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Ha senso che quattro italiane giochino la Champions?

By 24 Ottobre 2019

Quante speranze hanno di arrivare in fondo le squadre che si qualificano come quarte nei rispettivi campionati?

Fra poco resteranno soltanto i numeri. Le giocate, gli episodi, i momenti in cui la fortuna si è divertita a fare i capricci saranno cancellati. O, magari, verrano archiviati in qualche angolo remoto della memoria e lasciati lì a prendere polvere. Guardare la classifica dell’Atalanta, oggi, è piuttosto imbarazzante. Zero punti portati a casa in tre partite, 2 gol fatti e addirittura 11 subiti. Dire che la qualificazione è improbabile ma non impossibile è un esercizio dialettico, una sublimazione del concetto di ottimismo.

Il disastro in Champions League della Dea è di quelli che rendono necessario un punto esclamativo. E, paradossalmente, anche un punto interrogativo. Ha senso, infatti, che la Serie A invii quattro rappresentanti in nella coppa dalle grandi orecchie? O, se preferite, ha senso gettare nella mischia continentale delle squadre che, puntualmente, si rivelano non all’altezza della competizione?

Se si considera solo il punto di vista economico, la Champions League rappresenta un’occasione unica per i club di fascia medio-alta, un’opportunità per contrastare il dominio delle superpotenze che dettano legge nei rispettivi campionati. O, almeno, per provarci. Il più delle volte, infatti, la partecipazione alla vecchia Coppa dei Campioni è un modo per far quadrare i bilanci, per permettersi un acquisto in più o per monetizzare al massimo le future cessioni.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images).

Ma dal punto di vista squisitamente tecnico è quasi sempre un disastro. Soprattutto per le terze e le quarte classificate in campionato, club proiettati in una dimensione più grande del proprio blasone o che quel blasone stanno cercando di ricostruirlo.

Vedere per credere quello che è successo lo scorso anno all’Inter di Luciano Spalletti. Una squadra che aveva staccato il pass per il trofeo grazie al quarto posto in campionato ma ancora distante dallo status di club in grado di spendere 75 milioni di euro per un solo giocatore. La politica dei piccoli passi aveva portato a un deludente terzo posto nel girone, con il sogno qualificazione sfumato contro un non irresistibile PSV. Per giunta in casa.

E negli ultimi 20 anni, ossia da quando la Champions League è stata allargata anche alle terze e alle quarte classificate, i risultati non sono certo incoraggianti. In 10 occasioni, infatti, le italiane sono state eliminate al turno preliminare. La prima è stata il Parma, che nel 1999/2000 si è fatta superare dai Rangers (2-0 per gli scozzesi a Ibrox, 1-0 per i ducali al Tardini), anche l’eliminazione più sconcertante resta quella dell’Inter nella stagione successiva, quando la squadra di Marcello Lippi è stata buttata fuori dalla coppa addirittura dagli svedesi, praticamente sconosciuti, dell’Helsingborg. Una partita surreale che sarà la prova generale dello spareggio mondiale fra Italia e Svezia con Ventura in panchina.

La cifra contiene un significato feroce. Perché essere eliminati nel turno preliminare è un fallimento senza appello, un’ammissione urlata e rumorosa di non essere in grado di sedersi al tavolo delle più forti. Una sorte che nel corso degli anni è toccata anche a Parma, di nuovo (eliminato dal Lilla nel 2001/2002), Chievo (spedito a casa dal Levski Sofia nel 2006/2007), Sampdoria (2010/2011, eliminata dal Werder Brema), Udinese (con un’incredibile doppietta: nel 2011/2012 con l’Arsenal, l’anno successivo addirittura con lo Sporting Braga), Napoli (2014/2015 con l’Athletic Bilbao), Lazio (2015/2016, Bayer Leverkusen) e Roma (2016/2017, Porto).

La matematica diventa ancora più severa se ci si concentra solo su un altro dato. Sono 14 le edizioni della Champions League in cui l’Italia ha potuto schierare 4 club. E le squadre che hanno tentato l’avventura europea grazie all’ultimo posto disponibile non sempre hanno fatto bella figura. In sei sono uscite al turno preliminare (addirittura il 42,8%), quattro, ossia il 35%, non hanno passato il girone (Lazio 2004, Udinese 2006, Fiorentina 2009, Inter 2018), una (il 7%) si è fermata agli ottavi di finale (la Fiorentina nel 2010), e sempre una, l’Inter nel 2005, è riuscita ad arrivare fino ai quarti.

Ogni regola, però, vuole la sua eccezione. Nella stagione 2002/2003, infatti, il Milan accede alla coppa come quarto classificato. E si arrampica fino alla finale di Manchester, dove incontra la Juventus (che era volata in Europa da prima della classe). Il rigore di Shevchenko regala il trofeo al Diavolo e scrive un piccolo capito della storia recente del calcio.

Isco con la maglia del Malaga durante la gara dei quarti di finale di Champions League giocata contro il Borussia Dortmund nel 2013 (Photo by David Ramos/Getty Images).

Numeri e percentuali, tuttavia, acquistano una certa valenza solo se vengono contestualizzati. Così diventa utile farsi un giro fra gli altri campionati del Vecchio Continente. La Spagna, ad esempio, ha potuto inviare quattro ambasciatrici in tutte e 20 le edizioni della Champions allargata. E i risultati sono stati molto diversi.

Solo tre volte (ossia il 15% del totale) le squadre iberiche si sono impantanate già al turno preliminare: Osasuna nel 2006/2007, Siviglia nel 2010/2011 e Villarreal nel 2016/2017. In otto occasioni (ossia il 40%), poi, le quarte spagnole non sono riuscite a superare la fase a gironi, mentre tre sono approdate agli ottavi di finale (Celta Vigo nel 2003/2004, Real Madrid nel 2004/2005, Atletico Madrid 2008/2009), tre sono arrivate fino ai quarti (Barcellona 2003, Malaga 2013, Siviglia 2018), due in semifinale (Real 2001, Barcellona 2002). Solo il Valencia è riuscito ad arrivare in finale, nel 2001. Perdendo.

Fra i grandi tornei continentali, la Bundesliga è quella che ha avuto meno possibilità di schierare quattro rappresentanti in Champions. In 7 edizioni con il poker calato, le tedesche si sono arrese per 2 volte ai preliminari (Borussia Mönchengladbach nel 2012/2013 e Hoffenheim nel 2017/2018), per due volte non hanno superato il girone (Borussia Mönchengladbach nel 2016/2017 e Bayer Leverkusen nel 2015/2016), mentre nelle tre occasioni restanti si sono fermate agli ottavi.

©Jonathan Moscrop / LaPresse

A stravolgere le statistiche ci pensa la Premier League. Sono 17 le volte in cui l’Inghilterra è stata rappresentata da 4 club. E i numeri fatti registrare fanno arrossire gli altri tornei nazionali. Solo l’Everton, nel 2005/2006, è riuscito a non superare i preliminari, mentre soltanto Chelsea e Manchester United (rispettivamente 2012/2013 e nel 2015/2016) sono naufragate nella fase a gironi. Per il resto, per 5 volte la squadra che si era classificata come quarta l’anno precedente è approdata agli ottavi, in 4 occasioni è arrivata ai quarti e una volta sola in semifinale (il Chelsea nel 2003/2004).

Il primato più curioso, però, spetta al Liverpool che è arrivato 3 volte in finale dopo essersi classificato quarto in Premier League, mettendo in bacheca 2 Champions League (2005 e 2019) e una medaglia d’argento, contro il Real, nel 2018.

Sostanzialmente, il 77% dei club italiani che volano in Champions League grazie al quarto posto in campionato non ha speranze di superare la fase a gironi. Un numero spaventoso, soprattutto se paragonato a quello degli altri tornei, dove il tasso di “mortalità” prima degli scontri a eliminazione diretta è incredibilmente più basso: 57% in Bundesliga, 55% nella Liga, 24% in Premier League.

Ma qual è il significato di tutta questa serie di numeri da mal di testa? Per prima cosa, è importante soffermarsi sui nomi delle quarte classificate che hanno provato a cercare fortuna in Europa. Udinese, Chievo, Sampdoria non sono certo club dalla vocazione internazionale ma buone squadre (in qualche caso addirittura modeste) che sono riuscite a sfruttare un momento particolare per ritagliarsi uno spazio effimero, un quarto d’ora di celebrità prima di ritornare fra coloro che son sospesi. Fiorentina e Lazio, invece, sono società storiche, ma che sono state proiettate su palcoscenici importanti durante un particolare momento di rifondazione, con risorse e uomini a disposizione troppo flebili per poter competere con i top club europei (ma anche con le squadre di livello medio).

Una seconda lettura, invece, riguarda il cambiamento della geopolitica calcistica italiana negli ultimi 20 anni. All’inizio del nuovo millennio si è venuta a creare una situazione in cui Lazio e Roma (e in misura minore Fiorentina e Parma) hanno provato a limitare lo strapotere della Juventus e delle due milanesi. Solo che le cosiddette sette sorelle sono rimaste prima orfane di Fiorentina e Parma, poi delle due romane, alle prese con difficoltà economiche e con la necessità di dover sacrificare il progetto sull’altare del bilancio. Calciopoli e un periodo variabile di decadenza delle milanesi hanno scomposto anche l’ultimo centro di potere. Almeno per qualche stagione.

Il gol di Theo Walcott durante la gara di andata del preliminare fra Arsenal e Udinese del 2011 (Photo by Julian Finney/Getty Images).

Si è creato un campionato dominato prima dall’Inter, poi dal Milan, prima che la Juventus iniziasse la sua tirannia. Un campionato senza reali avversarie, dove squadre solitamente relegate alla periferia del calcio tricolore si sono affacciate in Europa in condizioni particolari. Alcuni club non hanno avuto la forza, o la voglia, di trattenere i giocatori migliori in vista dell’impegno europeo, altri sono stati scagliati in un meccanismo troppo grande per le loro possibilità assolute o relative. Quattordici anni di Champions League con 4 partecipanti, di fatto, non hanno portato grandi indotti alle medio-piccole che sono riuscite a prendervi parte.

Né sotto il profilo economico, visto che nessun club è riuscito a creare un circuito virtuoso ma si è accontentato di sistemare i bilanci e di vivacchiare, né sotto il profilo tecnico e sportivo. E questo, forse, è l’unico punto di contatto con le altre esperienze europee. Le squadre che sono arrivate in Champions grazie a un exploit sono poi sprofondate di nuovo nell’oblio (Osasuna e Malaga in Spagna, Hoffenheim in Germania), a dimostrazione di quanto la coppa dalle grandi orecchie sia un torneo spietato e selettivo, una competizione che regala soldi e possibilità di crescita a chi già ha una struttura importante.

Detto questo, dunque, ha senso che 4 italiane giochino la Champions League? Ovviamente sì, ma più che altro per una questione “interna”. La speranza è che, fra una batosta e l’altra, i club più piccoli riescano a utilizzare i ricavi della coppa per creare un progetto serio e duraturo nel tempo, per riuscire a trattenere un giocatore importante, per concludere un acquisto in grado di alzare l’asticella della competitività, per ridurre il divario, se non con la Juventus, quanto meno con la terza e poi con la seconda. Una condizione fondamentale per poter entrare in pianta stabile in Europa. Perché abituarsi a competere sul serio può essere la chiave per evitare ulteriori figuracce.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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