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Grazie di tutto Robin van Persie

By 14 Maggio 2019
Addio Robin van Persie

Domenica l’attaccante olandese ha giocato la sua ultima partita. Un addio sobrio per uno dei giocatori più iconici ma sottovalutati della sua generazione

Pensò subito che quell’incontro fosse significativo. Il chiaroveggente disse a Bob Van Persie che suo figlio di due settimane, Robin, «sarebbe diventato un re nel campo sportivo e nella squadra nazionale olandese. L’unico della famiglia a cui il denaro sarebbe scorso come un fiume». Bob ci ha sempre creduto, ancor più quando vide che il suo bambino non si staccava un attimo da quella palla, indeciso se imparare prima a camminare o a calciare.

Trentacinque anni dopo, Robin Van Persie ha salutato il calcio da re, proprio come voleva quella premonizione. Domenica ha giocato la sua ultima partita, indossando la stessa la maglia biancorossa del Feyenoord con cui giocò la sua prima da professionista. Ha ringraziato il pubblico del De Kuip, che per primo ebbe la fortuna di ammirare il talento ancora grezzo di quel ragazzino slanciato e stiloso, elegante e sfrontato.

Un discorso stringato, un giro di campo per raccogliere gli applausi di tutti e regalare ai tifosi le sue magliette numero 32, gentilmente passate dalle manine dei figli che lo hanno accompagnato in questo asciutto congedo. Un commiato avvolto da una compostezza naturale: è stato come se nessuno, tra i presenti, si aspettasse lacrime e commozione. Il cuore pieno e i battiti regolari. Solo profondo affetto verso un giocatore partito da lì e arrivato a un passo dalla gloria mondiale; sincera gratitudine per aver reso orgoglioso un popolo che negli anni, osservando le gesta di Van Persie, ha potuto dire: “quello è figlio nostro”.

D’altronde Van Persie non è mai stato un calciatore passionale. Appassionante sì, passionale no. Emanava calore con la palla tra i piedi, fino a scottarti, non con le parole o i gesti. Ha riscaldato anche nella sua ultima stagione, scostando con grazia i segni del tempo e segnando diciotto volte. Così ha chiuso un cerchio perfetto aperto proprio a Rotterdam, la sua città, lì dove tutto è cominciato.

La biografia di Van Persie è la chiave per capire il giocatore che è stato. Quello che è diventato negli anni è in gran parte il risultato delle influenze ricevute nel corso della sua infanzia, dalla sua famiglia e dall’ambiente in cui è cresciuto. È così un po’ per tutti, ma per Robin molto di più, perché quella famiglia e quell’ambiente erano fortemente connotati.

I suoi genitori, Bob e Josè Ras, sono due artisti. Il padre è famoso per il suoi modelli distintivi di folla, una moltitudine di piccole teste realizzate manipolando la carta; la madre è pittrice e designer di gioielli. E così la creatività non poteva che impossessarsi molto presto dell’identità di Robin, che vede i genitori come riferimenti e fonte d’ispirazione, soprattutto di visione. «Come loro, in certe situazioni penso di vedere cose che altre persone e altri giocatori non vedono. Quando guardo un campo da calcio, suppongo, sì, lo vedo come la mia tela. Vedo soluzioni, possibilità, lo spazio per esprimermi. Sono sempre alla ricerca di modi per essere creativo, per ottenere un vantaggio».

Nonostante le sue origini borghesi, Robin è un ragazzino di quartiere che tutti i giorni esce di casa con una tuta addosso e un pallone tra i piedi. Fa tutto con il pallone, non se ne separa mai. Quando non gioca con i suoi amici di Jaffa, il quartiere multiculturale nel cuore di Kalingrad in cui vive, gira per le vie dribblando avversari immaginari dalla forma di lampioni o cestini, va a fare acquisti palleggiando, entra dal droghiere e aspetta che passi un cliente per fargli il tunnel.

Acquisisce tutti i tratti del gioco di strada e li intreccia all’intelligenza creativa che scorre nel suo sangue. Inizia così a modellare il suo personalissimo stile. Alla base di questa virtuosa miscela c’è un talento luminosissimo, e Robin lo sa. Lo coltiva inzuppandolo nell’ambizione e nel rapporto ossessivo che da subito intrattiene con la vittoria. È il classico ragazzino che riesce bene in tutti gli sport che pratica, che vuole competere su tutto e non vuole perdere mai. Porta in scena tutto questo con una faccia sveglia e malandrina che lo fa sembrare arrogante e insolente, l’atteggiamento tipico di chi si riconosce molto presto delle doti speciali. In realtà è solo sicuro di chi è e di chi vuole diventare.

Quando, a 17 anni, esordisce con la prima squadra del Feyenoord, i più anziani del gruppo non accettano di buon grado la sua spregiudicatezza, riflessa nei trick con cui comincia a condire le sue partite. Non doveva permettersi quegli orpelli perché lì c’erano in ballo gli ultimi soldi della loro carriera. Robin, venuto su con altri valori, non si spiegava quelle minacce dovute in parte allo spirito cameratesco di certi spogliatoi e in parte alla gelosia per quel ragazzetto con una classe cristallina che non aveva paura di niente, soprattutto di mettere in mostra tutte le sue qualità. Quelle di cui Arsène Wenger si accorgerà tre anni dopo, nel 2004, portando Van Persie all’Arsenal.

Addio Robin van Persie

Robin è felicissimo di trasferirsi a Londra, anche perché lì potrà conoscere il suo idolo, un altro che ha sempre fatto leva sull’arte per esprimere se stesso su un campo da calcio, Dennis Bergkamp. Sarà un incontro folgorante, perché oltre alla profonda ammirazione che già nutriva per il suo connazionale, Van Persie apprenderà da Bergkamp tutto ciò che serve per diventare un grande giocatore, e che non si vede guardando una partita.

«La sessione di allenamento era finita, ma lui era rimasto sul campo. Mi fermai a osservarlo, stava facendo esercizi sul passaggio. In 45 minuti non ha commesso un solo errore. La sua attenzione era massima su ogni tocco, la palla correva sempre pulita. Mi ha dato le risposte che stavo cercando, la sua concentrazione mi ha aperto gli occhi. Da quel giorno ho dato il 100% ad ogni allenamento, perché  volevo essere come Bergkamp», ha raccontato Robin. Con lui e con Thierry Henry si intrattiene spesso a dibattere di calcio, più che altro ascolta, rimanendo meravigliato dalla loro profondità di pensiero, da quanto conoscessero il gioco in tutte le sue sfumature.

L’esperienza all’Arsenal, per Van Persie, è stata un’esplorazione di sé, un ricongiungimento con la propria dimensione in un ambiente diverso. Oltre alla familiare visione artistica ritrovata in Bergkamp, Robin ha alimentato la sua ispirazione paterna incrociando un altro “padre”, inteso come guida, Arsène Wenger. Come Bob aveva fatto con lui quando era piccolo, illuminando il suo cammino con l’idea che tutto stava nella possibilità di esprimersi liberamente, Wenger ha indirizzato le sue caratteristiche tecniche verso una forma che gli permettesse di valorizzarle al meglio.

Addio Robin van Persie

Dopo un inizio che non lo ha visto subito protagonista, l’allenatore francese, con l’arguzia che lo ha sempre contraddistinto, ha ritagliato per Robin un nuovo ruolo, meno ibrido e più decisivo, vicino alla porta. Van Persie si sposta qualche metro più avanti senza lasciare indietro niente, portandosi tutto, la sua fantasia il suo gioco di strada la sua creatività, asciugandoli e mettendoli al servizio della praticità di chi è più maturo.

Apprende l’importanza di saper giocare senza il pallone, di ricercare nuovi spazi, soprattutto in profondità. Impara a muoversi come una prima punta senza rinunciare a travestirsi da seconda, a finalizzare come un centravanti puro, diventa un attaccante atipico e letale di quelli tanto richiesti di questi tempi.

Il numero di gol cresce anno dopo anno (al netto di qualche infortunio), fino ad arrivare al 2012, quando vince il titolo di capocannoniere con 30 gol e il premio come miglior calciatore dell’anno in Premier League. Gli ultimi due giocatori dell’Arsenal capaci di portaselo a casa erano stati, guarda caso, Bergkamp e Henry.

Otto anni e 132 gol dopo il suo arrivo ai Gunners, per Van Persie arriva il momento di fare i conti con l’unico retaggio dell’infanzia che a Londra non ha trovato il suo riverbero: l’ossessione per la vittoria. Fino a quel momento, con l’Arsenal ha alzato solo una Coppa d’Inghilterra, troppo poco per uno che sottopone chiunque vada a casa sua a una sfida di ping-pong: “Non ne ho mai persa una” (pare che Van Persie sia un vero fenomeno del ping- pong. Grazie all’Arsenal era riuscito a organizzare una partita contro un professionista inglese, che, dopo averlo battuto, ha affermato che Van Persie era abbastanza bravo da potersi guadagnare da vivere con quello sport).

Addio Robin van Persie

L’occasione per assecondare la sua ambizione si presenta puntuale nella stessa estate del 2012, e Van Persie passa al Manchester United per 23 milioni di sterline, sostenendo il suo desiderio di vittoria con la scelta auspicale della maglia numero 20, quanti sarebbero stati i titoli dello United dopo il prossimo campionato vinto.

Qui incontra un altro padre, Sir Alex Ferguson, che prima lo vizia e poi lo inganna, lasciando lo United l’anno successivo nonostante avesse detto a Robin che sarebbe rimasto altri due anni. L’Old Trafford si innamora subito di Van Persie, che continua senza esitazioni quella curva di crescita partita da Rotterdam, quel viaggio itinerante affrontato sempre con lo stesso bagaglio, riempito di cose nuove a Londra. È il momento di toccare il suo punto più alto. Vince campionato e titolo di capocannoniere al primo anno a Manchester. È finalmente dove era sicuro di arrivare quando vagava per le vie di Jaffa con il suo pallone tra i piedi.

Più che i riconoscimenti individuali, più che la versatilità offensiva ante litteram, a rendere Robin Van Persie un giocatore iconico è stato il suo stile, puntellato da un sinistro speciale e dicotomico, dolce come il suono di un violino e violento come il colpo di una frusta. Il pennello al servizio della sua visione calcistica alternativa, di volta in volta intinto in colori diversi e sempre vivi, capace di produrre una galleria di gol impensabili e memorabili.

Due di questi sono i suoi gol-manifesto, il racconto per immagini della specialità di Van Persie. Il primo è il tiro al volo su un lancio di quaranta metri di Rooney segnato contro l’Aston Villa nel 2013, decretato il gol più bello della storia della Premier League.

Un gol in cui c’è il Van Persie che sul campo da calcio vede “soluzioni e possibilità che altri non vedono”, e che vive il gesto tecnico come imprescindibile forma di libertà espressiva, risultato dell’armonia tra testa e corpo, tradotto nella perfetta comunione tra coordinazione e impatto con il pallone. L’altro è quello leggendario segnato contro la Spagna ai mondiali brasiliani del 2014. Il tuffo di testa con cui infila Casillas è arte figurativa. Il fermo-immagine di Van Persie in volo, con il corpo a mezz’aria disteso in orizzontale e isolato da tutto il contesto per via della distanza che lo separava dalla porta e dagli altri giocatori sul campo, evocando una solitudine lirica, è materia per un dipinto. Chissà che la mamma non ne gliene abbia dedicato uno, intanto in una favela di Rio quel volteggio leggiadro è stato raffigurato in un enorme murales.

Addio Robin van Persie

Quando pensiamo ai grandi attaccanti degli ultimi decenni, il nome di Van Persie è sempre nascosto in un angolo della memoria. Eppure ha segnato 271 gol in carriera, tra cui 50 con la nazionale olandese, di cui è il miglior marcatore di sempre. La sua considerazione parziale è forse dovuta alla prematura uscita dai palcoscenici più importanti, alla decisione di emigrare in Turchia a 31 anni finendo per perdere ben presto il piacere di giocare, come lui stesso ha dichiarato.

O forse perché spesso siamo un po’ pigri e sommari quando si tratta di stilare certe graduatorie. Anche se Van Persie non è stato accolto unanimemente nel gotha degli attaccanti mondiali, il suo ricordo sarà vivo perché legato all’unicità del suo stile. Un calco unico e inimitabile di un giocatore che ha sempre visto il calcio da una prospettiva diversa da tutti.

«Nel mio salotto ho un’opera di mio padre e una di mia madre, sono molto orgoglioso di loro. Gli artisti hanno il loro stile, e così anch’io. È solo che loro possono guardare un albero e vedere qualcosa di incredibile, mentre io vedo un albero», ha detto qualche anno fa riferendosi alla creatività dei suoi genitori. Peccato, Robin, che quello non sia un albero.

Foto: Getty Images.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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