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Grupo B

By 2 Marzo 2020

 

 

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Palmeiras

Ze Rafael (Photo by Pedro Vilela/Getty Images)

Città: São Paulo, Brasile
Qualificata come: terza classificata del Brasileirão 2019
Miglior risultato: campioni nel 1999

Nella prima conferenza stampa della sua quinta gestione da allenatore del Palmeiras, Vanderlei Luxemburgo ha insistito particolarmente su un concetto: il DNA offensivo. Essere protagonisti in campo, produrre un certo tipo di calcio, secondo Luxa, è quasi una questione genetica. Per il calcio brasiliano, in primo luogo, ma anche per il Palmeiras, con cui aveva vinto un bicampionato nel 1993 e nel 1994 con metodi all’avanguardia e un’impronta propositiva. Negli ultimi anni, però, molti lo hanno accusato di essere un allenatore ormai superato, e di non essere riuscito ad adattarsi ai cambiamenti del calcio dell’ultimo decennio. Dimostrare che quella gran fetta di critica lo ha dato per finito troppo presto sarà la grande sfida dell’ex tecnico del Real Madrid, che a 67 anni ha promesso di riuscire a condurre il Verdão verso la modernità che cerca.

La dirigenza lo ha scelto per dare una forte virata verso uno stile meno reattivo rispetto alle precedenti versioni del Palmeiras di Felipe Scolari e Mano Menezes, più offensivo e simile a quello instaurato da Jorge Jesus al Flamengo, la squadra ha rimontanto e seminato il Verdão nello scorso Brasileirão.

Gustavo Scarpa  (Photo by Miguel Schincariol/Getty Images)

 

La rosa del Palmeiras è una delle migliori due o tre del Brasile dopo quella del Fla, per quantità di talento e varietà di opzioni a disposizione: da quest’anno Luxemburgo potrà contare sull’esterno Rony, cercato da tutte le grandi dopo una grande stagione all’Athletico-PR, su Luiz Adriano, comprato dallo Spartak Mosca per rimpiazzare Deyverson, ceduto al Getafe, e sul terzino sinistro classe ’97 Matias Viña, soffiato al Milan. Le prime apparizioni nel Campionato Paulista hanno già messo a fuoco lo stile offensivo di Luxa: un 4-2-3-1 con Felipe Melo arretrato in difesa insieme a Gustavo Gómez, per lasciare il centrocampo in mano a giocatori di tocco e dinamismo e facilitare la circolazione della palla. In mezzo ci sarà l’ex Chelsea Ramires, elemento di grande gerarchia, con Zé Rafael o l’ex Palermo Bruno Henrique. Luiz Adriano si muoverà e si assocerà con il trio di mezze punte alle proprie spalle, formato da Lucas Lima al centro e da un gran assortimento di esterni offensivi come Dudu, Rony, Gustavo Scarpa, Willian (che fa anche la punta) e Gabriel Veron, la stella classe 2002 della Seleção Sub-17. In questo inizio di stagione sta approfittando dello spazio che gli viene concesso, dimostrando di essere già un giocatore vero, un’ala pronta per rompere già gli equilibri.

L’azione offensiva è sempre accompagnata dalla presenza di terzini molto alti e la circolazione è la prima arma del nuovo Palmeiras. Se la linea difensiva, chiamata a difendere in avanti, ad essere alta e aggressiva senza palla e pulita nell’impostazione, riuscirà a svolgere con sicurezza questi compiti anche in contesti più competitivi del Paulistão, nonostante le caratteristiche di Melo e Gomez siano più adatte a una difesa più posizionale, il nuovo Verdão del vecchio Luxa può arrivare molto avanti.

Bolivar

Juan Carlos Arce  (Photo by Maria Ines Hiriart/Getty Images).

Città: La Paz, Bolivia
Qualificato come: vincitore dell’Apertura 2019
Miglior risultato: semifinalista nel 1986 e nel 2014

Eccetto il vecchio Mariscal Santa Cruz, che negli anni Settanta vinse una vecchia coppa scomparsa di cui pochi hanno memoria, nessuna squadra boliviana ha mai ottenuto un trofeo internazionale. Il titolo di Rey de Copas, che in Argentina spetta all’Independiente – per i suoi sette trionfi in Libertadores – sull’Altiplano viene usato per indicare il Bolivar, che ha come apice di gloria continentale due semifinali, quella del 1986 e quella, più recente, del 2014, un’indimenticabile cavalcata interrotta soltanto dai campioni del San Lorenzo.

Il livello tecnico delle squadre boliviane è sempre piuttosto basso, ma è compensato dalle condizioni ambientali estreme in cui costringono a giocare i loro avversari: quelli del Bolivar devono passare dal fortino dell’Hernando Siles di La Paz, a 3600 m, dove chi non è abituato all’altura partirà già con la barra dell’ossigeno a metà. Un fattore che rende sempre imprevedibili il confronto e le gerarchie all’interno di un gruppo.

Il Bolivar torna a giocare la Libertadores dopo un anno di assenza e si presenta con una squadra giovane, dall’età media di 24 anni, senza però l’iconico Juanmi Callejon, che dopo aver sfondato il muro dei cento gol col Bolivar ha deciso di ritornare in Spagna, al Marbella. In compenso è ritornato Marcos Riquelme, il cannoniere argentino reduce da una sfortunata avventura alla U. de Chile, che in Bolivia ha sempre rotto le reti e si aggiungerà a referenti come il capitano Juan Carlos Arce, Erwin Saavedra e l’ultimo acquisto, l’argentino ex Santos Emiliano Vecchio.

Emiliano Vecchio con il  Santos (Photo by Guilherme Kastner/Brazil Photo Press/LatinContent via Getty Images). (Photo by Guilherme Kastner/Brazil Photo Press/LatinContent via Getty Images)

In panchina c’è Carlos Vivas, l’ex assistente di Marcelo Bielsa nelle sue esperienze in Argentina e Cile, che sta disegnando la propria squadra con un 3-4-3 intenso, verticale e improntato al dominio del gioco in entrambe le fasi, ispirato dai concetti del suo maestro. Al momento, le sue scelte stanno pagando e il Bolivar è ai vertici del campionato, e ha vinto al primo colpo il clasico contro il The Strongest. In Copa Libertadores, le boliviane partono sempre da mine vaganti dei loro gironi: scongiurata la possibilità di trovare il Corinthians nel Gruppo B, la lotta per un posto agli ottavi appare dura. Ma sicuramente più equilibrata.

 

Tigre

(Photo by Rodrigo Valle/Getty Images).

Città: Victoria (BA), Argentina
Qualificato come: vincitore della Copa de la Superliga
Miglior risultato: ottavi di finale nel 2013

Mentre il Defensa y Justicia si giocava punto a punto lo scorso campionato con il Racing, il Tigre provava a scappare dal vertice opposto della classifica. Quel torneo in sé sarebbe stato più che positivo, per la squadra di Victoria, fuori Baires, se non fosse stato per la micidiale e ingiusta regola del promedio: la squadra di Nestor Pipo Gorosito giocava un calcio attraente, basato sugli scambi veloci e disegnato sulle caratteristiche di interpreti con buona qualità tecnica, ma anche efficace, perché in classifica, il Tigre, ha chiuso al nono posto, in zona qualificazione per la Copa Sudamericana.

A causa del promedio, però, il Matador ha pagato in ritardo i campionati negativi delle stagioni precedenti con la retrocessione. La rivincita è arrivata con modalità ancora più paradossali della beffa: nel semestre successivo si è giocata la Copa de la Superliga, un torneo riempitivo creato ad hoc soltanto per motivi di calendario, e il Tigre di Pipo, ormai senza nulla da perdere, ha infilato una prestazione top dopo l’altra, fino alla finale vinta contro il Boca Juniors di Alfaro. L’Argentina intera era rimasta incantata dalla personalità, dallo stile e della sfrontatezza di quella squadra, che dopo la retrocessione si è ritrovata qualificata alla Copa Libertadores.

Nestro Gorosito (Photo by Gustavo Garello/Jam Media/Getty Images)

In Primera B Nacional, alcuni protagonisti, come Federico Gonzalez, l’ala del Vélez Lucas Janson e il centrocampista del San Lorenzo Lucas Menossi (per talento e intelligenza, il simbolo di quella squadra) hanno preferito non scendere; qualcuno, come Walter Montillo, se n’è andato da poco. Nestor Gorosito, invece, ha deciso di rimanere e partecipare alla Copa, anche a costo di rinunciare a proposte dalla Primera. La stagione, però, non sta andando come ci si aspettava: i risultati non arrivano, nonostante il livello tecnico molto alto per la categoria, il gioco è meno brillante della scorsa stagione e la promozione, se non impossibile, appare molto complicata. In questa situazione, due settimane fa Gorosito ha rassegnato le proprie dimissioni e il futuro del club sembra annebbiato: è probabile che la dirigenza riesca a fargli cambiare idea e lo convinca a guidare la squadra in Libertadores e, chissà, respirare nuovamente aria di impresa.

 

Guaraní

Gustavo Costas (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

Città: Asunción, Paragauy
Qualificato come: vincitore di tre turni preliminari
Miglior risultato: semifinalista nel 1966 e 2015

In molti pensavano che il Guaraní non sarebbe uscito vivo dalla lunga e imprevedibile anticamera della Libertadores, eppure l’Aurinegro ha dimostrato non solo di saper competere ad alti livelli, ma anche di farlo con uno stile ben definito. Battuti in scioltezza i boliviani del San José di Oruro, la squadra di Gustavo Costas, tecnico eccentrico ma preparato (nessuno ha vinto quanto lui nella storia dell’Independiente Santa Fe) si è ritrovata a dover affrontare prima il nuovo Corinthians di Tiago Nunes, poi il Palestino di Ivo Basay. Due squadre di proposta, che si sentono a loro agio dominando il pallone: esattamente il tipo di squadre per cui Costas ha la trappola pronta.

Il suo Guaraní si schiera con il 4-4-2 o il 3-5-2 a seconda della situazione, e pratica un pressing molto organizzato, a chiudere le fonti di gioco. L’equipo Aborigen sa anche compattarsi e incassare, come all’Arena Corinthians, dove ha resistito a lungo agli assalti di un Timão molto più forte. Non è un caso che, sia contro i brasiliani che contro il Palestino, il Guaraní sia passato sul filo, grazie ai gol segnati in trasferta.

Fernando Fernandez  (Photo by Miguel Schincariol/Getty Images).

Costas lavora molto sulla coesione del gruppo, un aspetto che si intravede nell’aggressiva armonia con cui i giocatori interpretano questo tipo di calcio; a livello offensivo, predilige transizioni veloci e attacchi diretti sulla punta, che spesso è uno tra Raúl Bobadilla e Fernando Fernández. Tra i giocatori da osservare, i due giovani più interessanti della squadra: il capitano Jorge Morel (1998) e Redes (2000). È un momento di forma strepitosa, per il Guaraní, che se non avesse ricevuto una penalizzazione si ritroverebbe anche in vetta alla classifica di campionato. Il girone di Copa, invece, sembra proprio l’ideale per continuare a sorprendere: se il Palmeiras è un’avversaria dura, Tigre e Bolivar sono assolutamente alla portata di un Aborigen più lanciato e attrezzato.

 

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