmo del vento. Poi chiude gli occhi. Mentre il silenzio comincia a schiacciarlo, lui prova a immaginare il ruggito di quelle cinquantamila voci che si fondevano in una sola. Cinquantamila voci che erano sempre state lì per lui. Cinquantamila voci che avevano giurato che non l’avrebbero mai abbandonato e che all’improvviso gli avevano voltato le spalle.

Non sa dire con precisione quando tutto era iniziato. Forse era il 1972, forse qualche mese prima. Ma il resto se lo ricorda alla perfezione. Allora il Manchester United era solo la brutta copia di quella squadra che quattro anni prima aveva vinto la Coppa dei Campioni. Così, mentre il Derby County di Brian Clough volava verso il suo primo titolo nazionale, quello che restava dei Diavoli Rossi collezionava umiliazioni in tutto il Regno Unito. Schiaffi al nord. Schiaffi al centro. Schiaffi al sud.

Era stato allora che i tifosi avevano cominciato a fischiarlo. Una partita dopo l’altra. Prima piano. Poi sempre più forte. All’inizio aveva provato a non pensarci, aveva tentato di convincersi che era tutta un’allucinazione. Solo che a poco a poco quei fischi si erano infilati nelle sue orecchie ed erano esplosi nella sua testa. George era rimasto intontito per un po’. Non pensava che potesse fare così male, che quei fischi potessero bruciargli l’anima. Non a lui, non alla leggenda vivente del calcio britannico, non a George Best.

Pensava di essere vaccinato per quel genere di cose. O almeno si illudeva di esserlo. Credeva che la corazza che aveva provato a costruirsi negli anni gli avrebbe fatto scivolare tutto addosso. Proprio come era successo quella volta ad Anfield, quando i tifosi del Liverpool avevano cominciato a intonare quel motivetto tanto fastidioso quanto fantasioso. «Georgie Best, superstar, he walks like a woman and he wears a bra» (George Best, superstar, cammina come una donna e porta il reggiseno) . Allora lui aveva semplicemente sfoderato un sorriso. Si era fatto prestare la borsetta da una cameriera ed era entrato in campo tenendola sottobraccio. Tutto qui. E la folla che un minuto prima lo derideva lo aveva chiamato genio.

Oppure come era successo nella maggior parte delle trasferte, quando dalle gradinate avversarie gli lanciavano ingiurie e lattine di birre. Lui le fissava per qualche secondo, poi le raccoglieva e faceva finta di berle. E la folla che un minuto prima lo insultava lo aveva applaudito.

Il Manchester United posa con la Coppa dei Campioni del 1968.

Allora, però, era tutto diverso. Terribilmente diverso. Sapeva che quei fischi, quegli insulti, quelle prese in giro erano soltanto una forma di rispetto e di ammirazione. Un modo contorto che la gente aveva di dirgli che avevano paura di lui, paura dei suoi piedi, paura delle sue giocate. E invece ora le cose erano cambiate. Terribilmente cambiate. Sì perché quei fischi, quegli insulti, quelle prese in giro venivano dalla sua gente. Un modo assolutamente semplice e lineare per dirgli che stava facendo schifo, che li stava tradendo. E di fronte a quella constatazione, anche l’attaccante più forte del mondo si era sentito piccolo e vulnerabile.

Georgie si passa le mani sugli occhi e pensa all’ultima volta che si è sentito davvero felice. Ripensa alla sua casa, alla sua Belfast, alla sua famiglia. Una famiglia tale e quale a tutte le altre famiglie alle prese con il conto salato della Seconda Guerra Mondiale. Anni bui, i di povertà e di cinghie che si stringono un buco dopo l’altro.  George si ricorda le colazioni di quando era bambino. Merende a base di pane messo a scaldare su un fornelletto elettrico. Ma solo su un lato, per risparmiare corrente, con il burro che si raggrumava su quella che doveva essere la parte calda del toast. Cene a base di patate, l’unico alimento alla portata anche delle tasche più vuote. Tuberi e risate. E gare a chi riusciva a mangiarne di più. Un trofeo che Georgie si era aggiudicato con il record di ventitré patate ingurgitate in una manciata di minuti.

Best, allora, non ci aveva messo molto a capire che doveva farsi furbo se voleva mettere sotto i denti qualcosa di meno banale. L’aveva capito una delle prime volte che aveva appoggiato il muso contro la vetrina del negozio di biscotti a pochi passi da casa sua. E mentre il suo respiro appannava il vetro, i suoi occhi decodificavano quel bendidio chiuso in barattoli trasparenti. Pastafrolla addolcita con il cioccolato o impastata con la frutta secca. E per la prima volta aveva capito che il paradiso poteva essere a portata di mano. Non aveva idea di come aveva scoperto che all’orario di chiusura i proprietari del negozio regalavano i biscotti rotti a chi aspettava fuori dalla porta. Ma si ricordava del piano che lui e i suoi amici avevano buttato giù con un semplice scambio di sguardi. Un piano che era diventato un’abitudine. Quella di entrare nella bottega cinque minuti prima della chiusura e spezzare di proposito gli stessi dolci che poco dopo ricevevano in dono. Porzioni di innocenza che si sbriciolano pian piano.

1970, l’arbitro Jack Taylor parla con Billy Bremner del Leeds United’s Billy Bremner (1942 -1997) as Manchester United’s mentre Pat Crerand assiste l’infortunato Best.

George fissa la sua tribuna e respira a fondo. I singhiozzi gonfiano la sua gola mentre le lacrime cominciano a insaporirgli le labbra. Con il calcio era stato tutto diverso. Si era innamorato del pallone senza neanche accorgersene. Proprio come capita alla maggior parte dei bambini. Era avvenuto tutto in famiglia, in modo naturale. Suo nonno James viveva accanto all’Oval di Belfast e a lui era sembrato del tutto normale prendersi una cotta per il Glentoran. Anche se la sua famiglia era protestante. Anche se in quegli anni i protestanti tifavano per il Linfield. Spaccature sociali e religiose che a lui non interessavano.

Aveva iniziato a seguire una partita dopo l’altra. Una volta ogni due settimane si arrampicava sulle gradinate e usciva dallo stadio con le retine piene di calcio. Indipendentemente dal risultato. Un primo amore che presto era stato affiancato da un’altra infatuazione. Quella per i Wolves. È il 1954 quando i Wolverhampton Wanderers vincono il campionato. Un’impresa che viene celebrata con una serie di amichevoli casalinghe contro le squadre più importanti del mondo e che vive nei salotti inglesi grazie alla bassa risoluzione del tubo catodico.

George sente parlare per la prima volta di squadre con nomi difficili da pronunciare. Nomi come Spartak Mosca o Dynamo Mosca. Nomi che tolgono le briglie alla sua immaginazione e che innestano nella sua testa qualche nozione di geografia. Casa Best non è munita di televisione. Così George è costretto a lavorare di fantasia. Prima del fischio di inizio comincia a prendere a pallonate il muro del vicino. Un tiro di collo, un tiro di esterno, un tiro di interno. Fino a quando quel tale non può far altro che uscire e allargare le braccia. «La partita sta iniziando. Ti andrebbe di entrare e vederla con me?».

È in quello stesso cortile che aveva imparato ad accarezzare il pallone. Migliaia di palleggi solitari accompagnati da centinaia di partite con gli altri ragazzi di Cregagh. Giacche ammucchiate al posto dei pali, scarpe da ginnastica annerite dal fango, sudore che appesantisce i vestiti e rende leggero lo spirito. George è diverso da tutti gli altri, non ci vuole molto per capirlo. Vede corridoi che gli altri nemmeno immaginano, disegna traiettorie che gli altri nemmeno si sognano, calcia palloni che gli altri nemmeno riescono a vedere. Tutti lo osservano, gli battono le mani, lo additano come un piccolo genio. Poi cercano di persuaderlo a fare altro. Era troppo basso, troppo esile, troppo mingherlino per poter competere con i cristoni delle categorie superiori.

Eppure le voci sul suo talento arrivano alle orecchie di Bud McFarlane, allenatore in seconda del Glentoran e direttore del Cregagh Boys Club. Gli basta vedere il modo in cui George sfiora il pallone per iniziare a stropicciarsi gli occhi. Bud alza la cornetta e compone il numero di Bobby Bishop, allenatore del Boyland Youth Club e stimato osservatore. Non una squadra qualsiasi. La migliore formazione di calcio giovanile dell’Irlanda del Nord. La formazione che era diventata un pozzo dal quale il Manchester United attingeva sempre più spesso.

Bishop annuisce e sfoglia l’agenda. Dopo due settimane organizza un’amichevole. I diciottenni del Boyland contro l’Under 15 del Cregagh. Undici giganti contro undici marmocchi. Best gioca una partita come tante. Una partita infarcita di gol e di magie. Poi torna a casa come se niente fosse mentre Bobby si sfrega le mani. Alza la cornetta e compone il numero di Matt Busby, l’allenatore del Manchester United. A Bishop bastano solo quattro parole. Quattro semplicissime parole. «Ho trovato un genio». Tutto qui.

Qualche giorno dopo bussa alla porta di casa Best. Saluta, si presenta, spiega che il Manchester United è interessato al ragazzo e vorrebbe sottoporlo a un provino. Suo padre Dickie prende tempo. Quando George frequentava l’ultimo anno di scuola media gli aveva fatto seguire un corso da tipografo. La gente non avrebbe mai smesso di leggere, pensava. E anche ora che l’Inghilterra stringeva le mani intorno a suo figlio, quell’idea non gli sembrava poi così campata in aria.

È il luglio del 1961 quando George Best è convocato dallo United insieme a Eric McMordie. Due anime fragili che non erano mai uscite dai confini di Belfast e che ora si trovano a peregrinare fino alla contea del Greater Manchester. Una nave per Liverpool, un taxi fino alla stazione, un treno per Manchester, un taxi fino all’Old Trafford. Tutto da soli. Tutto senza uno sguardo familiare pronto a confortarli. Tutto senza qualcuno che gli ricordi che hanno appena quindici anni. George ed Eric esplorano un mondo tutto nuovo e iniziano a stringere mani. Salutano Matt Busby, salutano Bobby Charlton, salutano Harry Gregg. Uomini il cui cognome ha fatto ammutolire gli stadi più importanti del mondo.

Un allenamento veloce, poi la cena dalla loro nuova padrona di casa, la signora Fullaway. Ventiquattrore di crampi allo stomaco per l’emozione e di un senso di oppressione che pesa sul petto. Eric e George avvertono la mancanza di casa, dei loro genitori, di quelle camerette spoglie ma che erano comunque le loro camerette. Provano a chiudere gli occhi, ma sentono la gola che inizia a bruciare e il petto che comincia a gonfiarsi. Una notte insonne, una notte che non porta consiglio. «Vorresti tornare a casa?» sussurra George. «Partiamo domani mattina» risponde Eric. Un taxi fino alla stazione di Manchester. Un treno verso Liverpool. Un taxi fino al porto. Una nave per l’Irlanda. È l’alba quando Best suona il campanello di casa. Dickie apre la porta e sgrana gli occhi. «Che ci fai qui?», domanda. «Non ci piaceva stare lì».

Nel tepore della sua casa Georgie seziona quelle ultime quarantotto ore. Analizza con cura quello che ha ritrovato e quello che ha perso. Rivede le strade scure di Manchester, i suoi palazzi così diversi, le persone così fredde. Fra le mura della sua camera George capisce che al mondo c’è di peggio che giocare per lo United. Dopo qualche ora prepara di nuovo le valige e salpa per l’Inghilterra. Stavolta per rimanerci.


Per due anni lucida le scarpe dei giocatori della prima squadra, spazza le tribune, sbriga le commissioni come se fosse un garzone qualsiasi. Lui, il ragazzo con un tesoro chiuso nelle scarpe che era partito da Belfast per incantare l’Inghilterra. Settimane di allenamenti e di lavoro. Settimane che terminavano con una partita. Nella squadra riserve, nella squadra A, nella squadra B. Senza troppe differenze.

Poi Georgie aveva compiuto diciassette anni. L’età in cui le società venivano da te e ti facevano firmare un contratto professionistico. L’età in cui, il più delle volte, le società venivano da te e con una pacca sulle spalle ti invitavano a cercare fortuna altrove. George aspetta. Diciassette anni e un giorno. Niente. Diciassette anni e due giorni. Niente. Diciassette anni e tre giorni. Niente. Ma proprio quando aveva perso le speranze, ecco che Busby lo chiama nel suo ufficio. «Congratulazioni, ti offriamo un contratto da professionista». Tutto qui. Tutto semplice. Tutto senza grandi complicazioni. George aveva fatto fatica a tenere la penna in mano mentre firmava il suo contratto. Il contratto che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Best perlustra con lo sguardo il West Stand. Osserva quelle gradinate deserte, senza traccia di umanità. Si sente perso, spaesato, abbandonato. Per qualche secondo ha la sensazione di starsene seduto al centro dell’Universo. Il suo universo. Un universo sull’orlo dell’autodistruzione.


George chiude le palpebre mentre davanti ai suoi occhi si materializza quel 14 settembre del 1963. Una giornata che non dimenticherà mai. Una giornata che tutta Manchester non dimenticherà mai. Allora Busby l’aveva convocato per una partita in casa contro il West Bromwich Albion, mettendo subito le cose in chiaro. Senza stare lì a scegliere troppo le parole, Sir Matt gli aveva detto che avrebbe fatto la riserva. Un modo educato per dirgli che serviva solo a fare presenza, che non sarebbe mai entrato in campo visto che allora non erano previste sostituzioni.

Best aveva annuito e aveva seguito i compagni per pranzo. Ancora non sapeva dell’infortunio di Ian Moir. Ancora non sapeva che sarebbe toccato a lui. Ancora non sapeva che avrebbe indossato per la prima volta una maglia così pesante. Poi Busby gli si era avvicinato lungo la strada per lo stadio e gli aveva comunicato la sua decisione. George aveva respirato per la prima volta l’aria dello spogliatoio. Aveva osservato Bobby Charlton mandare giù un bicchierino di scotch per allentare la pressione, aveva ascoltato il ruggito dell’Old Trafford, aveva divorato una barretta di cioccolato per mettere un po’ di energia nei suoi muscoli.

Fino a quando non c’era più tempo, fino a quando non si era ritrovato a camminare nel tunnel che sbuca sul campo. Non aveva idea di come aveva giocato. Ma era sicuro che doveva ancora lavorare sodo se non voleva che il West Brom fosse solo un episodio. Per quasi quattro mesi era sparito dalla prima squadra. Poi, sotto Natale, Busby si era ricordato di lui. Lo United aveva perso 6 a 1 a Burnley e il mister era su tutte le furie. Voleva cambiare, voleva lanciare un messaggio chiaro ai suoi giocatori più affermati, voleva chiarire che nessuno poteva sentirsi sicuro del posto. E per farlo aveva bisogno del talento di Georgie. E aveva ragione.

Best aveva fatto venire il mal di testa ad Alex Elder e aveva segnato il suo primo gol. Un gol che il Belfast Telegraph aveva celebrato con una foto in ultima pagina. George comincia a giocare una partita dietro l’altra. Le sue doti erano sotto gli occhi di tutti. O quasi. L’Irlanda del Nord l’aveva convocato per una partita contro il Galles. Una partita vinta 3 a 2. Una partita che non era piaciuta ai giornali locali che erano domandati perché ci fosse tutto quel parlare intorno a quel ragazzino. La risposta era arrivata quattordici giorni più tardi, quando in Irlanda era sbarcato un Uruguay agguerrito. Un Uruguay che qualche ora dopo era risalito in aereo con tre gol sul groppone e con la consapevolezza di aver incontrato un fenomeno. È stato quel giorno che George era diventato per tutti il Belfast Boy. Non un semplice calciatore, ma un simbolo. L’orgoglio della Patria, un nord irlandese ribelle alla conquista dell’ingessata Inghilterra.

George scruta l’East Stand e pensa a com’era cambiato tutto in fretta. Due stagioni, o poco più, e tutto era di nuovo stravolto. Il 9 marzo del 1966 il Benfica di Eusebio ospita il Manchester United per il ritorno dei quarti di finale della Coppa Campioni. Una partita da brividi, un pubblico da brividi, una squadra da brividi. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo sugli inglesi, nessuno avrebbe mai pensato che i Red Devils sarebbero riusciti a limitare i danni. Nessuno tranne George. Il ragazzo di Belfast segna due gol e delizia il pubblico. Un 1 a 5 rumoroso. Un risultato che fa parlare tifosi e giornali.

Il giorno successivo il quotidiano portoghese “Bola” rovescia su di lui parole al miele. Osserva i suoi capelli lunghi, i calzettoni abbassati, la maglia fuori dai pantaloni. E poi lo etichetta come il Quinto Beatle. È stato in quel momento che le cose hanno cominciato a girare. Velocemente. Troppo velocemente. Improvvisamente Georgie non è più un semplice calciatore. È una star. Le pubblicità se lo contendono a colpi di sterline. George se ne sta davanti alle telecamere a recitare slogan assurdi come «Le salsicce Cookstown sono di una bontà bestiale» o come «Eggs for breakfast and be your Best» .

George Best e la sua fidanzata Mary Stävin.

Anche con le donne tutto era cominciato a cambiare improvvisamente. Fino ad allora George era stato solo un ragazzo timido con un improponibile accento di Belfast. Un ragazzo assolutamente anonimo, uno che non avrebbe mai suscitato interesse, uno così impacciato da sembrare quasi ridicolo. I suoi primi approcci con il gentil sesso non erano stati esattamente di quelli che si raccontano per farsi belli con gli amici. Poco prima di partire per l’Inghilterra Georgie si era deciso a provarci con una ragazza. Ci aveva pensato a lungo, aveva calcolato le possibilità di successo, aveva considerato le implicazioni che avrebbe avuto nei giorni successivi. E poi si era fatto avanti. Non con una ragazza qualsiasi, ma con quella che nel quartiere era considerata una specie di nave scuola. Un dettaglio che rendeva ragionevoli i margini di successo. Ragionevoli, appunto. Ma non sicuri. Alla fine George risultò l’unico ragazzo a essere rifiutato in tutto il quartiere. Un’umiliazione molto simile a quella che Best aveva subito qualche anno dopo. La sua prima vacanza a Maiorca. Non sapeva ancora come ci si doveva comportare in quel genere di situazioni. Così mentre il suo compagno di viaggio era intento a non farsi scappare nessuna delle sue prede, George aveva cominciato a provarci con ragazze sempre più brutte pur di ottenere qualcosa. Qualcosa che non era mai arrivato.

Ora tutto era capovolto. Ora non doveva più ingoiare un drink dietro l’altro per trovare il coraggio di attaccare bottone con una donna, ora non doveva far altro che starsene seduto da qualche parte e scegliere. Era bello, era famoso, era ricco. Era George Best, il Quinto Beatle. Un’etichetta che in quegli anni valeva più di qualsiasi altra cosa. Anche a Maiorca. L’estate seguente c’era ritornato con una trentina di amici e la storia era stata diversa. Molto diversa. Serate innaffiate da birre, champagne, vodka. Serate passate in compagnia di una ragazza sempre diversa.

Poi era arrivata lei, Dahlia Simmons. L’aveva incontrata in un night di Manchester. L’aveva guardata e aveva smesso di correre dietro alle sottane delle altre. Anche se Dahlia non poteva essere solo sua. Ma a lui stava bene così. George era stregato ma sapeva che non era giusto, che non poteva andare avanti a lungo. Lui, però, non riusciva a smettere di vederla, di andare a cena con lei nella periferia di Manchester, di concludere le serate con “discrezione” a casa di alcuni suoi amici. Finché non arrivò quel giorno. Il giorno in cui la voce di quella liaison giunse anche alle orecchie del marito. Dahlia e il signor Simmons si lasciano. Dahlia e George Best si mettono insieme. Per qualche anno dura, poi lui aveva capito di non amare particolarmente la monogamia. Il mondo fuori dalla loro casa era troppo colorato per essere ignorato. Soprattutto se si è convinti che il meglio deve ancora venire.

George si passa il dorso delle mani sugli occhi e prova a mettere a fuoco il rettangolo verde. Rievoca il giorno più bello della sua vita, il giorno che aveva centrato il suo appuntamento con la storia. Un appuntamento che era arrivato il 29 maggio del 1968.

George Best

La modella inglese Vicki Hodge beve champagne da una scarpa di George Best, nel 1970.

A Wembley si gioca la finale della Coppa dei Campioni. Manchester United contro Benfica. Di nuovo. Una partita tesa, nervosa, quasi isterica. Una partita bellissima. Bobby Charlton porta in vantaggio gli inglesi al 55’. Jaime Graça trascina di nuovo in partita il Benfica a dieci minuti dalla fine. Eppure tutti si aspettano qualcosa di più. Tutti sperano in un lampo che illumini Londra, in un tocco di palla che cambi il match, in un dribbling secco che umili il difensore avversario. Tutti si aspettano una giocata da George Best. Solo che fino a quel momento il ragazzo di Belfast non era riuscito a incidere come voleva su quella partita. Così mentre David Sadler aveva messo a ferro e fuoco la fascia sinistra, lui era rimasto sospeso in un limbo. E ci era rimasto fino al settimo minuto del primo tempo supplementare.

Era stato allora che Stepney aveva rilanciato con i piedi e Kidd era saltato di testa sulla trequarti. Ed era saltato quanto bastava per trasformare un lancio lungo in un assist. George aveva fatto passare il pallone fra le gambe dell’avversario, poi aveva messo a sedere il portiere Henrique, aveva appoggiato in rete. Tutto qui, come si trattasse della cosa più semplice del mondo. Un gol pesantissimo. Un gol che spianerà la strada alle reti di Kidd e di Charlton. Un gol che regalerà allo United la prima Coppa Campioni della sua storia. A soli ventidue anni George vince il premio come Calciatore dell’Anno e come Calciatore Europeo dell’Anno. A soli ventidue anni ha raggiunto quello che sembra il punto più altro della sua carriera. A soli ventidue anni ha già imboccato la discesa ripida che porta all’annientamento.

Subito dopo aver vinto la Coppa dei Campioni George beve fino a stordirsi. Non si ricorda nulla di quello che è successo quella sera o di come ha festeggiato con i suoi compagni. Nella sua testa, al posto del ricordo del giorno più bello della sua carriera, c’è solo un buco di colore nero e il suono delle orecchie che fischiano fino a fargli male. Uno scenario che comincia a riproporsi sempre più spesso. A volte Best si ubriaca per giorni e giorni. Non distingue più facce, voci, locali. E comincia a capitargli sempre più spesso. Qualche mese dopo George alza il gomito e schiaccia l’acceleratore. Ha lo sguardo pesante e le braccia molli. Troppo molli. La sua macchina esce di strada e si accartoccia contro un muretto. George esce dalle lamiere con tutte le ossa al posto giusto, ma con la patente nelle mani della polizia.

George Best

George Best mostra la sua nuova bicicletta dopo che la polizia gli aveva ritirato la patente per 6 mesi.

A farlo stare male sul serio, tuttavia, non sono né l’alcool né le donne. No, a farlo stare male è il calcio. Ora che era il giocatore più forte del pianeta, Best sente la pressione intorno a lui crescere a dismisura. Tutti si aspettano troppo da lui. I suoi tifosi, il suo allenatore, i suoi compagni. Ora tutti pretendono che George decida da solo ogni partita. Di campionato o di coppa. Si aspettano che lui gli regali qualche numero dei suoi, qualche giocata che gli riempia gli occhi, qualche colpo che ripeta al mondo intero che lui è un genio del football. Solo che mentre le aspettative intorno a lui crescono, il Manchester United sembra implodere su se stesso.

Dopo la vittoria della Coppa Campioni in tanti si aspettavano le dimissioni di Matt Busby. E invece l’allenatore scozzese era rimasto fermo al suo posto. Aveva deciso di tenere ancora in mano il timone anche se non aveva più la forza di stringerlo saldamente. Nel 1969/1970 Wilf McGuinnes diventa il nuovo tecnico del Manchester United. È la fine di un’era lunga 24 anni. George avverte che lo spogliatoio comincia a cadere a pezzi, sente che l’alone di magia che aveva circondato la squadra per tutti quegli anni sta cominciando a svanire piano piano. E lui non fa niente per provare a cambiare le cose. Una sera, alla vigilia della sfida di ritorno di FA Cup contro il Leeds, la squadra era in ritiro in un albergo di Birmingham.

George Best aveva attaccato bottone con una ragazza, ma Wilf gli aveva intimato di andare a dormire. Solo che quella ragazza a George piaceva. E quella ragazza aveva un marito che stava spesso fuori per lavoro. La mattina seguente McGuinnes non aveva impiegato molto tempo a capire perché mentre tutti i giocatori erano pronti a salire sul pullman Best non si era ancora fatto vedere. Sapeva che George si era concesso una “sveltina” con la sua ammiratrice. E l’aveva fatto quando mancavano solo due ore all’inizio della partita. Una partita che il Manchester United pareggerà per 0-0. Pareggerà 0-0 per poi perdere la “bella” per 1-0.

George Best
George è ancora il capocannoniere della squadra, ma per lui il calcio inizia a contare ogni giorno sempre di meno. Comincia a litigare con i compagni, a saltare gli allenamenti sempre più spesso, a giocare colpi mancini a quelli che fino a qualche tempo prima erano stati i suoi amici. «Bobby Charlton e suo fratello Jackie idolatravano la madre Sissie, sorella del grande attaccante del Newcastle Jackie Milburn, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta – ha raccontato – Sissie aveva evidentemente il calcio nei suoi geni e, cosa insolita per una donna a quei tempi, allenava i ragazzini. Così quando l’intervistatore mi chiese chi mi avesse influenzato maggiormente nella mia carriera calcistica, io risposi: Sissie Charlton».

Niente in confronto a quello che sarebbe capitato poco dopo. In un derby contro il City, Best aveva deciso che doveva togliere palla a Glyn Pardoe. E doveva farlo a tutti i costi. Così aveva iniziato a seguirlo per tutto il campo. Poi, una volta che si era avvicinato a sufficienza, aveva provato il tackle. Un intervento normalissimo reso più duro dal campo bagnato. Un intervento seguito da un rumore terribile: quello della gamba di Pardoe che si rompe in tre parti. Un’entrata che ha messo fine alla carriera del difensore, un’entrata che la Commissione disciplinare della Federazione non ha gradito affatto. Così nel gennaio del 1971 Georgie era stato convocato a Londra per una tiratina d’orecchie.

Sir Matt Busby, che nel gennaio del 1971 era tornato alla guida della squadra, decise di accompagnarlo. L’appuntamento era fissato per la mattina presto alla stazione di Manchester. Un appuntamento al quale Best non si presentò mai. La sera prima aveva fatto troppo tardi per riuscire ad alzarsi dal letto, figurarsi se era in grado di difendere la sua causa. Matt arrivò nella capitale tutto solo. George lo raggiunse diverse ore dopo. Alla fine la Federazione stabilì la pena: sei settimane di stop e una multa da duecentocinquanta sterline. Busby e Best fecero sì con il capo e tornarono in albergo. O almeno ci provarono. Quando le porte dell’ascensore si chiusero alle loro spalle il calciatore vomitò sulle scarpe del suo allenatore. Un’incidente al quale George reagì uscendo tutte le sere per una settimana. Naturalmente senza poi presentarsi per gli allenamenti. E così, mentre il sabato i suoi compagni erano saliti sul treno per andare a giocare a Londra contro il Chelsea, lui se ne era andato a far visita all’attrice Sinead Cusack. E in poco tempo tutti i giornalisti dei tabloid inglesi erano sotto quell’appartamento. Busby aveva aspettato. Aveva aspettato che si posasse quel polverone e aveva convocato Best nel suo studio per annunciargli la sua decisione di sospenderlo per due settimane.

George Best
Ma anche quando va in campo George non riesce a fornire più le prestazioni di un tempo. Comincia a pensare di lasciare il Manchester United per cambiare aria, comincia a pensare di mollare il calcio. Una decisione che rende pubblica il 20 maggio del 1972. Poche parole ai giornali prima di salire su un aereo e volare a Marbella. Un paio di shandy appena sveglio, qualche birra a metà mattinata, vino bianco a pranzo, una fila di bicchierini prima di andare a dormire. Giusto qualche ora di sonno prima di ricominciare tutto daccapo.

George ingoia litri di alcool e si schiarisce le idee. Torna ad allenarsi, torna in forma, torna a essere un giocatore del Manchester United. Ma la stagione 1972/1973 si rivela un disastro. Best torna a deprimersi per le sorti della squadra e comincia nuovamente a saltare gli allenamenti. Ancora e ancora. Fino a quando, a dicembre, non fa perdere le sue tracce e scappa a Londra per qualche giorno. Il Consiglio di Amministrazione del club lo sospende per due settimane e lo inserisce nella lista trasferimenti per una somma vicina alle trecentomila sterline.

Una punizione che dura solo nove giorni. Pochi mesi dopo le carte si mescolano nuovamente. Tommy Docherty, che era diventato allenatore dello United nel dicembre del 1972 riuscendo a salvare una squadra a pezzi, aveva deciso di recuperarlo. Credeva che George avesse ancora qualcosa da dare al Manchester United. Best riprende ad allenarsi da solo tutti i giorni, recupera tono muscolare, recupera grinta. Solo che i Red Devils cominciano la stagione in maniera vergognosa. Nell’ottobre del 1973 “Doc” chiede al suo asso di stringere i denti e tornare a giocare. Anche se sa che non è in forma. Anche se sa che rischia di perderlo definitivamente. George accetta e scende in campo contro il Birmingham. Un ritorno che tutti aspettano. Un ritorno che dura poco. Dopo soli quarantacinque minuti è stremato e viene sostituito. L’ennesimo fallimento di una stagione oscena.

George Best

Best con la maglia dei LA Aztecs nel 1978.

George Best si alza in piedi e comincia a camminare lentamente lungo la tribuna. È ancora scosso. Stavolta non riesce a ingoiare il rospo e a far finta di niente. Stavolta non riesce a trovare un motivo per tornare a sperare. Non oggi, non sabato 5 gennaio 1974. Un pomeriggio diverso da tutti quei pomeriggi tipicamente inglesi. Un pomeriggio in cui il Manchester United doveva affrontare il Plymouth nel terzo turno della FA Cup.

Non riesce a darsi pace, a non pensare alla discussione con Docherty. Non riesce a dimenticare le parole che gli aveva detto il suo allenatore. «Oggi non giochi perché giovedì hai saltato gli allenamenti». George aveva provato a ricordargli che in verità si era allenato da solo nel pomeriggio, che ci aveva provato a dare il massimo, che aveva tentato di rimettersi in forma e che l’aveva fatto solo per lui, per il suo Mister. Quello che invece non può dirgli, è che non si era allenato perché doveva ancora riprendersi da un veglione di Capodanno che era riuscito a far durare fino alla sera del 2 gennaio.

George è teso e nervoso, ma allo stesso tempo è lucido e razionale. Capisce che se non era in grado di giocare contro il Playmouth tanto valeva lasciare stare. Tanto valeva salutare tutti e andarsene. «Sono finito» aveva detto a qualche compagno prima di salire sulle gradinate dell’Old Trafford per l’ultima volta. E ora George non si ricordava da quanto tempo se ne stava lì da solo. L’unica cosa che sapeva era che aveva bisogno di tempo. Tempo per far evaporare le lacrime dal suo corpo, tempo per salutare quella che era stata la sua casa, tempo per capire se poteva di nuovo prendere in mano la sua vita.

George Best

Best sente dei passi furtivi alle sue spalle. Si gira piano. Si gira sperando di trovare un compagno, un amico, uno sconosciuto. Si volta sperando di trovare qualcuno che lo faccia sentire importante ancora una volta. Per l’ultima volta. E invece davanti ai suoi occhi si materializza solo la sagoma di un inserviente. «Dobbiamo andare, George, è ora» gli sussurra con un filo di voce. George Best annuisce con la testa, si tira su, imbocca l’uscita. Ma prima di andarsene lancia un’ultima occhiata a quella colata di cemento. Un modo romantico per dire addio al Manchester United. Stavolta per sempre.

Foto: Getty Images.

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