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Gli anni felici di Maradona

By 13 Agosto 2019

A 16 anni ancora da compiere Maradona ha esordito con la maglia dell’Argentinos Juniors. Saranno 5 anni fatti di amore, di 116 gol segnati ma, soprattutto, di una completa immedesimazione fra lui e il club

Quattro cuadras, ossia quattro isolati, separano la casa che dal 1977 al 1980 fu di Diego Armando Maradona allo stadio che oggi porta il suo nome. In quei pochi metri vi è rimasta intrisa l’enfasi del mito del primo calciatore in assoluto a mantenere la propria famiglia fin da adolescente, prima ancora di firmare un contratto da professionista.

Il quartiere è quello de La Paternal, un barrio residenziale, distante dalla frenesia del Microcentro, di Palermo o di Recoleta, i raggruppamenti urbani più di spicco di Buenos Aires. E solo in un quartiere autentico come quello poteva essere piantato il seme di una leggenda. Regalo dell’Argentinos Juniors, squadra con la quale aveva fatto tutta la trafila nelle giovanili, la casa sita in via Lascano 2257 è oggi un museo ribattezzato “La Casa de D10S”, attuale proprietà di Cesar Perez, guida e unico responsabile.

Figlio di Alberto Miguel Perez, segretario e avvocato che fece firmare al giovane fenomeno il suo primo contratto da professionista, Cesar apre da due anni a turisti e appassionati le porte dell’unica casa nella quale è permesso respirare l’aria di genuino entusiasmo che pervadeva tutta la famiglia Maradona, consapevole che quel ragazzo appena diciottenne avrebbe conquistato il mondo. Da si parte per tracciare un percorso volto a mostrare il periodo nel quale lo stesso Diego ha ammesso di sentirsi il più forte di tutti.

Leader e goleador

Per quanto riguarda le statistiche, in effetti è impossibile riscontrare una tappa più prolifica di Maradona a livello personale di quella all’Argentinos. I 116 gol e i 65 assist registrati in 166 incontri sono un dato spaventoso che però non si avvicina all’enfasi provocata dalle giocate del numero 10 allora in maglia rossa. Il fenomeno Maradona, iniziato il 20 ottobre 1976 con un tunnel alla prima giocata con in spalle il 16, andava al di là dei semplici numeri, come sarebbe poi stato per il resto della sua carriera.

Identificato totalmente con il club della Paternal, Diego avrebbe posto il seme del trionfo in una società allora prevalentemente operaia, dando il là allo sviluppo di una squadra che qualche anno dopo, senza lui in rosa, avrebbe vinto i suoi unici trofei nazionali e addirittura una Copa Libertadores. Il soprannome di “Semillero del mundo”, per via dei grandi talenti sfornati dal suo settore giovanile, sarebbe venuto fuori solo dopo l’esplosione dello stesso Maradona, al quale poi sarebbero seguiti fenomeni come Fernando Redondo e Juan Román Riquelme.

Arrivato alla fama nazionale a neanche 13 anni d’età il piccolo Pelusa proveniente dalla pauperrima Villa Fiorito era stato la grande attrazione dell’edizione del 1973 dei Giochi di Evita, un certamen per squadre di calcio giovanili di tutto il paese. Dopo aver portato in carrozza i suoi fino alla finale, Diego conobbe per la prima volta il doloroso morso a vuoto dei denti che mangiano la polvere: lo scontro decisivo vide infatti la sua squadra, le celebri Cebollitas, perdere contro una sconosciuta compagine della provincia montagnosa di Cordoba, dove tutti si nutrivano esclusivamente dal pesce di fiume che si procacciavano.

L’impatto con la dura realtà di ragazzini persino più poveri di lui lo fece maturare immediatamente dal punto di vista mentale. All’edizione successiva degli stessi giochi il trionfo dei Cebollitas si rivelò assoluto. E fu in quel momento che iniziò l’ascesa del genio di Fiorito. Con la maglia del Bicho (in spagnolo letteralmente animaletto) i pochi privilegiati che seguivano il calcio argentino dell’epoca poterono godere del Maradona più rapido e in forma di sempre. La sua giovane età non aveva ancora appesantito il suo corpo e la mancanza di eccessi, dovuta anche a una vita molto tranquilla in famiglia nella casa di via Lascano, permetteva al giovane Diego di usare al massimo il propellente fisico e psicologico che gli conferiva un tempo di gioco in più rispetto agli altri.

 

Erano “gli anni felici di Diego”, dice Daniel ‘Polvora’ Delgado, uno dei suoi compagni nelle giovanili dell’Argentinos Juniors. Nel piccolo e tarchiato Maradona si intravedeva l’entusiasmo di chi da subito voleva conquistare il mondo ma che seppe al contempo aspettare, sia per amore verso un pubblico e un ambiente che ormai l’avevano adottato, sia per completare quella maturazione in calciatore assoluto concretizzatasi nella vittoria del mondiale giovanile in Giappone nel 1979 e in una partita spartiacque dove sarebbe passato alla gloria.

Durante il campionato nazionale del 1980, nel quale l’Argentinos sarebbe arrivato per la prima volta nella storia al secondo posto, dietro il River Plate campione, Maradona festeggiò con nove giorni di ritardo i suoi vent’anni infliggendo un sono 5 a 3 al Boca Juniors andando in rete in quattro occasioni. Una volta dal dischetto, due su punizione e una su azione, sempre rigorosamente con il mancino, il Pelusa scrisse una storia della pagina del calcio argentino con un piede solo. Sfoggiando la malizia di un veterano. Questo exploit, tuttavia, non sarebbe passato agli almanacchi se non fosse stato per l’intervento della dittatura all’epoca imperante nel paese australe.

Un Pibe necessario
Josep Maria Minguella, agente catalano, si era recato a Buenos Aires nel 1977 per adocchiare tale Jorge Lopez, un’ala destra dell’Argentinos con un notevole potenziale, che avrebbe poi portato al Burgos. Il suo cuore venne però rapito da Maradona, per il quale esercitò una corte spietata che durò tre anni, fino a quando finalmente riuscì ad ottenere tutti i documenti necessari per il passaggio del Pibe de Oro al Barcellona.

Maradona

Maradona si rilassa con la famiglia (Allsport UK /Allsport)

Poco prima di chiudere la trattativa, però, Minguella fu convocato dall’ammiraglio Carlos Alberto Lacoste, secondo del comandante della marina e membro della triade dittatoriale dell’epoca Emilio Eduardo Massera. Arrivato all’appuntamento con Lacoste in un edificio governativo, all’interno del quale fu accompagnato da un soldato armato di fucile, Minguella si vide rispondere dall’ammiraglio: «Il ragazzo non può andar via. Il paese ne ha bisogno».

Erano i tempi crudi della repressione più atroce della dittatura al comando della quale vi era Jorge Rafael Videla, che aveva consegnato due anni prima a Daniel Passarella la coppa del mondo. Maradona era dunque il giocattolo di lusso che incantava una massa quasi ignara delle orribili sparizioni e torture che avvenivano in quel periodo. La partenza di Maradona al Barcellona fu così rinviata di due anni, il che permise al giovane prodigio di ergersi definitivamente a grande protagonista con l’Argentinos Juniors e, soprattutto, di poter orchestrare il magico passaggio al Boca nel febbraio 1981, ossia solo tre mesi dopo la sua spettacolare esibizione contro la sua futura squadra.

Come a Napoli
Nel quartiere della Paternal, dove le strisce pedonali si intravedono appena e la vita si svolge in mezzo alla strada, Diego ebbe una sorta di anteprima dell’impeto e dell’amore del popolo che avrebbe ricevuto a Napoli, seppur meno intenso. Quando già era un idolo dei tifosi del Bicho, spesso veniva invitato a mangiare un asado a un ristorante all’incrocio di casa sua, dove ancora oggi vive l’ultimo magazzino di bevande in grado di resistere alla crisi economica e nel quale lui andava a comprare la Fanta ai suoi fratelli.

Altre volte lo si vedeva partecipare a partite di truco, un celebre gioco di carte argentino, in un tavolo praticamente in mezzo alla strada. Insomma, la vita del primo Maradona fu tutt’uno con il barrio de la Paternal, dove pulsava forte il suo cuore di figlio di Doña Tota nella casa a due piani offertagli dal club e quello di calciatore ambizioso in uno stadio precario che più avanti avrebbero ribattezzato con il suo nome.

Maradona

Maradona gioca a truco insieme alla sua famiglia. (Allsport UK /Allsport)

Dopo cinque campionati consecutivi da capocannoniere e il record di 100 reti infranto senza neanche aver compiuto vent’anni, Diego sentì il bisogno di spiccare finalmente il salto in alto dal trampolino costruito con tanto amore per lui da Francis Cornejo, il suo scopritore, e dal quartiere. In seguito al passaggio al Boca e poi al Barcellona, tre anni e mezzo dopo aver lasciato la Paternal Maradona tornò in una realtà popolare, sia dal punto di vista calcistico che urbano.

Napoli lo aspettava con le sue strade sconnesse e la precarietà di uno stadio dismesso ma animato da grande fervore. Il primo rigo di una storia incredibile che tutti conoscono sarebbe stato scritto il 4 luglio 1984, un giorno prima della presentazione ufficiale. In quella occasione, arrivato allo stadio di nascosto, dopo un giro nelle viscere del San Paolo Diego disse al suo amico e procuratore Jorge Cyterszpiler: “Che, esto me recuerda Argentinos!”. Il Bichoera inaspettatamente tornato a casa. A 13 mila km di distanza dalla Paternal.

Antonio Moschella

About Antonio Moschella

Nato a Napoli, nel cuore del Mediterraneo, viaggia lavorando e lavora viaggiando. Senza fissa dimora, sfoga su varie testate la sua voglia di raccontare calcio e società. Con l’America Latina sempre nel cuore.

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