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Grupo E

By 2 Marzo 2020

 

 

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Grêmio

Matheus Henrique (Photo by Pressinphoto/Icon Sport via Getty Images).

Città: Porto Alegre, Brasile
Qualificato come: quarta classificata nel Brasileirão 2019
Miglior risultato: campione del 1983, 1995, 2017

Il 5-0 con cui il Flamengo ha sbranato in semifinale quella che, fino a quel momento, era stata la squadra brasiliana più vincente e temibile a livello continentale degli ultimi anni, è ancora un ricordo vivo nell’ambiente gremista. La scorsa stagione è stata piuttosto sotto lo standard delle aspettative, per il Tricolor, che ha rischiato l’eliminazione ai gironi di Copa Libertadores – in un girone complessivamente meno duro di quello attuale – e ottenuto il quarto posto nel Brasileirão dopo una partenza a dir poco negativa.

Il ciclo di Renato Gaúcho ha toccato il proprio apice nel 2017, con la vittoria della Libertadores in finale contro il Lanús, ma nonostante il Grêmio sia reduce da una stagione meno brillante, ha tutti gli strumenti per essere una delle candidate (partendo dietro le due finaliste) al successo finale. La rosa è di alto livello e, per ora, conta tra le proprie fila i due giocatori brasiliani più pronti per il salto in squadre europee di alto livello: Éverton, che a 23 anni ha trascinato la Seleção alla vittoria della Copa America, e Matheus Henrique, interno o mezz’ala classe ’97 con sensibilità tecnica, tempi e sicurezza nel palleggio da giocatore superiore.

Everton (Photo by Buda Mendes/Getty Images).

È una rosa di talento, in ogni ruolo: dietro il muro Geromel-Kanneman, al netto degli ultimi infortuni, è ancora protagonista in mezzo alla difesa; Jean Pyerre (al rientro da un lungo infortunio) e Pepê hanno fantasia, capacità di rompere l’equilibrio e margini di miglioramento; Maicon è ancora un tassello imprescindibile del centrocampo, nonostante i 35 anni. La stessa età di Thiago Neves e della punta Diego Souza: entrambi sono reduci da un semestre disastroso e Renato Gaúcho ha deciso di scommettere sul loro talento, come spesso ha fatto con giocatori protagonisti di periodi negativi. Il vuoto più grande lo ha lasciato Luan, la stella dell’anno della Copa, che dopo un’annata da dimenticare è stato ceduto al Corinthians.

Il Grêmio, in questo inizio di stagione, è sceso in campo alternando il classico 4-2-3-1 al 4-3-3, ma tra infortuni, assenze e mancanza di ritmo, sta facendo fatica a trovare la condizione e il protagonismo a cui siamo abituati. Con un organico inferiore soltanto al Flamengo, a livello nazionale, Renato si appresta a iniziare il proprio quarto anno consecutivo alla guida del Tricolor, con l’obbligo di dimostrare che i cicli, quando sono retti da grandi giocatori e allenatori preparati, finiscono sempre più tardi di quanto si pensi.

 

 

U. Católica

Ariel Holan (Photo by Daniel Jayo/Getty Images).

Città: Santiago, Cile
Qualificato come: vincitore della Primera División 2019
Miglior risultato: finalista nel 1993

Quest’anno Las Condes, nei pressi di Santiago del Cile, è uno dei punti da cerchiare in rosso, sulla mappa calcistica del Cono Sur. La scorsa stagione, l’Universidad Católica di Gustavo Quinteros ha vinto il suo secondo campionato consecutivo, esprimendo una proposta offensiva e interessante, a tratti anche nella breve partecipazione alla Libertadores. Proprio l’eliminazione dalle due coppe continentali è stato il punto debole della gestione dell’argentino-boliviano, che a fine anno ha lasciato la squadra per allenare il Tijuana.

La dirigenza cruzada ne ha approfittato per assicurarsi uno dei migliori allenatori del Sudamerica, Ariel Holan. Appena arrivato a Santiago, il tecnico argentino ha messo in chiaro due cose: per la Católica, squadra tradizionalmente attenta alla qualità del progetto tecnico, ha rinunciato alla possibilità di allenare in Brasile. Inoltre, la rosa dei Cruzados si presta particolarmente al suo calcio aggressivo, dinamico e associativo, perché a suo dire è simile a quella dell’Independiente con cui nel 2017 ha vinto la Copa Sudamericana.

Holan alza vertiginosamente il profilo della Católica e la rende competitiva per giocarsi ad armi pari il passaggio del turno con le altre partecipanti del girone della morte. Il vero obiettivo stagionale, però, è il primo tricampionato della storia cruzada, come dimostra l’impatto mostruoso che ha portato la Católica in cima alla classifica, con un clasico dominato contro il Colo Colo come manifesto.

Fernando Zampedri con la maglia del Rosario Central (Photo by Gustavo Garello/Jam Media/Getty Images).

Le idee di Holan sembrano entrate rapidamente sotto pelle alla squadra, che già propone una pressione e una prima uscita molto elaborate; il suo 4-3-3 è interpretato da un mix di giocatori esperti di alto profilo per il contesto e giovani di grande prospettiva. Sulla sinistra dà fantasia e dribbling il nazionale cileno Edson Puch, mentre per il ruolo di centravanti – la casella che era necessario riempire – la scommessa è la punta del Rosario Central Fernando Zampedri. In mezzo, le letture dell’esperto box-to-box Luciano Aued, come mezz’ala, mentre l’ex Boca Juniors José Fuenzalida è il terzino con proiezione molto offensiva. Da tenere d’occhio due giocatori destinati a essere presenze fisse nelle convocazioni della Roja: il numero cinco ventunenne Ignacio Saavedra e il ventitreenne difensore centrale Benjamin Kuscevic, elemento fondamentale nella prima uscita cruzada. Per questi e molti altri motivi, l’Universidad Católica di Ariel Holan è una squadra da seguire.

 

 

América de Cali

Juan Segovia (sinistra) e Rafael Carrascal festeggiano il secondo gol della loro squadra nella finale di ritorno del Torneo Clausura Liga Aguila 2019 (Photo by Gabriel Aponte/Getty Images)

Città: Cali, Colombia
Qualificato come: vincitore del Torneo Finalización 2019
Miglior risultato: finalista nel 1985, 1986, 1987, 1996

Tra gli anni Ottanta e Novanta, l’América de Cali era al centro del calcio colombiano e sudamericano. Cinque titoli consecutivi e tre finali perse in fila danno un’idea fedele del livello dei Diablos Rojos in quel periodo; quella gloria poggiava anche sugli investimenti del Cartello di Cali, durante uno dei periodi più bui per la Colombia, e sarebbe però stata pagata con gli interessi dal club di riferimento dei fratelli Orejuela, negli anni della Lista Clinton, che raccoglieva i nemici degli USA nella guerra al narcotraffico, e che di fatto, alla lunga, ne segnò la caduta. Le sanzioni e lo stigma annientarono il margine di manovra della squadra più tifata della Colombia che, ormai debole economicamente, abbandonata dagli sponsor e impotente a livello sportivo, si arrese nel 2011 alla retrocessione.

Il buio della seconda divisione durò addirittura cinque anni, poi il ritorno, e altri stagioni di fatica e confusione, in cui il club non riusciva a recuperare la propria precedente dimensione. Il vero e proprio ritorno tra le grandi dell’América de Cali è opera di Alexandre Guimarães, il brasiliano-costaricense che ha saputo porre fine all’entropia successiva all’attesissima promozione; a metà dello scorso anno, ha iniziato a ricostruire un América vincente concentrandosi principalmente sull’equilibrio difensivo della squadra.

Alexandre Guimaraes (Photo by Gabriel Aponte/Vizzor Image/Getty Images).

L’atteggiamento cauto, inizialmente, gli è valso molte critiche, ma ha dato certezze a un gruppo che arrivava da un Torneo Apertura insoddisfacente, conducendolo fino alla finale vinta contro l’Atlético Junior bicampione: un titolo che mancava dal 2008 e che, forse, chiude una volta per tutte l’incubo dei Diablos Rojos. Oltre al campionato, l’América tornerà a giocarsi la Copa Libertadores, il trofeo sfiorato quattro volte negli anni in cui era una potenza, ma mai vinto nella storia del club: oggi, chiaramente, il peso tecnico del club è molto diverso da quello di allora, e sarebbe già un’impresa strappare una qualificazione nel girone di ferro di questa edizione, dove il campione di Colombia in carica parte dietro a tutte le altre. Guimarães proporrà una squadra che punta a far male con gli attacchi in transizione, un 4-3-3 dominato a centrocampo da Rafael Carrascal e impreziosito da un attacco che, se al completo, può contare su individualità strabordanti: su tutti, il grande ritorno di Adrian Ramos, il ragazzo nato nel club e diventato grande in Germania, al Borussia Dortmund. Con lui, la punta Michael Rangel, reduce da un torneo da ben 14 reti, e il fantasista argentino Matias Pisano, mancino preciso e sfuggente con un passato all’Indepediente.

 

Internacional

Andrés D’Alessandro (Photo by Lucas Uebel/Getty Images)

Città: Porto Alegre, Brasile
Qualificato come: settima classificata nel Brasileirão 2019
Miglior risultato: campione nel 2006 e 2010

Ci sono tanti motivi per ritenere il Gruppo E il miglior girone di questa Copa Libertadores: la stella della competizione, Éverton Soares; il più alto rapporto tra livello tecnico delle concorrenti ed equilibrio del confronto, il primo Gre-Nal della storia della Copa, e lo scontro tra due delle proposte più spettacolari d’America, quelle di Ariel Holan ed Eduardo Coudet.

In un momento in cui è largamente condivisa l’importanza di un’identità definita per vincere, la dirigenza dai Gaúchos ha scelto Chacho per costruire un nuovo Internacional, meno reattivo e più alla Coudet: il tecnico argentino ha sempre messo in campo squadre armoniose, intense e inclini a dominare la partita con il pallone. Dal suo Rosario Central al Racing campione d’Argentina: squadre basate sul suo inconfondibile 4-1-3-2, con due punte abili a partecipare al gioco, un cinco preciso e dotato di senso della posizione e un centrocampo molto propenso al fraseggio.

Coudet ha chiamato a Porto Alegre due suoi pupilli allenati in Argentina: Damián Musto, mediano del suo Rosario Central, è il cervello della squadra, un cervello in cui sono già immagazzinate le istruzioni per occupare quella posizione in una squadra del Chacho. Con lui, Renzo Saravia, il terzino destro del Porto che dava ampiezza nel suo Racing e, in quel contesto, si è guadagnato la Selección.

Renzo Saravia è arrivato dal Porto (Photo by Quality Sport Images/Getty Images).

I principi del tecnico argentino sembrano già far parte del nuovo Internacional, che di nuovo ha le idee, più che gli uomini: in attacco c’è Paolo Guerrero, accompagnato dal capitano eterno del Colorado, Andrés D’Alessandro, libero di spaziare e inventare. Davanti a Musto, l’ex Udinese Edenilson dà dinamismo, con Patrick e Lindoso. In difesa, Victor Cuesta potrebbe trovare nel giovane e promettente centrale Bruno Fuchs un nuovo compagno, abile nel far uscire palla, mentre i trequartisti Boschilia e Marcos Alonso, nei turni preliminari contro U. de Chile e Deportes Tolima, si sono rivelati giocatori in grado di cambiare ritmo alla partita con la loro brillantezza.

Occhio anche al centrocampista classe 2002 Bruno Praxedes, che ha giocato e vinto una Copinha strepitosa, è appena entrato nella lista per la Libertadores di Coudet e sa fare veramente tutto. Lo step successivo è insistere su queste idee e migliorare tempi e dominio: pur partendo un po’ defilato rispetto rispetto alle più forti del torneo, l’Inter del Chacho, tra qualche mese, potrebbe creare seri problemi a chiunque

 

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