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Grupo A

By 2 Marzo 2020

 

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Flamengo

(Photo by Buda Mendes/Getty Images)

Città: Rio de Janeiro, Brasile
Qualificati come: vincitori della Copa Libertadores 2019
Miglior risultato: campioni nel 1981 e 2019

Mentre Gabigol, nel giro di cinque minuti e di due tiri, ribaltava il senso, la logica e l’esito di una finale ormai apparentemente segnata, il Flamengo tornava a ricongiungersi con la sua idea di grandezza. Il River Plate aveva dominato il confronto sul campo per un’ottantina di minuti, quasi cancellando i precedenti sei mesi brutali del Rubronegro; poi, in un istante, la Copa è finita in mano a Jorge Jesus, finalmente risarcito dalla sorte per un credito indesiderato che si era portato dietro dall’Europa.

Il Flamengo è il punto più caldo in assoluto, sulla mappa calcistica del Sudamerica: ha una macchina micidiale in campo e potenzialità illimitate fuori, un’identità marcata, quantità di talento incredibili e una nazione di quaranta milioni di tifosi a supporto. Un progetto tecnico che ha raggiunto nel giro di soli sei mesi un apice abbagliante e che – se Jorge Jesus non decidesse di rigirare il timone verso Cabo da Roca – potrà toccare vette ancora più alte. Insomma, l’epopea del River di Gallardo è ancora in corso, ma la prossima dynasty del calcio sudamericano, molto probabilmente, sarà quella del Flamengo. La grande favorita della Copa Libertadores 2020.

La scorsa estate, Jorge Jesus ha preso in mano un Flamengo pieno di talento, sfruttato poco o male, e lo ha riordinato, costruendo una squadra quasi inaffrontabile, per le sue dirette concorrenti. Il Mengão domina le partite attraverso il possesso, è tanto abile a costruire, palleggiare e rifinire e verticalizzare a tutto campo, quanto a soffocare il gioco avversario. È una squadra moderna e dominante: il suo 4-1-3-2 mette in ogni zona del campo giocatori di enorme proprietà tecnica – da Rodrigo Caio alla coppia di terzini Filipe Luis e Rafinha – e, in fase offensiva, schiaccia l’avversario con tante trame e pochi punti di riferimento.

 

Jorge Jesus  (Photo by Mike Hewitt – FIFA/FIFA via Getty Images)

In sei mesi, Jesus ha portato il Flamengo dal terzo posto in campionato a -8 dalla vetta alla vittoria finale con sedici punti dalla seconda e, ovviamente, dagli ottavi di Copa alla gloria eterna. Una macchina perfetta, difficilmente migliorabile. Eppure il Flamengo, la squadra più ricca e tifata del Brasile, è riuscito ad alzare il livello tecnico senza problemi, andando ad aggiungere in maniera mirata quel poco che mancava, e qualcosa in più.

Dell’undici titolare è stato sacrificato soltanto lo spagnolo Pablo Marí, in cerca di gloria all’Arsenal, rimpiazzato con il centrale del Santos Gustavo Henrique. Questa cessione e quella di Reinier al Real Madrid hanno finanziato il riscatto definitivo di Gabigol, la pietra angolare del Flamengo di JJ, e l’acquisto di due attaccanti, che in qualsiasi altra squadra brasiliana avrebbero un posto nei titolari quasi garantito, mentre al Mengão sono alternative: l’ex Fiorentina Pedro, che prima di arrivare in Italia era la stella del Fluminense e aveva gli occhi del Real Madrid addosso, e Pedro Rocha. Il primo, specialista delle sponde e buon finalizzatore, profilo diverso ma assimilabile a Gabigol, mentre il secondo più ala di strappo, per far rifiatare Bruno Henrique. A supporto di un centrocampo dominato da titolari del livello di Éverton Ribeiro, De Arrascaeta e Gerson, dentro anche lo sregolato talento di Michael, dal Goias, sulla trequarti, e la bomba d’hype di qualche anno fa Thiago Maia, dal Lille, per la mediana: profili che solo il Flamengo può permettersi di chiamare riserve.

Se il sistema assorbe bene la partenza di Pablo Marí, mantenendo intatto l’equilibrio, il Flamengo è decisamente più forte e (ancor) più profondo per affrontare la nuova stagione. È appena iniziato marzo e il Rubronegro ha già vinto due titoli, la Supercoppa brasiliana e la Recopa Sudamericana: Jorge Jesus ha in mano un’arma potentissima e, ovviamente, gioca solo per vincere.

 

 

Independiente del Valle

Miguel Ángel Ramírez Medina (Photo by Buda Mendes/Getty Images).

Città: Sangolquí, Ecuador
Qualificato come: vincitore della Copa Sudamericana 2019
Miglior risultato: finalista nel 2016

Una grande, nel corpo di una piccola. Per rendersi conto del modo differente in cui funziona l’Independiente del Valle, basta guardare una partita dei Rayados e toccare con mano il protagonismo che la squadra di Miguel Ángel Ramírez persegue in maniera sistematica, a prescindere dalle risorse in campo o dall’avversario, oppure ripercorrere la sua storia, che inizia nel 1958 a Sangolquí. Un centro di 75.000 abitanti a una decina di chilometri da Quito, di cui è considerata una sorta di città dormitorio: delle persone che vi abitano, la maggior parte lo fa per lavorare nella capitale.

Per mezzo secolo è una storia di periferia, anche a livello calcistico: la squadra, intitolata al suo vecchio dirigente defunto José Terán, galleggia tra la terza serie del calcio ecuadoriano e le sue categorie amatoriali. La svolta, avviene del 2007, quando una cordata di imprenditori tra cui Franklin Tello, il dirigente di punta del KFC in Ecuador, rilevano la squadra e ne cambiano i connotati. Il cambio di proprietà non comporta, come in molti casi accade, un semplice aumento di capitale o generiche ambizioni di successo: da quel momento, l’Independiente del Valle ha imboccato un rigoroso percorso di crescita, che lo ha portato a confrontarsi stabilmente con la nobiltà del calcio ecuadoriano, senza mai fermarsi.

Il club ha fondato uno dei migliori centri di reclutamento e valorizzazione del talento in Sudamerica – basta leggere una qualsiasi rosa delle categorie inferiori della Trí, o un albo d’oro dei campionati giovanili ecuadoriani, per capire il livello del lavoro dell’IDV – e lo usa come motore pulsante del progetto: i guadagni derivano dalle cessioni dei talenti che producono, valorizzano e abbinano a giocatori di esperienza e sistema per formare squadre con una chiara idea di gioco, con principi fissati trasversalmente, dalle giovanili alla prima squadra. Oggi, alla guida del club, c’è Miguel Ángel Ramírez, giovane tecnico spagnolo – come tanti professionisti che hanno portato nel club dei metodi di lavoro innovativi dall’Europa – nato nella famosa Aspire Academy e guida nelle fasi finali della storica Copa Sudamericana vinta a novembre.

Il suo calcio non fa calcoli, ma propone e attacca, con un 4-3-3 dall’uscita bassa insistita, governato da un cinco esperto e intelligente come Cristian Pellerano e animato da una precisione tattica che coesiste con il talento dei ragazzi della Formativa. Uno su tutti: Moisés Caicedo (2001), la stella che ha dominato centrocampo l’U-20 che ha appena vinto la Copa Libertadores di categoria.

In vista del 2020, la dirigenza ha rinforzato l’undici campione nella finale dominata contro il Colón con alcuni acquisti mirati, come la mezz’ala argentina Lorenzo Faravelli, i difensori Alvarado e Caicedo, le ali  Murillo, Guerrero e la punta di panamense Gabriel Torres. Nell’ombra di una periferia che permette di lavorare senza pressioni (chiaramente, l’IDV ha una base di tifosi molto ridotta), i Rayados continueranno a ridisegnare le gerarchie del calcio ecuadoriano, puntando al sogno di vincere per la prima volta il campionato locale, o addirittura, ripetendo la cavalcata che lo portò in finale di Libertadores nel 2016. Quando si lavora bene, non esiste un tetto alle ambizioni.

 

 

Atlético Junior

Teofilo Gutiérrez (Photo by Daniel Garzon Herazo/NurPhoto via Getty Images).

 

Città: Barranquilla, Colombia
Qualificato come: vincitore dell’Apertura 2019
Miglior risultato: semifinalista nel 1994

Nel 1993, l’Atlético Junior vinse il terzo campionato colombiano della sua storia. Fu una delle versioni più forti e memorabili del Tiburón, illuminata a centrocampo da Carlos Valderrama, che a 32 anni, con la fascia di capitano al braccio e una parabola da leggenda alle spalle, venne nominato miglior giocatore dell’anno. In panchina c’era Julio Comesaña, che da giocatore aveva vinto il primo titolo della storia rojiblanca.

Oggi, diciassette anni dopo, il Junior sta vivendo un altro momento di fermento e ambizioni, e sulla panchina del club c’è nuovamente l’allenatore uruguagio. Comesaña conta ben otto gestioni diverse alla guida del Tiburón (1991, 1992, 1997, 2002, 2008, 2014, 2017, 2018 e 2019), alcune positive, altre meno; alcune quando il suo era una sorta di numero d’emergenza, come nel 2008, quando la squadra rischiava la retrocessione e “Pelo ‘e Burra”, “pelo di asina”, come lo chiamano affettuosamente i suoi tifosi per l’aspetto dei suoi capelli, li salvò e face emergere giovani perle come Carlos Bacca o Teo Gutierrez. Altre, come le ultime, quando la squadra ha ambizioni serie.

Comesaña ha un carattere forte, necessario per gestire un ambiente visceralmente appassionato come quello costeño, che si divide, ogni volta che il tecnico, seppur amato e vincente, viene richiamato. Degli ultimi tre campionati colombiani, Don Julio ne ha vinti due e perso il terzo – l’ultimo – in finale, sfiorando anche il primo storico titolo continentale, la Copa Sudamericana 2018 persa all’ultimo atto contro l’Athletico-PR.

(Photo by Daniel Garzon Herazo/NurPhoto via Getty Images)

L’obiettivo del Junior è lottare per ogni obiettivo, come testimonia una campagna acquisti molto ricca, che ha riportato in Colombia dal Palmeiras la punta Miguel Ángel Borja, casualmente, l’uomo che nel 2016 stroncò i sogni dell’Independiente del Valle in finale di Libertadores. Ora, molto probabilmente, con l’IDV si giocherà il passaggio del turno in un gruppo duro ed equilibrato, con un posto già quasi assegnato al Flamengo.

A Barranquilla sono arrivati in tutto nove giocatori nuovi, per provare a ricreare una squadra competitiva e spettacolare come il Junior di Teo Gutierrez, Victor Cantillo, Luís Diaz e Yony Gonzalez: anche lì c’era Comesaña in panchina e di questo gruppo di talenti è rimasto solo Teito, che finalmente sembra aver trovato stabilità nella sua squadra e nella sua città. Lui, intelligente e associativo, è il partner d’attacco perfetto per Borja e la sua potenza: questa strepitosa coppia d’attacco è la prima certezza dell’Atletico Junior 2020, che al momento, in campionato, sta avendo difficoltà a trovare un ordine nel cambiamento, sia nel gioco che nei risultati.

 

Barcelona SC

(Photo by Javier Guamán/Agencia Press South/Getty Images)

Città: Guayaquil, Ecuador
Qualificata come: vincitore di tre turni preliminari
Miglior risultato: finalista nel 1990 e 1998

Per la prima volta nella storia della Copa Libertadores, l’Ecuador sarà rappresentato da quattro squadre nella fase a gironi. Il Barcelona di Guayaquil entra nel tabellone dopo un cammino lungo ma privo di incertezze, in cui ha liquidato senza problemi il Progreso, lo Sporting Cristal e il Cerro Porteño. Ad oggi il Torero è una delle squadre più in forma ed emotivamente lanciate del Sudamerica: buona parte del merito è di Fabián Bustos, il dt su cui la dirigenza del club canario ha deciso di fondare un ciclo nuovamente vincente.

L’allenatore argentino è reduce da uno storico campionato vinto col Delfín, una squadra costruita negli anni a colpi di intuizioni; alcuni dei protagonisti del Cetáceo hanno seguito Bustos a Guayaquil, rinforzando una squadra che ha subito trovato coesione e risultati. Nel 4-2-3-1 con Álvez unica punta, Daniel Diaz a fa il trequartista, affiancato dal nuovo acquisto Emmanuel Martinez e da un Fidel Martinez completamente in stato di grazia: da quando si è unito al club, il “Neymar ecuadoriano”  ha segnato 23 gol in 26 partite. Ora guida la classifica marcatori della Copa dopo otto reti nelle sei partite dei tre turni preliminari e, a trent’anni, sembra aver raggiunto un rendimento e un’efficacia mai esplorati in carriera.

(Photo by Alfredo Moya/Jam Media/Getty Images)

Dal momento in cui Bustos è diventato l’allenatore del club canario, ha rimarcato spesso la grandezza del Barcelona, una delle squadre più tifate nel Paese, e sull’esigenza di un’identità che rispecchi questo status: una squadra propensa al pressing e al dominio del pallone, esaltata dalle fiammate dei suoi esterni. Lo scorso campionato il Barcelona si è piazzato secondo in classifica, ma è stato eliminato al primo turno play-off dall’Aucas: il torneo locale, che manca dal 2016, sarà un obiettivo importante, ma il Torero parte tutt’altro che sconfitto nella lotta per un posto dietro al Flamengo, in uno dei gironi più tecnici ed equilibrati della Copa.

 

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