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Gregoire Mbida, l’uomo che ha spaventato l’Italia

By 19 Settembre 2020

Intervista al centrocampista del Camerun che ha segnato il gol del pareggio contro gli azzurri ai Mondiali del 1982. Una partita finita al centro di un’inchiesta per una presunta combine e che ancora oggi fa discutere

 

Gregoire Mbida, 68 anni, vive a Dax, ventimila anime ai piedi dei Pirenei. Città francese famosa più per le tradizioni rugbistiche che per il calcio. Per gli sportivi italiani è anche la tappa risolutiva del calvario di un Marco Pantani ombra di se stesso, che proprio a Dax, il 9 luglio del 2000, smarrì definitivamente il brevetto dello scalatore irresistibile giungendo 39esimo a un traguardo che abbracciava per primo il “grillo” Bettini. Qui Mbida insegna pallone ai ragazzini della squadra locale. Per il disturbo percepisce uno stipendio che gli consente di vivere quasi decorosamente e di ripensare spesso a cosa accadde quel pomeriggio a Vigo.

Gregoire vive in un piccolo bilocale arredato modestamente, con quel senso di disordine che però non irrita e che accomuna gli scapoli di mezzo mondo. I quasi quarant’anni di distanza da quel mondiale si sono fatti sentire pesantemente sui suoi tratti. Il viso è molto più rubicondo, le rughe hanno scavato solchi sulla fronte, il cranio, che rievoca i paesaggi lunari, è ben occultato da un cappellino da baseball. Per il resto è il Gregoire di quel pomeriggio di luglio. Lui in campo, noi incollati al televisore. Posiziono il registratore sul tavolo in formica della cucina, mentre lui armeggia con i fornelli intento a preparare un caffé imbevibile. Sorride quando gli viene chiesto di descrivere quel gol che fece tremare lo stivale. “I fotogrammi sono tutt’altro che sbiaditi – racconta – Abega serve Milla in profondità. Bel controllo e cross per la testa del nostro difensore Aoudou che manca clamorosamente la palla. Vedo Zoff che non si muove, arrivo da dietro e lo anticipo”. L’apoteosi sopraggiunse appena un minuto dopo il vantaggio di Graziani, agevolata da un’incertezza di N’Kono.

Questa la cronaca, ma due anni dopo Oliviero Beha e Stefano Chiodi inseguono una voce che li porta fino a Yaoundé, in Camerun. Tornano con molto materiale e una convinzione: quel pareggio fu concordato. L’inchiesta viene pubblicata da Epoca. La reazione dell’establishment sportivo è compatta: giù le mani dal Mondiale. Comincia così il più lungo, contorto e nebuloso psicodramma della storia del calcio. La verità non si è mai stabilita fino in fondo. A distanza di trent’otto anni rimane una montagna di carta, le sentenze di due o tre processi vinti dai due cronisti, molte ferite aperte e un gran silenzio. Del resto, la nazionale di calcio è come la mamma o come Garibaldi, guai a parlarne male. È semplicemente una cosa che non si fa. Secondo il compianto Beha nessuno volle valutare quello che era stato scritto. “Eppure andammo a Yaoundé. Decisiva fu l’offerta di un diplomatico italiano che lavorava in Camerun. Conosceva tutti, ci aprì parecchie porte, raccogliemmo molto materiale. Secondo le nostre indagini non era stata l’Italia a comprare la partita, semmai il Camerun a venderla”.

Mbida rivela di aver letto gli articoli dell’epoca e di aver, in parte, seguito la vicenda. Sostiene di non aver nulla da perdere a raccontare la verità, la sua verità. E di essere all’oscuro di eventuali manovre occulte, “anche se in campo mi sarei dovuto pur accorgere di qualcosa”. La comitiva che avrebbe dovuto affrontare gli azzurri non aveva nulla da invidiare a un gruppo vacanze. La squadra durante il tragitto dall’albergo allo stadio Balaidos, improvvisò in pullman un’esibizione canora che finì per contagiare anche il ct francese Jean Vincent. “Più che una nazionale di calcio sembravamo scolaretti euforici per la gita al mare. Avevamo cambiato l’allenatore due mesi prima. Sapevamo di avere buoni numeri, ma pensavamo solo a divertirci. L’Italia? Aveva nomi importanti, ma l’unico timore fu per noi vedere tutta quella gente allo stadio. Non eravamo abituati a così tante attenzioni”.  Gregoire sorride centellinando il caffé. “Noi africani non abbiamo la mentalità per architettare certi mezzucci. Viviamo sempre alla giornata, improvvisiamo sul momento. Per questo non vinceremo mai un mondiale”.

Mbida semmai serba un pizzico di rancore nei confronti della Panini. Forse in pochi sanno che ai mondiali di Spagna non avrebbe neppure dovuto prendervi parte. Ma qualche settimana prima del torneo iridato si fece male Martin Maya, fantasista in forza ai francesi del Thonon, giocatore tra i più  attesi della squadra di Vincent. La celebre azienda modenese non fece in tempo a cambiare la figurina. “E’ il rimpianto più grande. Anche in Africa l’album delle figurine è una sorta di testo sacro. Non esserci, pur avendo segnato il primo gol della storia dell’Africa nera a un torneo iridato, mi mette tanta tristezza”.

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