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Chiellini non passa mai di moda

By 12 Settembre 2019

Mentre il ruolo del difensore subiva un restyling patinato, Giorgio Chiellini è rimasto ancorato alle caratteristiche primitive, all’idea antica di un corpo che si pone come ostacolo per un altro corpo. Ecco perché è un giocatore unico. Ecco perché la sua assenza pesa per la Juventus

A dispetto delle sue dimensioni, Giorgio Chiellini è un eccellente equilibrista. Riesce a bilanciare perfettamente il peso della sua presenza in campo a quello della sua assenza. Quando c’è, si “sente”; quando non c’è, pure, in egual misura. Per sei mesi, più o meno, Chiellini non ci sarà, costretto a recuperare da una lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio destro rimediata in allenamento. La Juve ha già iniziato a fare i conti con il peso della sua assenza, che ha contribuito a rendere palpitante l’ultima partita giocata contro il Napoli allo Juventus Stadium.

Non è roba da tutti i giorni vedere i bianconeri che si fanno recuperare tre gol –  per di più in casa. E, sebbene nel calcio di oggi sia più corretto parlare di fase difensiva più che di difensori, e distribuire in maniera collettiva e non individuale le colpe per i gol incassati, non è sciocco né grossolano pensare che con Chiellini in campo sarebbe stato diverso. In fondo, nelle ultime otto partite che ha giocato tra Juventus e Nazionale, il totale dei gol subiti è stato solo due.

Al suo posto, contro il Napoli, ha giocato Matthijas de Ligt. Lo stesso de Ligt che la primavera scorsa ha eliminato la Juventus dalla Champions League segnando il gol decisivo nel ritorno dei quarti di finale. Anche in quell’occasione, Giorgio Chiellini non c’era. E chissà se con lui in mezzo all’area de Ligt sarebbe riuscito a svettare sopra la testa di tutti con la stessa prepotenza. Vittima di una sorta di sindrome di Stoccolma, dopo l’acquisto di Ronaldo nell’anno precedente, la Juve è rimasta nuovamente sedotta dal suo castigatore e in estate ha speso 75 milioni per portare a Torino il difensore olandese che ha polverizzato il suo sogno europeo. Una cifra importante, che fa il paio con i 92 milioni spesi dal Manchester United per Harry Maguire e gli 85 investiti un anno e mezzo fa dal Liverpool per Virgil van Dijk. Soprattutto, è stata un’operazione che ha certificato il protagonismo dei difensori centrali nel mercato del calcio contemporaneo.

(Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)

I motivi di questa improvvisa irruzione nella scena sono chiari: l’importanza acquisita dalla prima costruzione, il coraggio e la capacità di tenere alta una squadra che vuole aggredire gli avversari nella loro area di rigore, insomma, la centralità dei loro compiti nella filosofia del “nuovo gioco”. Tutto questo ha portato i difensori nel giro di qualche anno ad essere gli attori principali di un’opera in cui, prima di oggi, non hanno mai vestito i panni delle star.

Seguendo la logica, in questo patinato restyling del ruolo che vede fiorire uno dopo l’altro centrali difensivi che trattano il pallone con la confidenza di centrocampisti, uno come Giorgio Chiellini non dovrebbe più essere riconosciuto come uno dei migliori difensori al mondo. Come tutti coloro che non riflettono i dogmi del tempo, avrebbe dovuto essere considerato fuori moda, superato, poco adatto alle esigenze della modernità.

Invece, anche quest’anno, Chiellini è stato inserito tra i candidati della top 11 della Fifa, e quando si pensa ai più forti centrali in circolazione, la mente corre veloce alla sua figura. Per lui, questa metamorfosi della categoria non è stata un limite, ma solo un’occasione per affermare in modo perentorio la sua unicità; un’opportunità per dimostrare a tutti che l’evoluzione va abbracciata, ma l’arte del difendere è inestinguibile. E che lui, in questo senso, è un artista ineguagliabile.

La sua cifra stilistica è la più fedele e prosaica rappresentazione delle caratteristiche fondanti, e se vogliamo primitive, del ruolo di difensore. Tanto che la sua immagine conduce immediatamente ad aggettivi quasi scomparsi dal dizionario calcistico: arcigno, ostico, rude. E restituisce un’idea di carnalità che il fioretto impugnato dal progresso ha quasi del tutto spazzato via; trasferisce l’idea antica di un corpo che, con tutte le sue forze, si pone come ostacolo per un altro corpo. Una presenza quasi “animalesca” che trova un perfetto riflesso nel portamento sul campo, in alcuni suoi movimenti, posture, gesti, e per i quali Chiellini non prova vergogna ma anzi fierezza, come dimostra l’esultanza che lo vede battersi le mani sul petto come un gorilla orgoglioso di aver difeso il suo territorio o conquistato una preda.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

La sua presenza selvaggia, sempre in equilibrio tra cattiveria agonistica e correttezza, oltre ad essere un ostacolo fisico, è un condizionamento mentale per gli avversari che si apprestano a incontrarlo. Chiellini ha la capacità unica di difendere con il solo pensiero: non è difficile immaginare attaccanti che la sera prima di una partita in cui se lo troveranno di fronte avvertano lo stesso tipo di ansia che assale alla vigilia di un esame quasi impossibile da superare.

Anche i più insospettabili. Zlatan Ibrahimović, per esempio. Non di certo un pavido né uno che fatica a ostentare la sua sicurezza, ma che di affrontare Chiellini si è sempre preoccupato e di questi timori non ha mai fatto mistero: “Per me è il marcatore più duro e ruvido, quello che soffro di più. È davvero difficile giocare contro di lui, non ti lascia spazio, non ti fa respirare… Ma Chiello mi piace, è leale, un combattente vero”. O come Edinson Cavani, caldo come tutti gli uruguagi ma rimasto segnato dagli scontri con Chiellini: “Nessuno mi picchiava come lui, una vera bestia”.

Non si contano le volte in cui Chiellini ha giocato con una fasciatura che gli copriva la testa come un turbante. E quel naso, che nemmeno Picasso avrebbe saputo disegnare, passato da un’infinità di scontri, botte, colpi. Per non parlare del famoso morso ricevuto da Luis Suarez. Quella della lotta, per Chiellini, non è un’epica esagerata ma un’esigenza, un’attitudine a riportare le cose allo stato brado che si impossessa di lui ogni volta che entra su un campo da calcio.

Fu così soprattutto all’inizio della sua carriera, come confessato in una vecchia intervista a Undici: “Quando avevo ventidue anni ogni partita era un modo per sfogare l’agonismo, era tutta una guerra, perché a quell’età sfogavo in quel modo la tensione e l’adrenalina. All’inizio è tutta una scoperta, e non capisci bene dove indirizzare l’energia, la tensione”. Uno stato di trans, un coinvolgimento così eccessivo da animare l’animale che si porta dentro, con i suoi pregi e i suoi difetti, come alcune simulazioni esagerate di cui ogni tanto, ineluttabilmente, è quasi “costretto” a rendersi protagonista, incapace di gestire la foga che si impadronisce di lui.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Un approccio che segna una nitida dicotomia con il Chiellini fuori dal campo, così mite e posato. Per certi versi Chiellini ricorda quegli amici che da sobri sono pacati e schivi, e da sbronzi diventano chiassosi e violenti. È come se a ogni fischio d’inizio scattasse un interruttore: “Chiellini è una persona eccezionale, quando arrivai alla Juve mi trattava benissimo, quasi come un fratellino, ero senza patente e mi scorrazzava in giro, ma in campo si trasforma, diventa un ‘maiale’, un cascatore”, furono le parole non proprio eleganti di Albin Ekdal.

Ma Chiellini, ovviamente, non è solo questo. Ridurre il giocatore alla retorica del guerriero che ogni domenica vive la partita come un campo di battaglia è un racconto miope e molto parziale. La sua ferocia agonistica è un elemento connotativo importante ma non definitivo né totalizzante. Il suo essere spigoloso, aspro, rabbioso, è una aspetto che si fonde perfettamente con le sue qualità calcistiche. Ottimo nelle letture, abilissimo nell’uno contro uno, fenomenale in marcatura e nell’occupazione del giusto spazio da difendere in area di rigore, Chiellini è di una brutale essenzialità.

Nelle sue mani, le basi teoriche che ogni difensore dovrebbe avere diventano un manuale rigoroso. Una diagonale, una scalata, una chiusura sono semplici nozioni che seguite da Chiellini acquisiscono preziosità perché scandite da una puntualità quasi scientifica e da un’intensità furente. E oltre all’efficacia con cui le mette in pratica, queste azioni trovano riscontri anche nelle reazioni mentali degli attaccanti avversari, che ben presto si trovano ingabbiati in una sensazione di impotenza, nel pensiero che di lì, oggi, sarà dura passare, e così finiscono per intimidirsi. Sandro Veronesi ne ha fatto una descrizione poetica e suggestiva: “Come può uno scoglio arginare il mare: col punto interrogativo è Lucio Battisti, senza è Giorgio Chiellini”.

Per quanto brillante, questa straordinaria commistione tra efficienza e vigore, tuttavia, non sarebbe stata sufficiente per conservare il suo posto nell’Olimpo dei centrali top al mondo in un calcio come quello di oggi che richiede ai difensori di trattare il pallone con estrema cura e precisione. Chiellini, che non ha piedi educatissimi, è riuscito a rispondere a queste nuove richieste attraverso la conoscenza e lo studio del gioco. Con lo stesso interesse nell’apprendimento che lo ha portato a conseguire due lauree, con la passione fiammeggiante che stimola curiosità e conoscenza, è arrivato con la testa lì dove con i piedi sarebbe stato difficile arrivare (la scorsa stagione ha raggiunto l’84.9% di precisione di passaggi).

(Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Ha avuto il tempismo e l’arguzia di capire in che direzione stava andando il calcio e ha modellato le sue caratteristiche alle nuove leggi del gioco, sebbene abbia accolto questa rivoluzione con diffidenza, soprattutto guardando al futuro di casa nostra: “Credo che l’avvento del guardiolismo, chiamiamolo così, in Italia abbia snaturato quello che ci ha sempre portati in fondo alle grandi manifestazioni per anni, cioè l’arte di saper difendere. Ormai i ragazzi arrivano in Serie A che si aprono bene, che sanno passare la palla, che sanno fare un lancio di quaranta metri, ma non hanno la minima idea di come si marchi, di come fare un uno contro uno. È una grossa deresponsabilizzazione e stiamo perdendo quello che poi ci ha portato in alto”, aveva dichiarato sempre a Undici.

Ciò che davvero lo rende speciale, il motivo per cui è ancora considerato insindacabilmente tra i migliori al mondo (oltre al prestigioso palmarès), è il fatto sì di essersi aggiornato, di aver abbracciato – anche se con qualche riserva – il cambiamento, ma sempre conservando l’essenzialità come valore, l’efficacia come virtù costituente di ruolo nato per proteggere e non per creare. Chiellini è riuscito nell’impresa di dominare la contemporaneità senza assecondarla del tutto, preservando la vecchia dottrina del difensore che, prima di tutto, prima di uscire in bello stile da una pressione, ha come obiettivo quello di non far segnare il suo avversario. Ha esaltato le qualità del difensore vecchio stampo nel contesto del calcio sofisticato di oggi, rendendole uniche.

Un alfiere della tradizione che restituisce al ruolo di difensore la sua natura primordiale, senza però essere fuori da questo tempo. E così, se c’è da spedire un pallone lontano perché il pericolo è imminente lo fa senza imbarazzo, anzi con orgoglio, in barba alla grazia, perché per lui la cosa più importante resta difendere. Arte in cui nessuno, al mondo, eccelle come lui.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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