Feed

Germania contro Olanda. Milano contro Milano

By 21 Settembre 2019

Il 24 giugno del 1990, a San Siro, Olanda e Germania si affrontano negli ottavi di finale dei Mondiali. Da una parte i tre tedeschi dell’Inter, dall’altra i tre oranje del Milan. Un derby fra nazionali che è la sintesi perfetta del duello fra nerazzurri e rossoneri di quegli anni

È l’estate del 1990 e in una notte di giugno si sfidano a San Siro, in un ottavo di finale di un Mondiale, la Germania e l’Olanda. Per la prima e forse unica volta nella storia della Coppa del Mondo si affrontano due squadre di club. No, non è un errore: non solo infatti ci sono in campo tre giocatori dell’Inter da una parte, e tre giocatori del Milan dall’altra – all’epoca il 100% degli stranieri tesserabili -; ma le squadre sono schierate con due moduli molto simili a quelli che i rispettivi club hanno scelto per conquistare la supremazia in Italia e in Europa.

La Germania gioca a uomo, in panchina c’è Beckenbauer ma potrebbe esserci tranquillamente Giovanni Trapattoni; l’Olanda è la brutta copia della squadra campione d’Europa di due anni prima, ma conosce solo un tipo di calcio, e prevede la copertura e l’attacco della zona. Il paragone con Sacchi è azzardato, ma se la spina dorsale della squadra recita: Frank Rijkaard, – che però gioca da centrale difensivo – Ruud Gullit, Marco Van Basten: il pensiero non può che andare lì.

Sarebbe una partita dei Mondiali con tre giocatori dell’Inter che affrontano tre giocatori del Milan, se solo per un incredibile scherzo del calendario, e della classifica avulsa – l’Olanda chiude a pari punti con Inghilterra e Eire ma si qualifica come terza del suo gruppo – non si giocasse a San Siro. Che nel girone di qualificazione ha adottato la Germania, ma ora si divide in due.

L’espulsione di Rudi Voeller e Frank Rijkaard (Photo by Bongarts/Getty Images).

La Nord a tifare per i tedeschi, la Sud, covo della Fossa dei Leoni rossoneri, per gli olandesi. Non succederà mai più qualcosa di simile in un Mondiale. La deciderà l’ultimo dei tedeschi nerazzurri, quello dell’anno dopo. Quello che spesso fa saltare gli almanacchi, i ricordi e le formazioni recitate a memoria. Perché nell’anno dello scudetto dei record lui, Jurgen Klinsmann, non c’è.

È già stato opzionato ma resta un altro anno a Stoccarda. Al suo posto l’Inter prova a prendere Madjer, il tacco di Allah, ma qualcosa dopo la presentazione ufficiale va storto e quindi deve ripiegare su un giocatore che già conosce il campionato italiano. Si chiama Ramon Diaz ed è un attaccante che oggi farebbe la fortuna di tanti allenatori. Un falso nueve perché nell’Inter il centravanti indossa la maglia numero 11 e di nome fa Aldo e lui, Diaz, che gioca con la 9 fa tutto il resto. Quello che gli riesce meglio è creare spazi per Serena, Nicola Berti e Lothar Matthaus.

Ma torniamo all’ottavo di finale del Mondiale italiano. Di quella partita si parlerà molto soprattutto per lo scambio di cortesie – sputi e schiaffi – tra Rijkaard e Rudi Voeller entrambi espulsi, ma realmente la Germania vince il Mondiale quella sera. Vendicando la semifinale di due anni prima persa in casa contro gli olandesi, che prima di allora non erano mai riusciti a vincere (una vendetta che alcuni olandesi aspettavano da prima della guerra), e superando il più difficile degli ostacoli: il derby di Milano. In una Coppa del Mondo. Grazie ad una difesa pressoché perfetta, comandata da Klaus Augenthaler e dal fortissimo Jürgen Kohler e con i contropiedi letali dell’altro Jürgen. Chiudete gli occhi e tornate indietro di un anno: al 1989.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Il calcio estivo è fumido come l’aria appena dopo gli scrosci di un temporale
Al Festivalbar spopolano la Steve Rogers Band, con Alzati la gonna, Scialpi e Scarlett con Preghereie la giovanissima Vanessa Paradis, che poi diventerà moglie di Johnny Depp con Joe le Taxi.

Berlusconi rafforza il Milan che ha appena conquistato lo scudetto con il terzo olandese, Frank Rijkaard. L’obiettivo, dopo aver sfilato lo scudetto al Napoli, è quello di conquistare l’Europa. Se il primo anno di Sacchi è stato sorprendente, il primo di Trapattoni a Milano è stato, eufemisticamente, piuttosto deludente.

Iniziato con una storica sconfitta in casa contro il Pescara di Sliskovic, dopo una sconfitta in Coppa Italia ai rigori contro il Taranto, si concluderà al quinto posto e con il congedo dai due stranieri: l’argentino Daniel Passarella e il belga Vincenzo Scifo. Trapattoni ha due strade: rifondare la squadra e ritoccarla nei punti chiave. Il che implica delle scelte coraggiose e la cessione di due leader. Oltre al libero argentino va via, direzione Torino sponda Juventus, Spillo Altobelli.

Con l’automatica responsabilizzazione di Beppe Bergomi, Walter Zenga e Riccardo Ferri il cui stile pareggerà finalmente la grinta. La squadra viene innerbata di forza teutonica con l’arrivo dei due tedeschi che meritano un capitolo a parte. Presentati come “Un Tardelli con meno classe” e “un terzino che non esalterà le folle, ma è utilissimo e garantisce una spinta continua sulla sinistra” dallo stesso Trap, si riveleranno molto molto di più.

Andreas Brehme (Photo by Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images).

Dell’attaccante in prestito si è già detto, vale la pena spendere due parole su due acquisti apparentemente di seconda fascia: l’ala destra del Cesena Alessandro Bianchi e il tuttocampista della Fiorentina Nicola Berti. La certezza è il modulo, lo dice Gianni Brera in un suo articolo per Repubblica. Un articolo che ha i versi di un sonetto.

Ernesto da Taliedo (Pellegrini ndr) ha acquistato come un nababbo: miliardi (fin troppi) per il giovane Berti, miliardi per Diaz, un argentino spirito bizzarro, miliardi per Bianchi e per due tedeschi così bravi che sembrava quasi lecito invitare non fossero avariati: Matthaeus e Brehme, entrambi nazionali, entrambi vocati al gioco costruttivo e per giunta capaci di goleare. Messo fuori Scifo, lasciato cadere Fanna per l’avvento di Bianchi, motorino cesenate di splendide speranze. Tenuto Matteoli, piccolo e razzente, dirottato Mandorlini dove prima ringhiava il suo genio Passarella; (…) sul modulo, vamonos tranquillos.L’italianista Giovanni Trapattoni parla come mangia. Sulla carta, la benamata non è inferiore a nessun’ altra avversaria: il solo Milan si annuncia come il babau, ma può succedergli pure di denunciare ruggine nelle gambe: tutti i suoi nazionali sembrano un po’ stanchi, e gli altri pure (per il gran correre fatto). Se il Trap convince i suoi di poter tenere la botta, chissà che non la tengano davvero con onore. Toccando ferro, l’ipotesi è da considerarsi abbastanza fondata. Auguri interessati. (Repubblica 3 agosto 1988).

Gianni Brera azzecca praticamente tutti i pronostici. Le splendide speranze di Bianchi, il ruolo decisivo dei tedeschi, la nuova consapevolezza di Trapattoni. Persino la stanchezza e la ruggine delle gambe del Milan, che però è in realtà un progetto molto più ambizioso: vincere in Europa. Per farlo rinunciano volentieri a spingere sull’acceleratore di domenica per concentrarsi sulle partire notturne del mercoledì.

Gullit in azione contro il Napoli: (Allsport UK /Allsport).

Il derby della stagione 1988 – 1989 mette di fronte quella che sarà l’Inter dei record (58 punti) contro il Milan di Arrigo Sacchi. Quello che dopo aver superato a fatica la Stella Rossa agli ottavi di finale andrà a vele spiegate fino a Barcellona, dove si disputerà la finale più disequilibrata di sempre. Per il risultato, per il gioco, visto che i rumeni della Steaua faranno fatica persino a superare il centrocampo, per l’esodo (80.000 contro pochi funzionari di stato di Ceacescu), per la bruttezza delle maglie della squadra di Bucarest: talmente anonime che non si legge il numero, nemmeno quello di Hagi.

I derby sul campo finiscono con una vittoria dell’Inter all’andata, rete di Aldo Serena su assist di Bergomi, e un pareggio al ritorno. Ma in realtà, diversamente da quanto accade in altre piazze, dove la stracittadina diventa una delle poche cose che contano della stagione, la sfida va ben al di là delle due partite. È una contesa tra due modi diversi di vedere il calcio: non tanto uomo contro zona, sarebbe persino banale ricordarlo, ma individuo contro collettivo. Ricerca del risultato contro ricerca della bellezza.

Quella che il Milan ad esempio sublima al Bernabeu, non vincendo ma pareggiando contro il Real, giocando però una partita a livelli di intensità forse mai visti prima del 1989 e probabilmente per molti anni a seguire. Butragueño dirà che alcuni giocatori del Milan, Paolo Maldini su tutti, quella sera erano inagotables.

Il vero derby del 1989 Inter e Milan lo giocano a distanza. Perché l’Inter ha un unico grande obiettivo: tornare a vincere in Italia. Infatti in Coppa Uefa va fuori contro il Bayern Monaco dopo aver regolato i tedeschi per due a zero (partita diventata famosissima per la cavalcata di Nicola Berti) a casa loro. Al ritorno a San Siro l’Inter prende 3 gol in sei minuti e va clamorosamente fuori.

Con questo spirito si prepara ad affrontare il derby di andata che vincerà, facendo capire che quello internazionale è stato solo un incidente di percorso. Anche il Milan risponde alla sconfitta nel derby sul suo campo preferito: preparando la sfida al Werder Brema, avversario dei quarti di finale di Coppa dei Campioni. I duellanti si sfidano a distanza. Allo scudetto dei record, il Milan risponde con la Coppa dei Campioni del bel gioco. Quello che fino all’anno prima era più che altro un vezzo, raggiungere la vittoria attraverso il bel gioco, con il Milan diventa l’unica strada percorribile. Quella del 1989, a trent’anni esatti di distanza, è la storia del derby più bello di sempre.

Sarà simile – perché a Milano i corsi e ricorsi storici sono più frequenti che altrove – la stagione 2007, con l’Inter campione d’Italia e il Milan campione d’Europa. Ma il dna delle due squadre non è così differente, la disputa filosofica tra principi tattici e ideologici non sarà così accesa, e con le frontiere aperte agli stranieri non esisterà nessun blocco, nessuna spina dorsale internazionale. Mentre alla fine degli anni ’90 era usanza abbastanza frequente: i tedeschi dell’Inter, gli olandesi del Milan, i sudamericani del Napoli, persino i russi della Juventus. Ecco perché quel derby giocato in un Mondiale resta – al di là del risultato – forse la sintesi perfetta di questo duello. Il derby che pur restando a San Siro, supera i confini della città per approdare in una Coppa del Mondo diventando iconico.

Cristiano Carriero

About Cristiano Carriero

Giornalista e storyteller, scrive di calcio, tra le altre, per Esquire, Rivista11 e Il Nero e l’Azzurro di cui è co-fondatore con Michele Dalai. Ha pubblicato tre libri sul Bari: “Che storia la Bari”, “La Bari siete Voi” e “Tanto non Capirai”. Fondatore de La Content Academy, Docente di marketing all’università di Comunicazione e pubblicità di Urbino, curatore della collana di digital marketing di Hoepli, con 11 titoli pubblicati.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
È il 21 settembre 1986 e fa il suo esordio...