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Giovani che non lo sono

By 3 Ottobre 2019

Perché i ragazzi di oggi sono già pronti

Pochi giorni fa, Erling Haaland, 19enne attaccante norvegese del Salisburgo, si è presentato al calcio europeo realizzando una tripletta al suo esordio in Champions League. Il modo migliore per far parlare di sé anche fuori dall’Austria, lì dove la sua straordinaria confidenza con il gol (ne ha già segnati 17 in stagione, in 9 partite) ha già prodotto titoloni e dibattiti sulla possibile nascita di una nuova stella. Mentre il gigante scandinavo strapazzava il Genk, a Dortmund, il 16enne Ansu Fati, dopo aver già segnato due volte in Liga, figurava tra gli undici titolari con cui il Barcellona si apprestava ad affrontare il Borussia, pronto per il suo precocissimo debutto nella massima competizione europea. Maurizio Sarri, nel frattempo, era ricurvo sul suo blocco di appunti per studiare un modo efficace – sempre che ne esista uno – per spegnere la fantasia di João Félix, il portoghese che a soli 19 anni è già il fulcro creativo di un top team come l’Atletico Madrid.

Il calcio europeo ha sempre più il volto puerile delle nuove generazioni. Un profluvio di giovanissimi si sta affacciando sulla scena con prepotenza, forse come mai era accaduto in passato. I nomi dei vari Haaland, Ansu Fati, ma anche di Daniel James, Mason Greenwood e moltissimi altri rimbalzano da una parte all’altra in un flipper alimentato anche dalla condivisione globale via social media, terreno fertile per far crescere l’hype dei talenti in erba che si rendono subito protagonisti nel calcio dei grandi. E così ci troviamo di fronte a continue scoperte. Di settimana in settimana facciamo conoscenza con nuove possibili promesse del calcio del futuro, ma anche del presente.

 

Nel virtuoso processo evolutivo abbracciato dal calcio, infatti, il talento sembra occupare finalmente un ruolo centrale e, soprattutto, sembra non avere più bisogno di troppo tempo e troppe verifiche affinché gli venga concesso di mettersi in mostra. La fiducia che un giovane calciatore doveva guadagnarsi con fatica, passando attraverso una serie infinita di esami, consigli, giudizi, oggi viene concessa con più leggerezza. Grazie a quest’apertura, il fuoco di questa nuova gioventù brucia rapidamente le tappe di un percorso di crescita che si dispiega su tempi molto più stretti rispetto al passato.

È evidente che le possibilità per i giovani di ritagliarsi un ruolo di protagonisti siano maggiori in contesti che attraversano difficoltà di varia natura: come il Chelsea, costretto a sottostare al blocco del mercato e meno preoccupato di affrontare la Premier League con un attacco in cui figurano ragazzi come Tammy Abraham e Mason Mount, rispettivamente di 21 e 20 anni. O in contesti dove talento e coraggio sono fondamenta ideologiche, come l’Ajax, ambiente che ha permesso a De Jong e De Ligt di giocare con la sicurezza di campioni navigati. Ma non solo, perché il roster del Barcellona è profondo, eppure la scelta è ricaduta su Ansu Fati, sebbene abbia guadagnato spazio per via degli infortuni di Messi e Dembélé.

(Photo by Aitor Alcalde/Getty Images)

Per quanto questo cambio di visione sia prezioso, non è l’aspetto che sorprende e incuriosisce di più attorno al discorso sulle nuove generazioni di calciatori. Ciò che davvero impressiona di questa nuova classe di giovani, e su cui vale la pena andare a fondo per coglierne le ragioni, è il modo in cui approccia al calcio che conta; è l’impatto, immediato e dirompente, che su di esso riesce ad avere. Perché se da una parte è indubbio che club e tecnici abbiano deciso di lanciare i giovani con meno riserve e più coraggio, dall’altra la fiducia concessa è anche il risultato della loro capacità di “reggere il gioco” e, addirittura, di incidere con costanza sulle partite, senza farsi schiacciare dal salto di categoria.

È un’attitudine chiarissima: sono sempre di più i giocatori che, in barba all’anagrafe, entrano in campo e impongono le loro qualità in un contesto che, in teoria, almeno all’inizio, dovrebbe presentargli delle difficoltà o quanto meno metterli in soggezione. Superano ogni barriera d’esperienza, governano l’emozione di giocare di fronte a decine di migliaia di persone, eludono le insicurezze di chi non si è mai confrontato con certi avversari e scendono in campo con il solo scopo di mostrare le loro doti e “il loro sapere” calcistico, nonostante l’età.

Grattando la crosta della meraviglia e provando ad addentrarsi in un’analisi più approfondita, i motivi di questo impatto fulmineo dei nuovi giovani sembrano soprattutto tre. Il primo ha a che fare con il progresso. Nell’ultimo lustro il calcio ha subìto mutamenti repentini e radicali, evidenti anche per lo spettatore più distratto. Questa evoluzione, oltre alle idee visionarie di tecnici pionieri come Guardiola, Klopp e altri, è dovuta al profondo cambiamento nello studio del gioco reso possibile dai nuovi strumenti a disposizione, grazie ai quali gli staff tecnici possono scandagliare in maniera dettagliata ogni aspetto tattico, tecnico, individuale, collettivo. L’avvento e l’utilizzo di questi strumenti ha allargato enormemente le competenze dei tecnici e ha portato a uno stravolgimento dei metodi di allenamento, dalla cima della piramide fino ai settori giovanili.

Oggi, i giovani giocatori devono rispondere a molte più richieste di quanto avveniva in passato. Sono obbligati, se ambiscono al professionismo, a curare tutte le sfumature del gioco. Il lavoro per crescere necessita così di grande applicazione, uno sforzo di cui, con fortuna e capacità, verranno presto ripagati. Il risultato di questo complesso apprendimento, infatti, è che una volta inseriti in un contesto di prima squadra, i ragazzi possiedono già un bagaglio di conoscenze che gli permette di inserirsi molto più rapidamente nelle dinamiche del calcio dei massimi livelli. Li aiuta a stare in campo con ordine e disciplina, mitigando la naturale euforia giovanile che porta ad essere istintivi e confusionari. A farli apparire meno grezzi, addirittura già maturi, al punto di essere in perfetta armonia con i grandi. E allora è possibile vedere un 16enne come Ansu Fati gestire con maturità la sua presenza sul campo, compiere spesso la scelta giusta, il movimento corretto e la giocata più funzionale alla squadra, senza tuttavia tarpare la sua sana esuberanza e imbrigliare le sue qualità tecniche.

Il secondo motivo riguarda l’atteggiamento, figlio della personalità. Molti dei giocatori delle nuove generazioni condividono una certa sfrontatezza, un’arroganza sbarazzina e mai nociva. Non hanno paura di emergere; la loro ambizione non è frenata dall’impaccio ma alimentata dal feroce desiderio di affermarsi e sorretta da una naturale predisposizione ad essere sicuri di se stessi. L’impressione è che non si tratti di semplice spocchia: questa invidiabile fiducia nei loro mezzi – senza che questi mezzi siano ancora passati per le prove più dure -, è anche il risultato di un sano sfruttamento del divismo generato dai social. Invece che disperderlo nella sola autoesaltazione, invece che montarsi la testa, il protagonismo prodotto da un’immagine immediatamente popolare diventa una scorciatoia per prendere coscienza di sé; un veicolo per crescere più velocemente e formarsi come giocatori; per acquisire le sicurezze necessarie ad affrontare la grande sfida della realizzazione.

L’ultimo punto utile per capire perché i giovani calciatori riescono a influire così velocemente concerne il fattore morfologico. Senza addentrarci in teorie evoluzioniste sulla specie umana, appare ormai chiaro che la fisicità e l’elasticità di cui dispongono molti giocatori delle nuove generazioni siano diverse rispetto a quelle delle generazioni precedenti. Così come la rapidità del loro sviluppo muscolare, favorito da nuovi macchinari e nuovi metodi utili ad accrescere rapidamente forza ed esplosività. Provate a prendere una foto di Haaland di un anno fa e mettetela a confronto con una di oggi. Soffermatevi sui quadricipiti di Hudson Odoi, Ryan Sessegnon, Nicolò Zaniolo. Pensate all’intensità con cui si muovono sul campo giocatori come Jadon Sancho e Vinícius Júnior. Tutti tra i 18 e i 20 anni, eppure i loro corpi sembrano quelli di chi ha già completato il proprio processo di crescita fisica. Questa inquietante maturità non può che favorire il loro adattamento nel calcio vertiginoso che si gioca oggi e, in alcuni casi, rappresentare sin da subito un valore aggiunto.

(Photo by Angel Martinez/Getty Images)

Il punto di svolta, probabilmente, è coinciso con l’irruzione sulla scena di Kylian Mbappé. Grazie a lui abbiamo avuto il primo contatto con la possibilità, fino a quel momento molto remota, di un teenager capace di avere il totale controllo di una gara, nel caso di Mbappé addirittura di dominarla, tecnicamente, fisicamente e mentalmente. Oltre alla sorprendente continuità di prestazioni, principale unità di misura per distinguere un giocatore maturo da uno ancora acerbo, fu facile accorgersi di quella precoce esplosione per via dei numeri che l’allora 18enne Mbappé registrò in quella fulminate stagione 2016-2017 in maglia Monaco. Soprattutto perché quell’abbondanza di gol e assist suggerì un immediato paragone con quelli, nettamente inferiori, registrati dai due fenomeni del calcio mondiale, Messi e Ronaldo, quando avevano l’età del francese. Mbappé fu perfetto prodromo di uno stile, quello basato sulla tecnica in velocità, e di una tendenza, quella dei giovani talenti che non subiscono lo scotto del grande salto riuscendo a imporre immediatamente le loro qualità.

Come avviene per tutti i cambiamenti, tuttavia, è difficile identificarli nel momento stesso in cui si verificano, e ci vuole del tempo per cogliere la transizione da uno stato all’altro delle cose. Oggi, tre anni dopo la conoscenza ravvicinata con quello quello che sarebbe arrivato resa possibile grazie a Mbappè (che in ogni caso rappresenta qualcosa di veramente speciale), abbiamo una mappa più attendibile delle generazioni che si affacciano al grande calcio. Un quadro in cui tutto è sempre più riconducile alla velocità: quella sul campo, e quella con cui i giovani calciatori crescono. Quella, in buona sostanza, che porta il futuro ad avvicinarsi sempre di più al presente.

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