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Godiamocela finché dura

By 14 Ottobre 2019

La Nazionale si qualifica con tre turni d’anticipo. Niente male dopo uno spareggio mondiale perso. Ma…

Daniele De Rossi in panchina a San Siro, è il 13 novembre del 2017. Qualcuno gli dice che il prossimo a entrare sarà lui. Un lampo negli occhi, la famosa vena che si vede in rilievo, persino in quella sera fredda. La risposta incredula e feroce, piena di rabbia delusa: «Ma io che entro a fare? Dovemo vince, non pareggià». Capitano vero nonché uno dei pochi campioni del mondo italiani di quella squadra, leader anche mentre la barca affonda – una specialità del povero DDR, che meriterebbe quella Libertadores col Boca solo per i bocconi amari ingoiati in carriera -, non contento indica un imbarazzato Lorenzo Insigne.

In un film quel viso, quel primo piano dello scugnizzo di Frattamaggiore rimarrebbe negli occhi degli spettatori qualche secondo, poi il montaggio ci porterebbe all’Olimpico. La vita non è cinema e il mitico 16 giallorosso non è in campo o in panchina questa volta, nonostante la preconvocazione, perché infortunato. Un bravo regista avrebbe staccato su di lui, in panca, ad applaudire sorridente. Proprio mentre quel numero 10 che ora gioca bene quasi solo in azzurro (Italia), conquista il rigore di una partita troppo sofferta. E Jorginho, uno che ha scelto la maglia azzurra giusto in tempo per subire l’onta, in campo, di una qualificazione mondiale mancata per la seconda volta in tutta la storia della Nazionale quattro volte iridata, trasforma il rigore.

Dopo il 2006 abbiamo collezionato solo figuracce mondiali (due eliminazioni ai gironi) o Europei sfortunati come quelli di Cesare Prandelli (persi in finale, presi a schiaffi dagli spagnoli) o di Antonio Conte (primo a essere battuto dalla Germania in una fase finale tra manifestazioni continentali e mondiali, ma solo al 19° rigore e vendendo cara la pelle). L’attuale allenatore interista perse per i rigori grotteschi di Pellé e Zaza, schierando Eder e Giaccherini, eroi di quell’edizione: guardavamo quei leoni – Barzagli pianse dopo quella partita dicendo «nessuno ricorderà che squadra è stata questa, rammenteranno solo l’eliminazione non è giusta» – e sapevamo che erano una squadra mediocre ma motivatissima e ben allenata.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images).

Doveva arrivare Ventura e tutti noi già sapevamo come sarebbe andata a finire. Ci illudemmo inizialmente, ma poi l’ex allenatore del Torino sbagliò quasi tutto, con un assurdo e tenace autolesionismo unito a una patetica e arroccata e arroganza, successe ciò che un movimento calcistico drogato dalla vittoria del 2006, fingeva di non vedere da troppo tempo. Iniziò a essere chiaro a tutti il declino inesorabile del calcio italiano.

Ora sorridiamo, felici, convinti che il peggio sia passato. Liberati da un peso. Primi col Belgio a qualificarci per i prossimi europei itineranti, che partiranno proprio da Roma. Roberto Mancini, uno che da giocatore litigò troppo con la Nazionale (ma, ironia della sorte, fece benissimo proprio in un europeo, nel 1988 in Germania, segnando contro i padroni di casa nel match inaugurale in una delle partite più belle dell’era Vicini), sembra indossare perfettamente l’abito del commissario tecnico, e non era scontato.

Ha rischiato convocando calciatori che giocano all’estero da molto e altri che neanche avevano esordito in serie A, ha fatto capire che non c’erano pregiudizi, blocchi di squadre col posto assicurato, ha creduto in giovani di talento ma ha dichiarato il desiderio di richiamare Buffon e De Rossi. Ha convinto qualche senatore a rimanere, ha fatto valere il suo carisma e la sua sottovalutata sapienza tattica e tecnica, perché Calciopoli ci ha portato a considerare scontate le sue vittorie nerazzurre così come la ricchezza dei suoi proprietari non ci ha fatto emozionare abbastanza per il suo scudetto vinto all’ultimo secondo con il Manchester City. Ora Italia-Svezia sembra lontana, il cielo è limpido e azzurro, si ricomincia a sognare. E sbagliamo.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images).

Perché Mancini ha fritto il pesce con l’acqua, ha costruito una squadra di volenterosi manovali e, speriamo, futuri fuoriclasse, ma rispetto a tre anni fa la nostra Serie A è sempre troppi passi indietro rispetto a Spagna, Inghilterra e Germania (e Belgio, Francia, Portogallo, Inghilterra sono molto più forti, e siamo generosi nel non citare altre, outsider, che lo sembrano) e nelle ultime coppe europee l’unico ad arrivare in finale, degli azzurri, è stato Jorginho, soprattutto perché fedelissimo di Sarri. I nostri ragazzi sono fuori dai grandi giochi, giocano un campionato poco affascinante, soffrono in ogni competizione internazionale.

Quelli su cui puntiamo di più, non se la passano bene. Donnarumma al Milan è sempre sotto esame, Insigne e Bernardeschi ultimamente fanno più panchina di Montella con Capello, Chiesa gioca in una squadra di seconda fascia con prestazioni troppo discontinue. L’unico top player, volendo essere generosi, è Marco Verratti, che però nonostante giochi con Neymar, Mbappè, Cavani, Di Maria e Thiago Silva non ha portato a casa trofei di rilievo. Non illudiamoci che il peggio sia passato, solo per il talento dell’ex numero 10 di Sampdoria e Lazio di fare le nozze con i fichi secchi: il nostro calcio è ancora poverissimo, in Europa perde con il Cluj e la Dinamo Zagabria, pareggia col Genk, soffre con chi nei propri campionati non riesce a occupare ruoli di primo piano.

Non ci sono rivoluzioni tattiche in atto, un Sacchi o uno Zeman a indicare la rotta e a stimolare i colleghi a osare di più, abbiamo il Sarrismo, che da Gioia e Rivoluzione è divenuto Capitale (e Capitalizzazione) e Conservazione. Non abbiamo più i migliori difensori del mondo e, nonostante chi scriva stimi molto Immobile e Belotti, probabilmente le prime 20 in Europa hanno bomber migliori dei nostri. Un tempo gli estremi difensori tricolori erano fortissimi (uno come Peruzzi non è mai stato titolare in azzurro!), ora abbiamo due ottimi giovani e Sirigu, per dire. A centrocampo forse possiamo sperare in una tiepida primavera (Sensi, Barella, Verratti, Jorginho, Zaniolo sono giovani), ma già in panchina si piange.

Italia

(Photo by Claudio Villa/Getty Images).

Mancini si è potuto costruire un percorso originale ed efficace anche perché dopo il girone di ferro di Ventura ne è arrivato uno morbidissimo in cui anche i possibili pericoli si sono sciolti come neve al sole, grazie a un’involuzione provvidenziale (la Grecia di Manolas e la Bosnia di Dzeko e Pjanič) o a una maturazione non irresistibile (la Finlandia).

Non carichiamo di responsabilità e aspettative questi ragazzi, né pressiamo Mancini. Continuiamo a guardarli con lo scetticismo solito, che peraltro storicamente porta bene. Il gioco pessimo di sabato scorso, la scarsa personalità in parecchie partite di questa gestione (ben mascherata da chi è in panchina e da gol provvidenziali e non sempre meritati), alcune convocazioni improbabili per manifesta inferiorità dei concorrenti, rimangono.

Molte delle squadre già qualificate (o in procinto di) sembrano ben più attrezzate e solide della nostra. Il Mancio ha un anno per fare la voce grossa in Federazione per qualche stage in più, insistere su riforme strutturali, trovare altre intuizioni alla Zaniolo (Esposito? Fagioli? Gaetano? Sala?), magari convincere qualche senatore a sorprenderci ancora, immaginare altre soluzioni tattiche e sperare in maturazioni veloci in ruoli piuttosto scoperti (Di Lorenzo, Biraghi, Spinazzola, Bastoni, Lazzari e pochi altri) e pure in qualcuna tardiva (Balotelli). Trovare dei leader in campo e nello spogliatoio, e qui forse, fidandoci di Francesco Totti, potremmo puntare su Lorenzo Pellegrini.

E se pure tutto dovesse andare bene, anzi meglio, preghiamo comunque gli dei che si presero il capriccio di far alzare quel trofeo a Grecia e Danimarca.

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