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Gigi Maifredi trent’anni dopo

By 26 Agosto 2020

Nel 1990 la Juventus decide di affidare la panchina a un Omone di 43 anni che sembrava il profeta di un calcio tutto nuovo. Ma niente andò come previsto

La spavalderia è sempre stata da scudetto, e in fondo non è nemmeno un peccato mortale. La tracotanza, la hybris, quella sì, la punisce anche Dante nell’Inferno: la fiamma dell’VIII Bolgia dell’VIII Cerchio avvolge Ulisse come la bolgia del fumo di una rivoluzione mancata blocca la storia di successo di Luigi Maifredi. E se Ulisse si confida col Sommo, Maifredi lo fa più prosaicamente con Xavier Jacobelli in un’intervista del 2017 alla quale regala l’epitaffio definitivo: «Alla Juve stecco perché sono un asino, un presuntuoso e la presunzione si paga».

Potremmo chiuderla già qui, ma se a trent’anni di distanza dall’inizio di un’avventura che non poteva finire che male i tifosi bianconeri ancora sussultano sentendo il nome di Maifredi più che quello di un Ferrara – il tecnico, non il difensore – o un Delneri, significa che la condanna sommaria non ha risentito di attenuanti. Aspettative, proclami, il gusto della sfida, ma lì si torna: la presunzione si paga.

Chi era Luigi Maifredi trent’anni fa, quando la Juventus lo volle in panchina? Maifredi era un allenatore della nouvelle vague, anni 43 ma di più a vederlo, era l’Omone non per il metro e ottantasei o il quintale abbondante, ma in rapporto all’Omino, quello di Fusignano, Arrigo Sacchi, nume tutelare di una delle forze antitetiche della cosmologia pallonara di allora: la zona, contrapposta all’uomo. Dualismi irriducibili, un classico di ritorno del nostro calcio, spinti e sfruttati all’esagerazione dal giornalismo di settore. Di qua o di là, e se fra gli anni ’60 e ’70 la guerra di religione era fra la difesa principe e il calcio offensivo e ricco di gol (di qua Brera, di là Palumbo: i totem, più che sul campo, erano sulla carta e la tenzone era tanto godibile quanto aspra), il conflitto tra zona e uomo aveva al tempo la connotazione delle magnifiche sorti e progressive contro le tattiche speculative dell’ancien régime. È il gioco delle parti: in tempi moderni, di qua gli esteti del bel gioco e di là i cultori del risultato, diatriba che vuol dire tutto e niente ma perpetua il manicheismo di cui sopra, dove la recita è in fondo più importante rispetto al soggetto.

© Ravezzani/Lapresse

Una tendenza che, per Maifredi, fu insieme forza attrattiva e repulsiva: o eri a zona o eri fuori tempo, e allora il tecnico bresciano andava di moda. Perché con l’Ospitaletto aveva richiamato l’interesse del Parma per il dopo-Sacchi, perché Corioni nel contempo gli aveva offerto il Bologna e lì all’Omone era andata di lusso, perché la Juventus voleva cambiare e cambiò. In effetti cambiò tutto, in fretta, senza criterio: Maifredi aveva sedotto l’Avvocato – anche grazie a Nello Governato, ex ds del Bologna, che a Torino era arrivato un anno prima dell’allenatore – ma l’infatuazione fatale per il moderno ha bisogno anche di nuove eminenze grigie per non apparire parziale, ed ecco allora Luca Cordero di Montezemolo, superman-ager del Mondiale catapultato a vicepresidente esecutivo ed Enrico Bendoni direttore generale, in sostituzione degli operativi iscritti ormai alla categoria passato, Boniperti e il fido Pietro Giuliano su tutti.

Una Juve nuova. «Inizia l’era della zona» era l’occhiello della copertina di giugno 1990 dell’organo ufficiale Hurrà Juventus – mensile che, per dire quanto siano cambiati i tempi, all’epoca aveva 25 mila abbonati e tirava qualcosa 250 mila copie al mese – il cui titolo, più che un inno all’unità di intenti, rappresentava il tentativo di chiamare a raccolta un popolo spaesato e pronto al fuoco amico: «Tutti con Gigi», facile scriverlo, salutati sbrigativamente Boniperti e Zoff con una Coppa Italia e una Coppa Uefa, difficili da pronosticare alla vigilia, nel palmares.

Intanto, però, la presunzione, all’inizio, caricò l’ambiente, e c’è da dire che lo champagne nelle dichiarazioni di Maifredi non mancò. Il personaggio era così, senza bisogno di pose: entusiasta, esuberante, sanguigno, incline alle smargiassate. Il Guerin Sportivo lo presentò con un articolo firmato da Giorgio Sbaraini, giornalista che di Maifredi era concittadino ed era stato suo padrino ai tempi della Cresima, e in quelle colonne c’è uno splendido spaccato dello spaccone che aveva il sole in tasca. Ai tempi dell’Ospitaletto, Sbaraini aveva sconsigliato Maifredi dall’accettare il salto a Bologna, e in quelle colonne ne riporta la risposta: «Vado a Bologna. E ti dirò di più: io vado a Bologna a vincere. Se mi va bene, tra pochi anni sono alla Juve». E infatti andò a Bologna, vinse, gli andò bene e dopo pochi anni eccolo la Juve.

LaPresse.

Lì l’Omone si giocò tutto, e tutto perse. Via i liberi alla Tricella e i contropiedisti alla Rui Barros, dentro i pretoriani Luppi e De Marchi, la mole di Julio Cesar, la freschezza di Corini e Di Canio (e, in un primo tempo, di Massimo Orlando) e a crescere il campione del mondo Thomas Hässler e, soprattutto, Roberto Baggio, cartellino da 25 miliardi di lire con annessa rivolta di piazza a Firenze che costò a Maifredi l’arrivo di un equilibratore come Dunga, forse l’uomo che più gli sarebbe servito. Fatta salva la disfatta di Supercoppa contro il Napoli, che vive di una letteratura propria, il campionato cominciò anche bene: in un futuristico look total black che costrinse alla maglia rossa l’arbitro Lanese, la Juventus debuttò vincendo a Parma, per poi inanellare una serie di pareggi in una lunga fase sperimentale in cui vennero giubilati il terzino Napoli e il re di coppa Galia, in cui Maifredi provò e riprovò, fuggì in avanti come l’ultimo dei puri e si ravvide ibridando il suo credo con la presenza in campo di Daniele Fortunato. Baggio segnava, Schillaci aveva smesso ma stava iniziando Casiraghi prima di bloccarsi per infortunio: risultati altalenanti, tanto bene o tanto male, eppure alla giornata numero 16, penultima di andata, la classifica diceva Inter e Juventus in testa a 22 punti, Sampdoria e Milan terze a 21 (ma i rossoneri avevano una gara da recuperare), Parma 20.

Luna di miele consumata per metà, poi sarebbe poi andato tutto a farsi benedire. A inizio marzo aleggiava già lo spirito della disfatta: Montezemolo contumace, un’eliminazione poco gloriosa dalla Coppa Italia, un ritardo in classifica irrecuperabile, poi ad aprile la sciarpa viola di Baggio e tutto crolla senza nemmeno essere stato costruito. La montagna della rivoluzione aveva partorito il topolino di una mediocre ordinarietà, non fosse che in Europa, in Coppa delle Coppe, ruolino e prestazioni erano da incorniciare, e forse non per caso: fra Sliven, Austria Vienna e Liegi la Juventus aveva superato i quarti dopo sei vittorie su sei e 22 reti segnate, e alla fine del primo tempo della semifinale contro il Barcellona la Juve del domani vinceva per 0-1 al Camp Nou. Finì 3-1 per gli altri, la squadra di Crujff in panchina e Stoichkov in campo, e il ritorno il 24 aprile si chiuse con un 1-0 dopo una caterva di tentativi, il più classico dei “grazie lo stesso”. Juve fuori dalla coppa, e poche settimane più tardi fuori dalle coppe tout court. Il 30 giugno 1991, scadeva anche il contratto di Maifredi il cui peccato capitale, più che aver fallito in bianconero, fu tornare a Bologna, scelta infausta: il futuro era già passato.

© Filippo Alfero / LaPresse

Fallì, davvero? Di nuovo Hurrà Juventus, luglio/agosto 1991, Vladimiro Caminiti mette su carta la voce di casa: «Non esiste un giudizio che si possa dare a caldo. Esistono addii […]. È chiaro che sarebbe somma ingratitudine da parte di tutti parlare di fallimento […]. Se ha sbagliato, lo ha fatto per amore». Saluto, il suo, che si contrappone al senso di catarsi del tifoso sbeffeggiato dai rivali che, da quella macchia, hanno ricavato la macchietta.

Se c’è una cosa che i mesi bianconeri di Maifredi avrebbero potuto insegnare al calcio, è che a certi livelli una transizione va governata in tutt’altra maniera. Figurarsi: mentre Maifredi lasciava la Juventus, l’Inter assumeva in pompa magna Corrado Orrico, altro gran personaggio da ascoltare per ore, altro uomo della nouvelle vague zonista al quale si chiedeva tutto e subito. Ecco, appunto. Indovinate come andò a finire.

 

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