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Guardiola non ha imparato da Guardiola

By 19 Agosto 2020

Come un lancio di Marçal ha trasformato la sfida contro il Lione nella Waterloo del “guardiolismo”

Ci fosse John Huston a filmare la vita felice di Pep Guardiola, quella prima del gol di Cornet in Manchester City – Lione, avremmo visto, nello spogliatoio dello stadio José Alvalade di Lisbona, il portiere Ederson chiedergli con la stessa ossessione che aveva Robert Hatch – il personaggio di Sylvester Stallone in “Fuga per la vittoria” –: «Mister, dove mi metto sui lanci del Lione?». Con Pep che uguale al capitano John Colby / Michael Caine: sorride e non risponde. Anche prima di entrare in campo, Ederson ci riprova: «Mister, dove mi metto sui lanci del Lione?». E Pep vorrebbe dirgli: «Ma Edy, Chi vuoi che lanci? Ancora? Siam fermi alle rime? Oggi che persino Rino Gattuso fa il giro palla in orizzontale? Che cosa è il lancio al tempo del gegenpressing?».

E, invece, il passato stava entrando di nuovo nelle partite di Pep. È il ventiquattresimo del primo tempo e Marçal, difensore brasiliano del Lione, fa quello che non era previsto, un gesto che la mente di Pep Guardiola non riesce a incamerare, lancia. Lancia e scavalca tutte le sue teorie e soprattutto le certezze passate al City; lancia e distrugge; lancia e inventa; lancia come se avesse la DeLorean; lancia e riporta tutti a casa: il calcio e Pep; lancia e manda all’aria dieci anni di tentativi post Barcellona; lancia e racconta al mondo che il calcio è una cosa semplice; lancia e diventa una entità suprema; lancia e sembra essere il possessore di una meccanica celeste; lancia e fa un lavoro perfetto; lancia e sembra faccia un giro di pista assoluto: tempo, velocità e ritmo; lancia e libera il calcio dalla filosofia; lancia e risveglia Nereo Rocco; lancia e Pep venderebbe l’anima al diavolo pur di non far girare così bene quel pallone che lo sta per condannare; lancia ed è come se slacciasse la guêpière al City; lancia e persino Manṣūr bin Zāyed Āl Nahyān  sente il sapore delle mandorle amare che poi è il sapore di quando stai perdendo qualcosa, come insegna Gabriel García Márquez; lancia e trasforma Pep Guardiola in una statua di sale.

(Photo by Fred Lee/Getty Images for Premier League)

Lancia, cerca e trova Ekambi: che la stoppa e se la allunga troppo tanto che Eric García riesce a recuperare e a toglierla favorendo, però, Cornet che la appoggia, e non facilmente, di sinistro nella porta del City. Carambola e rimando, carambola di pensieri ed errori di un centrocampista che lascia calciare Marçal e di un difensore chiamato a un duello western, e rimando a una vecchia ferita che ora persino Pep vede e sente.

Mentre si consuma la Waterloo del guardiolismo, Ederson è fuori dai pali, altissimo, al limite dell’area di rigore: nudo come un angelo. Indifeso e senza possibilità di recupero. È nel tempo irreversibile di chi non ha avuto ascolto. Di chi ha sentito a istinto d’essere vulnerabile, ma non è stato aiutato. Ha avvertito d’essere fuori posto, alto come solo una minigonna può essere, ma lui sarebbe il portiere di una squadra che dichiara di voler vincere la Champions League.

E, invece, lascia una palla scoperta, una sola, che arriva dal passato a fregarti. Ederson arretra di due passi prima d’essere trafitto, divenendo un Piero di porta, una creatura di De André, che precipita sotto la gravità della sua innocenza, cade alla difesa, e con lui cadono Guardiola e il City. Altro che riposo e campionati fermi. Eppure, Guardiola, ha avuto tutto il tempo di ragionare sul lancio che lo rovina, è lo stesso metodo col quale Claudio Ranieri ha vinto la Premier con il Leicester, la famosissima palla lunga e pedalare, se hai un giovane vecchio attaccante inglese come Vardy, in stato di grazia, ci vinci un campionato. Tanto che Guardiola sembra il feto di “Odissea nello spazio”: è andato talmente avanti nei corridoi del tempo e del pallone da essere fregato da un comodino del tempo di Luigi XVI.

One Comment

  • Simone Santarelli ha detto:

    E con tutto questo, chi prendereste per la vostra squadra del cuore ? Il “Feto dell’Odissea” o il redivivo Nereo d”oltralpe ? A parte poche vedove della gibigianna, direi che il mondo vuole Pep. Ergo, “non importa se vinciamo, non importa se perdiamo, importa come la squadra ci fa sentire quando andiamo allo stadio (o in TV) a rifarla”. E nessuno ci fa sentire meglio di Pep. Cresce bene Flick.

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