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God save the King

By 24 Maggio 2019

Dopo la squalifica per il calcio al tifoso del Crystal Palace, nell’ottobre del 2015 Cantona torna a guidare il Manchester United in una partita contro il Liverpool a Old Trafford. E il numero 7 metterà subito la sua firma sul match

 

Quando sistema il pallone sul dischetto nessuno ha più il coraggio di parlare. Nessun canto, nessun grido, nessun incitamento. Niente di niente. Solo l’asfissiante attesa di settantaseimila cuori cuciti insieme e sospesi in bilico fra l’orgasmo e la castrazione.  Eric Cantona prende la rincorsa, alza la testa, osserva con attenzione quella porta così piccola e quella sfera di cuoio così grande. Non ha paura, ci mancherebbe. Non lui. Non adesso. Non qui, in quella che è diventata la sua seconda casa. Lui, il francese scapestrato che ha conquistato la perfida Albione.

Che poi lui, di rigori, ne aveva messi a segno una tonnellata in carriera. Come nel Charity Shield contro l’Arsenal del 1993. Wembley, 7 agosto, risultato inchiodato sull’1-1 nonostante novanta minuti passati a dannarsi l’anima lì in mezzo al campo. Poi sono arrivati i penalties, come li chiamano da queste parti. Eric si è presentato dagli undici metri avvolto nella sua maglia numero 7. La maglia numero 7 che un tempo era di George Best e che d’ora in poi sarà ricordata come la sua maglia numero 7. Ha fatto qualche passo indietro, ha fissato i baffoni larghi e i capelli ordinati di Seaman e poi gli ha cancellato il sorriso dalla faccia con un destro a incrociare che è rotolato in fondo al sacco prima di incocciare sul palo di sostegno della rete.

Inspira. Espira.

Oppure la finale di F.A. Cup del 1994 contro il Chelsea. Allora neanche sapeva di quella maledizione, di quelle gambe che si facevano improvvisamente pesanti come il piombo al momento di calciare dagli undici metri, di quei due attaccanti che si erano visti neutralizzare i loro rigori nelle ultime finali della Coppa più antica del mondo. O almeno così è stato fino a quando non è arrivato lui. Eric si è portato le mani ai fianchi, con un gesto ha zittito Dennis Wise che stava farfugliando qualcosa alle sue spalle e ha calciato. Una botta secca sulla destra mentre Kharine svolazzava verso sinistra. Una botta secca sulla destra mentre Kharine svolazzava verso sinistra che ha ripetuto tale e quale sei minuti più tardi. Tutto qui. Tutto semplice, come se si trattasse di tracannare una birra giù al pub con gli amici. Due gol identici, due gol che per uno come lui sono quasi noiosi, due gol che l’hanno consegnato alla storia.

Inspira. Espira.

Questa volta, però, non è una questione di traiettorie, di parabole e di gol. Nossignore. Stavolta potrebbe anche prendere quella dannata palla e scagliarla su Marte o lasciar morire un cucchiaio sbilenco fra le braccia del portiere, che tutti gli batterebbero le mani lo stesso. Anche se il Liverpool è avanti 2 a 1. Anche se il Liverpool è avanti 2 a 1 in casa dello United.

Sì perché l’unica cosa che conta è il fatto che Cantona, oggi, sia qui, in questo giorno di ottobre del 1995. Una partita che Eric ricorderà per sempre. Una partita che tutti ricorderanno per sempre. Una partita che non assegna né coppe né trofei. Una partita che significa il ritorno in campo del re di Manchester dopo che il trono è rimasto vacante per otto mesi.

Che questa non sarebbe stata solo uno delle sue tante presenze con i colori dello United, Eric l’ha capito al momento di uscire dagli spogliatoi, quando lo speaker dell’Old Trafford ha letto il suo nome facendo deflagrare le tribune in un urlo liberatorio. Ha calpestato le mattonelle del pavimento stando bene attento a non far trasparire la minima emozione. Non un sorriso, non una smorfia, non un cenno d’intesa. Solo il movimento meccanico delle sue mascelle che pressavano il chewing gum fino a scomporlo.

Poi le mattonelle del corridoio hanno lasciato spazio all’erba fresca del rettangolo di gioco e per qualche secondo ha sentito il suo stomaco che si contorceva. Eric si è guardato intorno e per poco non è rimasto abbagliato da quella distesa di maglie e striscioni con disegnato il suo nome, da quello stadio inglese invaso da così tante bandiere francesi da far rivoltare nella tomba Winston Churchill.

Inspira. Espira.

E poi ha visto loro. Quei ragazzi che aspettavano il suo ingresso in campo con una maglia rossa. La maglia rossa del Manchester United. Al centro della schiena il numero 7, qualche centimetro più su la parola Dieu. Sì, quello che si scrive con la maiuscola. Perché è questo che Eric Cantona è per loro, per questa città tutta fabbriche e cielo color ghisa.

L’attaccante guarda dritto in faccia David James mentre sceglie l’angolo sul quale trafiggerlo. Sui suoi zigomi legge la consapevolezza di chi sa già come andrà a finire, la stessa consapevolezza che si può leggere sugli zigomi di ciascuna di quelle settantaseimila anime che aspettano solo che lui si decida a tirare questo benedetto rigore.

Inspira. Espira.

Eppure Cantona non ha nessuna fretta di calciare. Non oggi, non davanti alla sua gente, non dopo otto mesi passati fermo immobile a veder giocare i suoi compagni. Otto mesi che gli sono sembrati un’eternità, otto mesi che gli sono sembrati scorrere via come se fosse rinchiuso dentro una moviola.

Tutta colpa di quel maledetto 25 gennaio.

Eric se lo ricorda come se fosse ieri. Tutti se lo ricordano come se fosse ieri. Selhurst Park, la casa del Crystal Palace. La casa del Crystal Palace dispersa in qualche angolo dimenticato del mondo del calcio. E su quel campo anonimo della periferia del football, sembrava che il Manchester United fosse vittima di un incantesimo. Più correvano, più sudavano, più si sacrificavano l’uno per l’altro in mezzo al campo e meno riuscivano a vedere il pallone, a costruire una trama di gioco degna di questo nome, a presentarsi dalle parti di Martyn con una certa pericolosità. Ed è stato allora che tutti hanno guardato Cantona. Lui, il predestinato, la stella, l’unico capace di scrivere una nuova pagina di storia con un’intuizione. È stato allora che tutti si sono aggrappati a lui nella speranza di riuscire a scrivere un lieto fine su quella stramba partita.

Così ha provato a calciare da fuori.

Niente.

Ha provato a mettere i suoi compagni davanti alla porta.

Niente.

Ha provato a risolvere la questione con uno spunto dei suoi.

Niente di niente.

Ma più i minuti passavano, più il risultato rimaneva inchiodato su quell’agghiacciante 0-0, più il risultato rimaneva inchiodato su quell’agghiacciante 0-0 e più Cantona sentiva la rabbia e la frustrazione lievitare dentro al suo stomaco e contrarre i suoi muscoli. Il pubblico, quello che lo temeva, quello che avrebbe pagato di tasca propria pur di vederlo lasciare il campo il prima possibile, si era accorto del suo stato d’animo. Ogni volta che lo vedeva combattere col pallone un insulto nei suoi confronti, ogni volta che lo vedeva alzare lo sguardo e cercare un compagno uno sberleffo alla sua famiglia, ogni volta che lo vedeva entrare in area un’offesa alla sua terra. E lui zitto. Muto. Continuava a sudare, a dare l’esempio, a disegnare traiettorie perfette per Cole, per Giggs, per McClair, per Ince, per Irwin. L’ha fatto per 45 minuti, fino a quando l’arbitro non ha deciso che era arrivato il momento di andarsi a riposare. Solo che quando è tornato sul campo le cose non sono cambiate. Più i giocatori dello United correvano, più sudavano, più si sacrificavano l’uno per l’altro in mezzo al campo e meno riuscivano a vedere il pallone, a costruire una trama di gioco degna di questo nome, a presentarsi dalle parti di Martyn con una certa pericolosità.

E dopo 180 secondi Eric non ce l’ha fatta più. Schmeichel ha trasformato un pallone vagante in area di rigore in un lancio di quasi settanta metri che l’ha scavalcato e che l’ha costretto all’ennesimo scatto inutile. È stato allora che l’ha fatto. Ha alzato il piede e ha scalciato Richard Shaw che correva qualche centimetro davanti a lui facendolo ruzzolare a terra. Non un fallo cattivo, solo un fallo frutto della frustrazione che fermentava da qualche tempo insieme alla sua bile. Una sfumatura che l’arbitro Alan Wilkie non ha colto alla perfezione.

No, avvolto nella sua maglia nera, l’arbitro Alan Wilkie ha sgambettato fino a raggiungere Cantona e gli ha spinto sotto il naso il cartellino rosso. L’attaccante ha tentato di dire la sua, di fargli capire che non c’era niente di esagerato, che doveva restare in campo per aiutare la sua squadra. Eric ci ha provato, ma il ruggito del pubblico del Selhurst Park l’ha sovrastato. Ma che ne potevano sapere loro di queste cose? Loro che non avevano mai alzato un trofeo in quello stadio piccolo e pidocchioso.

Inspira. Espira.

Per qualche secondo se n’è rimasto lì impalato. Come se non fosse lui. Come se fosse la controfigura malinconica e triste del padrone della Premier League. Ha buttato un piede dietro l’altro verso l’uscita, ha scosso la testa, si è sentito in colpa. Per qualche secondo è rimasto fermo al suo posto, senza neanche rendersi conto di quella slavina di insulti e gestacci che lo stava travolgendo dalle tribune. E lì, in mezzo a quella raffica di insulti e gestacci che lo investiva dagli spalti, Cantona si è sentito solo. Ha fatto qualche altro passo in avanti e si è abbassato il colletto, come se volesse abdicare, come se il re stesse pensando per un attimo di cedere il suo scettro e consegnare i suoi sudditi nelle mani di chissà chi altro.

È stato in quel momento che Eric l’ha notato. Un’anonima sagoma sgraziata che si agitava in mezzo ad altre decine di anonime sagome sgraziate. Poi Eric si è avvicinato, i suoi occhi hanno messo a fuoco la sua figura e le sue orecchie hanno decodificato i suoi grugniti. Ha sentito la sua voce roca dargli dell’inetto, vilipendere suo padre sardo e sua madre catalana. Ha sentito quella voce proveniente dagli spalti insultare la sua gente, i suoi compagni e la sua maglia.

Inspira. Espira.

Cantona non ci ha messo molto per decidere di colpirlo. Ha saltato i cartelloni pubblicitari e gli ha rifilato un calcio volante in pieno corpo. Niente di più e niente di meno. Solo un calcio volante in pieno corpo che ha fatto sgranare gli occhi a tutto lo stadio e che ha provocato qualche dolorino a quel tale, Matthew Simmons. O almeno così ha scoperto che si chiamava qualche tempo dopo.

Eric si ricorda poco altro di quel giorno. La rabbia mescolata con il senso di colpa deve aver annacquato la sua memoria. Ma quello che è successo subito dopo se lo ricorda eccome. Già perché dopo quel calcio volante in pieno corpo sono arrivate le critiche e la squalifica, i flash dei paparazzi smaniosi di catturare la bestia e i titoli a nove colonne sui giornali. In pochi giorni ha scoperto che in questo mondo non ci sono amici, che quelli che fino alla domenica prima facevano a gara per leccargli il culo ora erano lì che sgomitavano per puntare il dito contro di lui davanti alle telecamere.

Lui, il francese scapestrato che ha scandalizzato la perfida Albione.

E poi era arrivata la conferenza stampa per chiedere scusa. Eric si era presentato ai giornalisti stretto in quell’orribile completo grigio e aveva detto quello che aveva da dire. E chissenefrega se loro si aspettavano delle scuse ufficiali e qualche lacrima di pentimento, lui ha ripetuto quello che gli passava per il cervello in quel momento. «Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che le sardine saranno lanciate in mare. Grazie». Tutto qui. Non una parola di più, solo un’astrusa metafora che ha lasciato tutti con la bocca aperta e la testa farcita di dubbi.

Inspira. Espira.

Da quel momento, per il re si era aperta una nuova era. Un’era fatta di fango, di lavori sociali, di magliette sfoggiate dai suoi tifosi con l’indirizzo di quel Simmons e la scritta «attenzione, canaglia». Otto lunghi mesi riempiti di incertezze e di domande ma svuotati della cosa più importante: il calcio. Otto lunghi mesi che sono finiti in questo giorno di ottobre del 1995.

Eric trattiene il fiato e si specchia negli occhi di David James. Si ricorda che anche lui, una volta, si era trovato a difendere una porta. Una porta distante migliaia di chilometri. Una porta di cui nessuno aveva mai sentito parlare. La porta delle giovanili del Caillolais. Allora era stata tutta colpa di Albert, suo padre. Un infermiere di un ospedale psichiatrico che dopo aver infilato camicie di forza ai pazienti aveva provato a lasciarsi il malessere alle spalle indossando guanti e calzoncini. Era stato lui a spingere il figlio a confrontarsi con un ruolo che di solito è interpretato da personaggi svitati e coraggiosi. Ma Eric in porta non funzionava. Uno con quei piedi non poteva tollerare il peccato originale di dover utilizzare soltanto le mani. Uno con quel tocco di palla non poteva sopportare di dover fare il compitino, di rimanere oppresso in schemi e spartiti tattici. Un castigo che il ragazzo non accettava. Un castigo che non sarebbe durato molto.

Inspira. Espira.

Mentre osserva James chinarsi sulla linea di porta, Cantona capisce che niente è frutto del caso. È perfettamente a conoscenza che la sua abilità luccica come un diamante ma è fragile come un cristallo. Eric è consapevole del suo talento, ma è ancora più consapevole della sua grande capacità di dilapidarlo. Una capacità che si era palesata già nel gennaio del 1988. Allora Eric non era ancora il re. Era un giocatore dai piedi nobili che vestiva la maglia della sua città. La maglia bianca e blu dell’Olympique Marseille.

Cantona se lo ricorda ancora alla perfezione quel giorno. I francesi sono impegnati in un’amichevole contro la Torpedo Mosca per raccogliere fondi in favore dei terremotati dell’Armenia. Il freddo intirizzisce i muscoli, congela le emozioni, fa sbattere l’uno contro l’altro i denti, senza sosta. L’attaccante è nervoso, irritato. Vorrebbe essere da qualsiasi altra parte tranne che su quel campo ghiacciato. L’allenatore lo capisce e decide di sostituirlo. Cantona invece di ringraziarlo calcia un pallone in tribuna e scaglia la sua maglia verso la panchina. Un gesto che lascia tutti a bocca aperta. Un gesto che fa salire il sangue al cervello al suo presidente. «Quello che è successo è inqualificabile – tuona Tapie – se ce ne sarà bisogno, lo ricovereremo in una clinica psichiatrica».

Eric ha poggiato il primo tassello. Eric ha percorso il primo gradino verso l’autodistruzione. Eric ha dimostrato di essere il più accanito nemico di se stesso. E da lì, la strada verso la “dannazione” era un pendio scosceso.

Qualche mese dopo l’attaccante viene spedito in prestito al Bordeaux. Segna sei gol in tre mesi prima di mettere un’altra volta la palla sul dischetto. Quella volta si trattava di una inutile gara di Coppa di Francia. Un’inutile gara di Coppa di Francia contro il Beauvais, Seconda Divisione. Allora Eric aveva deciso di esibirsi con un cucchiaio che avrebbe dovuto innalzarlo sul piedistallo degli eroi del calcio e che avrebbe dovuto umiliare il portiere. Lo stesso portiere che era rimasto fermo immobile e aveva bloccato la sfera. Un’inutile gara di Coppa di Francia che aveva portato alla clamorosa eliminazione del Bordeaux.

Un tassello che si incastra con un altro tassello.

Mentre se ne sta fermo al centro dell’area di rigore del Liverpool, i ricordi esondano e riempiono il suo cervello. Eric si ricorda del suo secondo esilio. Un esilio al Montpelier. Un esilio che dura solo un anno. Giusto il tempo di alzare al cielo la Coppa di Francia. Giusto il tempo di alzare al cielo la Coppa di Francia dopo aver centrato con un calcio in piena faccia il suo compagno Jean- Claude Lemoult.

Uno scalino che segue da vicino un altro scalino.

Per qualche istante Eric ripensa a quella estate del 1991. A quell’estate in cui aveva capito quanto è difficile sfuggire ai modi di dire. Nemo propheta in patria. Recitano i Vangeli. Più o meno le stesse parole che, in maniera molto meno mistica, gli sussurrano i dirigenti dell’Olympique al momento di cederlo al Nimes. Un palcoscenico troppo piccolo per contenere tutta la sua classe. Cantona dura poco. Il 7 dicembre, nel bel mezzo di una partita in casa contro il Saint Etienne, tira il pallone contro l’arbitro e infila la strada per gli spogliatoi senza nemmeno aspettare il cartellino rosso. La disciplinare va su tutte le furie e gli regala due mesi di squalifica. Eric stringe la mano ai giudici e sussurra a ciascuno di loro la parola «Idiota».

È il suo ultimo atto in patria. La Francia è il suo passato, l’Inghilterra il suo futuro. Un futuro che si scriveva Leeds United. Uno scudetto vinto al primo tentativo. Uno scudetto da protagonista prima di fare fagotto e salutare tutti per una nuova sfida. Un trasferimento che non è semplice calciomercato, ma un affronto bello e buono. Eric decide di passare al Manchester United per un milione e duecentomila sterline. Eric decide di passare agli odiati rivali del Manchester United. «In questo Paese ci sono tre milioni di disoccupati – dirà Billy Bremner, una delle bandiere del Leeds – ma si parla solo di un francese che va a Manchester».

Sir Alex Ferguson gli prepara un’accoglienza difficile da dimenticare. «Mi chiedo se tu sia abbastanza bravo per giocare all’Old Trafford», lo incalza. «Mi domando se il Manchester sia abbastanza per me» risponde il francese.

Il fischio dell’arbitro lo acciuffa per i capelli e lo trascina indietro alla realtà. Eric guarda dritto in faccia David James, prende la rincorsa, sente la palla che si ovalizza sull’interno del suo piede.

Si gira ancora prima di vedere dove il pallone finirà la sua corsa. No, questa volta non è una questione di traiettorie, di parabole e di gol. Questa volta tutto quello che conta è che Cantona sia di nuovo al suo posto

Il re è tornato. Lunga vita al re.

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