Feed

Gundogan e il calcio dell’inclusività

By 3 Marzo 2021

Il nuovo contesto costruito da Guardiola ha dato una nuova identità al tedesco

Prendendolo dal mondo della didattica, oggi si parla in ogni contesto di inclusività (anche i politici italiani ci stanno sommergendo con il tema). Vero è che spesso citiamo a vanvera concetti che vanno di moda (ormai “sostenibile” ad esempio è già in discesa), ma analizzandoli in profondità ovunque vengono utilizzati hanno un loro senso.

Ancora poco si parla di inclusività nel mondo del calcio ma è il caso di farlo se guardiamo ancora una volta a chi cerca sempre gli orizzonti più lontani, Josep Guardiola.

Prima di tutto inclusività e inclusione hanno due accezioni semantiche differenti. L’inclusione premette un sistema in cui il calciatore deve adattarsi, applicando dei compiti e delle funzioni. Quindi l’inclusione è il prodotto finale di un percorso di adattamento. Il calcio guardiolano è stato ed è anche questo, soprattutto se pensiamo ai rigetti alla Ibrahimovic o alla Chygrynskiy, preso come caso di studio nel documentario “Take the ball, pass the ball” di Duncan McMath e scritto da Graham Hunter.

L’inclusività è qualcosa di più avanzato. Costruire contesti inclusivi vuol dire adattare gli stessi ai calciatori, trasformandoli per “praticare” la comunità che è una squadra di calcio. Quello che si cerca non è un prodotto ma un processo sempre in fieri in cui l’adattamento è costante e bidirezionale e viene richiesto anche al sistema stesso che non è mai dato per scontato.
Questa è la nuova dimensione di calcio che Guardiola sta creando nel Manchester City attuale e un esempio dei frutti che porta è la stagione e la nuova identità di İlkay Gündoğan.

(Photo by Jon Super – Pool/Getty Images)

Prima degli ultimi due anni al Manchester City, Gündoğan aveva un’identità molto precisa. Era il perfetto regista metodista della propria squadra, da schierare o vertice basso alla Jorginho per far iniziare la manovra, magari abbassandosi fra i due centrali (altro esempio molto facile è Thiago Alcantara), oppure da affiancare con un altro centrocampista in una sezione centrale di campo strutturata con il 2-3 come quasi sempre ha scelto di fare Joachim Löw nelle sue partite con la Nazionale.
Guardiola lo prende dal Borussia Dortmund e all’inizio gli da quegli stessi compiti, cercando di includerlo nel suo assetto di squadra per alternarlo o associarlo a Fernandinho.

Sono passati cinque anni dal suo arrivo al City e, nonostante Guardiola avesse potuto sfruttarlo per quelle funzioni in cui era uno dei migliori al mondo, ha costruito su di lui un nuovo contesto inclusivo, dandogli una nuova anima.

Oggi İlkay Gündoğan parte in posizione di mezzala sinistra, con Rodri vertice basso di un centrocampo in cui dall’altra parte c’è Kevin de Bruyne. Per esaltare al massimo le doti tecniche e intuitive di passaggio del pallone negli spazi delle sue mezzali, Guardiola ha deciso di farli muovere soprattutto in verticale, volendo la loro presenza non sui 45 metri, dove l’azione inizia, ma sui 25 metri, dove l’azione si finalizza. Questo è un cambio di contesto difficile da immaginare. Gündoğan è un grande palleggiatore, il suo ruolo naturale è ricevere palla dai difensori per attivare i triangoli di gioco esterni, invece Guardiola vuole che giochi senza palla in verticale, mentre il gioco si sviluppa sui lati, affinché poi gli esterni, Sterling e Mahrez in primis, taglino dentro il campo e lo servano sui piedi magari dentro l’area di rigore.

(AP photo/Jon Super, Pool)

Guardiola ha deciso di costruire un nuovo contesto di gioco in cui includere la sua tecnica di base eccelsa nel controllo del pallone in una sezione di campo ad altissimo rischio per gli avversari. Lo ha fatto anche per l’arrivo della VAR. Far riceve il pallone in area di rigore a uno che controlla anche i sassi gettati in mare con la dimestichezza di Gündoğan, vuol dire mettere in emergenza ogni avversario, che ha un giocatore magari non rapidissimo ma estremamente tecnico che ti punta in area di rigore a 15 metri dalla porta.

Allungare una gamba con un giocatore del genere vuol dire avere un’altissima probabilità di commettere fallo da rigore, cosa che è spesso accaduta su Gündoğan, oppure dargli la possibilità di andare in gol. Nelle annate al Manchester City Gündoğan ha segnato 5, 6, 6 e 5 gol a stagione in tutte le competizioni. Oggi è a 13 gol, con 26 partite disputate (negli ultimi due anni ne ha giocate 50). In tutti gli anni al Borussia Dortmund ha segnato solo 15 gol. E se lui ha questi numeri realizzativi, deve esserci per forza di cose un altro che ha numero eccelsi negli assist. Kevin De Bruyne, Raheem Sterling e Riyad Mahrez hanno fatto 20 assist totali, un’enormità per qualsiasi altra squadra.

Un’altra funzione che Gündoğan sa svolgere alla perfezione nel nuovo contesto è quella di sponda centrale per le traiettorie di gioco “a muro”. Avendo una posizione centrale e ricevendo palla sui piedi, il suo cervello da regista basso gli fa spesso aprire il gioco per un compagno che corre faccia alla porta e può tentare il tiro. In questo senso ancora una volta De Bruyne che riceve le sue sponde centrali è secondo in Premier League per tiri tentati a partita (3,3 contro i 3,8 di Kane), così come i vari Foden, Cancelo, Sterling, Mahrez, Gabriel Jesus e Ferran Torres sono tutti con una media vicina ai 2 tiri in porta a partita.

(Photo by Nick Potts – Pool/Getty Images)

Questa enorme qualità distribuita in ogni parte del campo e con l’aggiunta di Gündoğan che sa appunto toccare la palla in maniera pulita, fa sì che il Manchester City sia primo per Pass Accuracy in Premier League (89% contro l’86,9 del Chelsea) e c’è un altro dato che cambia tutto. Ricevendo palla nella parte di campo più “calda” e dove si è più aggrediti dagli avversari è normale che la percentuale di “Bad control per game” più alta sia sempre dei centravanti o degli attaccanti in generale. In questo momento in Premier League ai primi posti di questa classifica ci sono Zaha, Salah, Calvert-Lewin, Callum Wilson e Michail Antonio. Gündoğan che per molto tempo della partita gioca nella stessa posizione di questi succitati è 219esimo e avere un centravanti (finto centravanti, chiamiamolo come vogliamo) che non perde il pallone in quelle situazioni difficili e sappia o andare alla conclusione personale o muovere ancora il gioco è qualcosa di eccezionalmente importante.

Quando poi gioca un centravanti vero, Guardiola non cambia le funzioni di Gündoğan, perché chiede al centravanti di liberare lo spazio centrale e adatta un’altra caratteristica peculiare dei centravanti che utilizza (quest’anno Gabriel Jesus ma spesso anche Bernardo Silva schierato in quella posizione di partenza), ovvero quella di essere letali con il primo passo in dribbling, per disordinare le difese.

E torniamo quindi al calcio inclusivo. Essere inclusivi vuol dire costruire contesti in cui si possano esaltare le caratteristiche migliori di ognuno. Guardiola lo sta facendo con tanti suoi uomini e salta agli occhi il miglioramento di İlkay Gündoğan grazie a questo approccio. Essendo un modello sempre in costruzione e ridefinizione, l’inclusività non è mai data e soprattutto potrebbe non adeguarsi ai diversi interpreti, perché le caratteristiche peculiari cozzano con quelle di altri calciatori o non emergono in quei contesti specifici. Questo vuole dire qualcosa che viene sempre paventato ma in fondo mai attuato, ovvero un cambio di mentalità nell’acquisto dei calciatori. Bisogna comprare con la consapevolezza di strutturare contesti inclusivi intorno a ogni calciatore che si ha in rosa, il che vuol dire che non bisogna per forza di cose comprare il migliore calciatore in circolazione o nel ruolo, ma quello che potenzialmente meglio si adatti ai contesti in cui si esaltano anche gli altri. È un discorso forse complicato ma che sarà il futuro della costruzione delle squadre e del calcio funzionale del futuro prossimo.

Leave a Reply