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Gianfranco Zola, il genio timido

By 15 Giugno 2020

Storia di un bambino introverso che ha iniziato a calciare contro una porta disegnata su un muro e che è riuscito a conquistare l’Inghilterra.

Se guardate la Sardegna mentre si avvia a sera, prende il profilo severo di Salvatore Satta, se sbirciate la Sardegna di notte vi sembrerà di essere nei capelli nerissimi di Maria Carta, se la guardate all’alba la Sardegna avrà la voce di Andrea Parodi e quando il mattino avrà superato mezzogiorno somiglierà alle dita silenziose di Grazia Deledda; se invece guardate la Sardegna quando la luce è ancora alta, sarete convinti che sia il piede destro di Gianfranco Zola.

Terra di ombre e di luci, di mare e di pietre, dove il silenzio dell’acqua ha la stessa profondità di quello dei nuraghi; da questo silenzio, a Oliena, provincia di Nuoro, è nato Zola. Oliena è il paese del Nepente, vino dei miti antichi, quello che calmava gli animi degli afflitti e dei soldati, quello che cancellava la tristezza dal cuore degli uomini.

 Ben Radford /Allsport

Qui il piccolo Gianfranco si allenava con il pallone contro un muro su cui aveva disegnato una porta di calcio, lui scendeva da casa sua, in via Italia 70, e passava ore e ore a colpire la palla approfittando di Nennedda e Ignazio, suoi genitori, che lavoravano l’intera giornata al bar del paese; bambino piccolo e minuto, preferiva far crescere il talento piuttosto che l’altezza.

Lui andò a giocare nel Pane Carasau – sì proprio quello buono e croccante che si conserva a lungo – dove allenatore era suo cugino che di mestiere faceva il panettiere; cominciò a scontrarsi con bambini più grossi, più alti, più cattivi. Il corpo degli altri diventò la sua intelligenza, la sua creatività, la sua determinazione; ogni contrasto, spinta, altezza degli avversari trasformarono lentamente lo sguardo di Gianfranco: doveva trovare il modo di avvicinarsi a questo mondo, eliminare le distanze che il corpo altrui poneva come limite.

 Mark Thompson/Allsport

La tecnica raffinatissima del sardo viene anche da questa necessità, il suo stato di bisogno sul campo lo costrinse a raggiungere l’abilità di Ulisse. Quando nella sua vita arrivò l’allenatore Zomeddu Mele – il piccolo Zola nel frattempo era passato alla Corrasi – invece di dirgli che il pallone per lui non era cosa, lo mandò ad allenarsi nella palestra del  pluricampione italiano di sollevamento pesi Nardino Masu, che lo aiutò a mettere massa.

Zomeddu e Nardino, con la fatica della palestra e del campo, entrarono nel corpo di Zola e aumentarono la sua convinzione nel voler diventare un calciatore, pure se non era alto e grosso. Gli avversari adesso gli erano più vicini e quanto più lo erano tanto più li superava, la distanza cominciava a farla lui e non più il corpo; Zola stava diventando davvero magic box, come poi venne chiamato in Inghilterra.

LaPresse

Una scatola piena di trucchi, di sorprese, di stupori, quella che fa tornare ogni adulto bambino; ci sono infatti calciatori che trasformano il calcio in battaglia, lotta, furore e altri che, come Zola, ne fanno uno spettacolo che toglie da dosso gli anni che troppo spesso ci appesantiscono, restituendoci la seriosa leggerezza dell’infanzia.

Imparò anche il judo per istruirsi su come cadere, per capire meglio il suo corpo e renderlo come il suono che esce dalla tromba di Paolo Fresu: armonia. Intanto giocava e giocava sempre meglio, però al Cagliari lo scartarono: troppo piccolo fisicamente. Lo era anche quando nel 2005, anticipando il gigantesco Zebina, segnò colpendo la palla di testa: Cagliari 1 – Juve 1.

Nuorese e poi Torres lo accolsero, invece. A Sassari arrivarono il primo stipendio, il servizio militare alla caserma Gonzaga, la casa in via Galilei, la Bmw serie 1, il colonnello Faedda, il vicellenatore Fusar, i calciatori Petrella e Del Favero, la promozione in C1; sono nomi, cose, uomini, esperienze che vanno trasformando sempre più Zola.

 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Venne acquistato dal Napoli, nel 1989: c’erano Maradona, Careca, Alemao. Qualcosa finalmente stava cambiando, la porta disegnata sul muro ancora c’era, quella porta era il suo sogno, lo specchio attraverso il quale raggiungere il Mondo Specchio; e lo aveva appena superato per raggiungere il pallone caduto sull’altro lato. Vinse lo scudetto, Maradona andò via e indicò Zola suo erede, le punizioni del sardo ancora oggi sono un trattato su come Dio scenderebbe sulla terra se dovesse decidersi a tornare; le traiettorie del pallone erano tutt’uno con il corpo e con il piede, un prolungamento che i portieri spesso osservavano con lo stesso stupore dei cittadini di quei film di fantascienza degli anni Cinquanta, mentre atterravano dischi volanti nel loro paese.

Zola portava nel calcio la sua geniale inventiva, i suoi dribbling stretti come il silenzio; i suoi assist erano un flashforward: vedevano il futuro un momento prima degli altri e quando tornava il presente qualcosa di bello era avvenuto. Un solo scudetto vinto, c’è scritto, Zola non è d’accordo, se lo vinci a Napoli ne sono dieci, i numeri nel calcio non sono sempre una statistica piuttosto una condizione umana.

© ENRICO LOCCI / LAPRESSE

 Zola, quando colpiva il pallone, aveva presente la folla, il tifoso e Gianfranco bambino; poi dentro di lui fermentava la Sardegna ostinata, cocciuta, umile e forte. La sua timidezza è osservazione degli altri, capacità di comprendere per espandersi e non rimpicciolirsi nelle proprie abitudini.

A Napoli, dopo la luminosa presenza di Maradona, fece del numero 10 più che un faro un sentiero su cui poggiare i piedi in modo sicuro; sulle sue spalle pareva la misura biblica della giustizia. Napoli si attaccò alla sua maglia, alla maglia di questo giovane così timido che invece di salire sul pullman per andare in ritiro per la prima volta con il Napoli, rimase fermo a guardare i calciatori già a bordo, fino a quando il mediano Massimo Crippa non lo riconobbe e lo accompagnò sopra.

(Photo by Mike Hewitt/Allsport/Getty Images)

Zola, oltre a piedi di rara geometria, aveva negli occhi il suo talento: quello di saper vedere le cose, soprattutto di voler imparare il mondo così com’è senza provare a racchiuderlo nel suo; da Napoli andò via per motivi economici, tra il dolore della gente, la società aveva bisogno di soldi e fu costretta a vendere i migliori. Andò al Parma, quello grande di Nevio Scala, poi nel 1994 ai Mondiali negli Usa, e qui la sua sofferenza: all’ esordio venne espulso dall’arbitro Brizio per fallo inesistente sul difensore nigeriano; le braccia si avvolsero attorno allo stomaco, si inginocchiò come per iniziare una preghiera di lutti, l’ingiustizia lo piegò mentre teneva le mani sulla testa; e pianse, perché nemmeno nel calcio le teodicee possono giustificare il male.

Con il Parma vinse la Supercoppa Uefa e la Coppa Uefa. Nonostante l’amarezza statunitense, era ormai un campione che però ebbe contrasti con il nuovo allenatore Ancelotti per averlo spostato alla sinistra del centrocampo. Troppo lontano da se stesso. Meglio andare via. Londra, Chelsea, a trent’anni.

Zola al pianoforte con i Tazenda (LaPresse).

Gol di tacco, punizioni, miglior giocatore della Premier, entusiasmo dei tifosi, Coppa d’Inghilterra e magic box, il suo calcio è una magnifica invenzione, eppure all’inizio c’era diffidenza su di lui e Zola, come sempre, preferì il silenzio della provincia perché il rumore lo lasciava fare agli altri; diventò il miglior giocatore di sempre del Chelsea, quando andò via la sua maglia numero 25 venne ritirata. Vinse altre coppe ancora ma lui era magia, incantesimo, Sardegna in festa. Dove ritornò, in serie B, a Cagliari. Fu come se incontro gli andasse Grazia Deledda, con cui avrebbe voluto parlare se morte e vita potessero ogni tanto coincidere.

“Cosima, poi, sentiva per lui un senso sconfinato di confidenza e qualche volta anche di ammirazione. Non si preoccupò, quindi, nel vederlo apparire in alto, sul pianerottolo del primo piano, mentre ella saliva il secondo rampante delle scale”.

La Sardegna lo aspettava, come la Cosima di Grazia Deledda gli andò incontro salendo le scale, lui portò il Cagliari in serie A e il suo ultimo gol lo fece contro la Juve, tiro a volo nell’area di rigore. Su quel muro adesso non c’è più la porta, lo hanno imbiancato, non è più necessaria, Zola ha di nuovo oltrepassato lo specchio per riportare il pallone al piccolo Gianfranco.

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