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Gli inglesi non sanno vincere la Premier League

By 13 Maggio 2019
Allenatori inglesi non vincono la Premier

L’ultimo allenatore di Sua Maestà ad aver trionfato in campionato è stato Howard Wilkinson, con il Leeds nel 1991/1992. Da quando è nata la Premier, però, i successi sono stati tutti “stranieri”

L’incantesimo continua ancora: la Premier League non è mai stata vinta da un allenatore inglese. Detta così sembra una fake news, eppure è tutto vero: uno smacco quasi imperdonabile per i padri del calcio mondiale. Dal 1992, quando è nata ufficialmente, la Premier è stata appannaggio di due scozzesi (Alex Ferguson 13 volte e Kenny Dalglish una), quattro italiani (Ancelotti, Mancini, Ranieri e Conte), un francese (Arsene Wenger, 3 titoli), un portoghese (José Mourinho, 3 titoli), un cileno (Manuel Pellegrini) e uno spagnolo (Pep Guardiola, due volte).

L’ultimo inglese a conquistare il titolo nazionale in panchina è stato Howard Wilkinson, alla guida del Leeds United campione a sorpresa nel 1991-92, nell’ultima stagione della vecchia First Division. Wilkinson, detto “Sergente Wilko” (mutuato da un personaggio televisivo) per la sua attenzione alla disciplina, prese la squadra in seconda divisione, nel 1988, per portarla alla promozione nel ’90 e a quello storico successo due anni più tardi.

La forza del suo Leeds era soprattutto nel centrocampo, che mescolava qualità, classe, esperienza e grinta grazie a gente come il vecchio capitano Gordon Strachan, l’inarrestabile leader Gary McAllister, i giovani Gary Speed e David Batty oltre al “dodicesimo uomo” Steve Hodge, capace di segnare 7 gol preziosissimi a 33 anni. In porta c’era John Lukic, stilisticamente non sempre impeccabile, ma efficace e amatissimo perché prodotto del vivaio del club, il bomber era Lee Chapman (16 gol), assistito da Rod Wallace (11 gol). In difesa, invece, la qualità era data soprattutto da Tony Dorigo, che successivamente avrà un’esperienza anche nel Torino.

Eric Cantona, nuovo acquisto del Leeds, si prepara per fare il suo esordio in campionato. Foto: Getty Images.

In quel collettivo, a febbraio, si inserì alla perfezione Eric Cantona, acquistato in prestito con diritto di riscatto dal Nimes e reduce da settimane difficili in cui aveva deciso, addirittura, di lasciare il calcio. Il futuro “King Eric” entrò spesso a gara in corso, ma risultò decisivo più di quanto non dicano i numeri (3 gol in 15 gare, di cui appena 6 da titolare) soprattutto per la personalità vincente portata nel gruppo di Wilkinson.

Eliminato dal Manchester United di Alex Ferguson sia in FA Cup che in Coppa di Lega, il Leeds si prese la sua grande rivincita superando i rivali in campionato, dopo una strenua lotta testa a testa. Il titolo, per i ragazzi di Wilkinson, maturò con una giornata di anticipo, il 26 aprile 1992, grazie al 3-2 sul campo dello Sheffield United. Mozzafiato fu il sorpasso in extremis sui Red Devils, in vantaggio di 2 punti a tre giornate dal termine, ma crollati incredibilmente sul traguardo.

Howard Wilkinson festeggia insieme a Carl Shutt. Foto: Getty Images.

Da quel miracolo di 27 anni fa Howard Wilkinson è ancora oggi l’ultimo allenatore inglese profeta in patria. In quest’arco di tempo sono peraltro soltanto tre i tecnici che hanno sfiorato l’impresa, in stagioni ormai lontane: Ron Atkinson, sulla panchina dell’Aston Villa, restò in vetta alla Premier League fino ad aprile del 1993 prima di essere sorpassato dal Manchester United di Ferguson; Kevin Keegan, con il Newcastle United, ha dominato la Premier 1995-96 fino a metà marzo per poi essere bruciato sul traguardo dai soliti Red Devils di Sir Alex; Roy Evans, infine, sulla panchina del Liverpool ’96-97, ha ottenuto la piazza d’onore a pari merito con Arsenal e Newcastle, a 7 punti dallo United, assaporando la vetta della classifica soltanto per qualche settimana, tra dicembre e gennaio.

Per il resto la Premier League ha vissuto a lungo sul duello tra il francese Wenger e lo scozzese Ferguson, con l’inserimento dei tecnici stranieri vincenti già citati all’inizio, più qualche outsider, sempre forestiero, come Vialli, Houllier, Benitez, Hiddink, Di Matteo e Rodgers, che è britannico, ma dell’Irlanda del Nord.

Veterani inglesi come Harry Redknapp (639 panchine in Premier League) e Sam Allardyce (512 presenze) hanno messo in bacheca soltanto una FA Cup (Redknapp con il Portsmouth nel 2008) nelle rispettive lunghissime carriere. Lo stesso Redknapp, quando era al Tottenham nel 2009-10, e Alan Pardew, tecnico del Newcastle nel 2011-12, sono gli unici nativi d’Inghilterra ad essersi aggiudicati il premio di allenatore dell’anno della Premier League (“Premier League Manager of the Season”).

Allenatori inglesi non vincono la Premier

Roy Keane in posa durante la sua presentazione come nuovo acquisto del Manchester United nel 1993. Foto: Getty Images

Per il resto c’è un perdurante dominio straniero, confermato più che mai in questa stagione. Le cinque protagoniste del campionato e delle coppe europee sono tutte a guida non inglese: Pep Guardiola (Manchester City) è spagnolo, Jürgen Klopp (Liverpool) tedesco, Mauricio Pochettino (Tottenham) argentino, Unay Emery (Arsenal) spagnolo e Maurizio Sarri (Chelsea) italiano.

Da tempo peraltro, risultati alla mano, i migliori allenatori italiani sono più bravi di quelli inglesi. Un insuccesso non da poco per il british football se si pensa che la parola “mister”, per indicare un allenatore nel nostro Paese, è un retaggio del primo vero tecnico mai arrivato in Italia, William Garbutt, maestro inglese sbarcato nel 1912 per guidare il Genoa.

Ma perché i tecnici d’Oltremanica non vincono quasi mai? Difficile dare una risposta. Forse la tradizionale scuola inglese, fatta di agonismo feroce e lanci lunghi senza una maniacale attenzione tattica, non è riuscita a tenere il passo del calcio moderno: «L’avvento di tanti allenatori stranieri ha travolto la vecchia mentalità che sottovalutava l’aspetto tattico. Che ora si sposa con l’ardore e l’intensità inglese» ha spiegato pochi giorni fa Antonio Conte (vincitore della Premier 2017 con il Chelsea), alla Gazzetta dello Sport, nell’ormai celeberrima intervista in cui “rifiutava” la Roma.

Allenatori inglesi non vincono la Premier

Arsene Wenger presenta il nuovo pallone della Premier League, realizzato dalla Nike nel 2000. Foto: Getty Images.

Sembra diversa l’idea di Claudio Ranieri (campione inglese nel 2016 con il Leicester), che recentemente ha dato una lettura interessante dell’inferiorità dei club italiani rispetto a quelli inglesi, i quali, secondo lui, sono ancora legati alla vecchia tradizione calcistica di Sua Maestà, fatta di agonismo e poca tattica: «La grossa differenza tra l’Italia e l’Inghilterra è la pressione psicologica che blocca allenatori e giocatori, prima, durante e dopo la partita – le sue parole ai microfoni di Sky il 20 aprile scorso, dopo Inter-Roma – lì si è molto più liberi sotto tanti punti di vista. Ad esempio c’è meno tattica e ci si allena meno. Però poi in campo si va a mille all’ora, non ci si ferma mai, sia in allenamento che in partita. In Inghilterra chi è bravo ad adattarsi continua, mentre chi non lo fa va subito via. Quando ero a Leicester quasi nessuno dei miei giocatori abitava vicino lo stadio, con qualcuno che veniva da Londra e qualcun altro da Manchester. Pensate se solo accadesse qui in Italia. A Leicester ho fatto costruire una mensa dello stadio, altrimenti, per la tranquillità che si ha, tutti arrivavano a un’ora e mezza dall’inizio della partita».

Forse la chiave è proprio nella seconda parte dell’analisi di Ranieri: i tecnici stranieri hanno portato in Premier League una serie di attenzioni ai particolari che continuano a essere trascurate dagli allenatori inglesi. E magari la fusione tra la meticolosità forestiera e la scarsa pressione endemica d’Inghilterra dà la formula vincente che premia gli allenatori stranieri dei club inglesi, anche nelle coppe europee.

Allenatori inglesi non vincono la Premier

La tendenza, peraltro, non cambierà a breve: attualmente, in Premier League, gli allenatori inglesi sono soltanto cinque su 20, nessuno sotto i 40 anni e soltanto uno, Eddie Howe del Bournemoth, sembra avere qualche potenzialità interessante. In Championship, la Serie B d’Oltremanica, il panorama non è molto migliore, soprattutto per quanto riguarda i tecnici giovani: si potrebbe scommettere qualche sterlina su un buon futuro in panchina soltanto per Lee Johnson, 37enne allenatore del Bristol City, e per Frank Lampard, ex gloria del Chelsea, che a 40 anni sta lottando per la promozione in Premier League con il suo Derby County. Se son rose fioriranno: per ora, per i tecnici inglesi, si vedono soltanto le spine.

Foto: Getty Images.

 

Adriano Stabile

About Adriano Stabile

Nato a Roma, giornalista professionista freelance e autore di una decina di libri, attualmente collabora con GQ Italia, La Stampa e la rivista Scenografia & Costume. Cura inoltre il sito storiadellaroma.it

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