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Ha senso tagliare gli stipendi dei calciatori?

By 18 Aprile 2020

Forse ne ha di più pensare che in futuro dovranno essere ridimensionati, per permettere al calcio di sopravvivere

Non è un caso che non esista un accordo comune sul taglio degli stipendi dei calciatori. È semmai la conferma che un accordo difficilmente potrà essere raggiunto perché non esiste un sindacato dei giocatori. Esistono gli agenti che trattano i loro interessi professionali, tutti diversi come i contratti che regolano il rapporto di lavoro dei loro assistiti. Sono un insieme di singoli lavoratori, di fatto non compongono un gruppo professionale.

Non sono rappresentati, nemmeno dall’Associazione che ha voce in capitolo nelle riunioni federali. Molti giocatori non ne fanno parte per scelta, preferiscono l’autogestione, soprattutto molti stranieri che si sentono in Italia di passaggio. Così però depotenziano le voci che dovrebbero rappresentarli. Quando parla Tommasi, il presidente dell’Assocalciatori, si sa che non parla per tutti i giocatori. Pur bravo e intelligente e capace che sia, ci sarà sempre qualcuno che potrà smarcarsi da quello che dice. L’associazione diventa – anzi, è – un interlocutore depotenziato: porta avanti una battaglia di tutti, ma solo in nome di alcuni.

Nemmeno la Federazione e la Lega rappresentano i calciatori, cioè coloro che devono accettare l’eventuale taglio. Semmai sono la controparte, coloro che il taglio lo richiedono per salvaguardare la salute finanziaria dei club. Conta poco, quindi, che trovino un accordo tra di loro, come hanno già fatto. Conta semmai che i calciatori trovino prima una voce unica, un modo di gestire loro stessi nella diversità.

stipendi dei calciatori

(Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

Non è corretto chiedere lo stesso taglio a tutti i calciatori della categoria perché c’è troppa disparità, si va dai 31 milioni di Cristiano Ronaldo agli stipendi normali delle riserve del Brescia, del Lecce, del Verona. Dentro un campionato esistono mondi diversi che non possono parlare con una sola voce, non prima di essersi guardati negli occhi. I calciatori meritano di sedersi al tavolo, ma prima devono autocoinvolgersi tutti, trovando un progetto comune. E articolato, perché così deve essere.

L’anomalia nasce dall’inquadramento professionale dei giocatori. Sono collaboratori a tempo determinato, potrebbero lavorare con partita iva individuale, di fatto prestano al club le loro prestazioni, invece sono sotto contratto e vengono trattati come dipendenti. Hanno però contratti determinati, a tempo ridotto, a volte anche solo di alcuni mesi e il club paga per loro le tasse e le previdenze. Sono lavoratori per cui non esiste un contratto collettivo, non è previsto, ecco perché diventa obbligatoria una trattativa improvvisata in caso di emergenza.

stipendi dei calciatori

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Epperò, è così scontato che sia giusto tagliare gli stipendi ai calciatori? Se li consideriamo lavoratori comuni, perché non pagargli un periodo di malattia, o uno di ferie forzate? In linea di principio, non si dovrebbe arrivare a quel punto. Il discorso nasce perché i calciatori del massimo campionato sono ricchi. Guadagnano cifre fuori contesto, quindi è naturale pensare che possano fare a meno di alcuni mesi di stipendio.

Ma è anche vero che non sono loro ad aver stabilito quelle cifre. È il sistema che gliele offre. Quindi le alternative sono due: o il sistema offre soldi che non produce, oppure li produce anche grazie ai calciatori. Lo stipendio lo fa il mercato, il settore, non la capacità. Un professionista di un settore sfortunato vale professionalmente quanto un bravo calciatore, solo che non verrà riconosciuto economicamente.

Ai calciatori ora si chiede di saldare un vuoto che il calcio da solo non è in grado di tamponare. Fosse un’azienda comune, con dipendenti comuni, li metterebbe in cassa integrazione. Invece ha dipendenti eccezionali, pagati tanto con contratti a tempo, che non possono essere paragonati. Così deve trovare una soluzione altrettanto eccezionale. Il buon senso vuole che i calciatori ricchi rinuncino ad alcune mensilità perché non ne hanno bisogno, lasciandole al club che invece senza le partite non incassa e in futuro potrebbe non poter pagare ai calciatori gli stipendi pattuiti. Ma è anche un modo per permettere al club di stipendiare i lavoratori “normali”, che sono tanti e appartengono a loro volta al calcio, quanto i calciatori.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Ecco perché il calcio non ha intenzione di fermarsi e si sta organizzando su come ripartire. Il taglio stipendi non basta: è una toppa, al massimo. Il calcio va inteso come azienda, non come gioco, e ha il diritto di organizzarsi per ricominciare tanto quanto le altre. Lo sta facendo immaginando un momento in cui non esisterà più la distinzione tra attività necessarie e non: prima o poi, tardi o presto, non potrà più esserci. Ricominciare è un diritto di tutti. Difficile capirlo, evidentemente, per molti esperti o presunti tali che scorrono nelle ospitate televisive di questi giorni e che puntualmente puntano il dito contro il calcio, cinico e spietato, colpevole di voler ripartire a tutti i costi mentre le priorità sono altre. Sembra una soluzione comunicativa di comodo.

Anche i ministri, qui e là, lo usano come leva per dirottare l’attenzione: quello inglese per la salute ha accusato direttamente i calciatori di essere fuori dal mondo. È facile, si basa sullo stereotipo del giovane spensierato e famoso e ricco che non merita i soldi che ha e nemmeno li sa gestire, perché li guadagna dando calci ad un pallone. Fa leva anche sul fatto che in Premier non abbiano ancora trovato un accordo sul taglio degli stipendi: non proprio, i giocatori sono disponibili, ma vogliono sapere dove finiscono i soldi a cui rinunciano. Se li tiene il club, se vengono usati per pagare gli altri dipendenti, se finiscono in beneficenza. Perché così non fosse, hanno detto, tanto vale che li diano direttamente loro. Cosa che comunque stanno facendo, anche se non lo dichiarano.

Il taglio degli stipendi dovrebbe poi essere comune alle grandi leghe europee. Perché potrebbe portare ad una svalutazione del campionato, sarebbe un modo per annunciare una grave perdita irreparabile, e se accade solo ad alcuni i giocatori lo eviterebbero cambiando torneo. Trasferendosi. Disequilibrando quindi la geografia del calcio, che a fatica si stava riomogeneizzando negli ultimi anni.

Se taglio degli stipendi deve essere, è bene che sia inserito anche un tetto ingaggi uguale per tutti. Un massimo alto oltre il quale non si può andare e un massimo complessivo superiore alla quota che la maggior parte dei club ora possono raggiungere ma inferiore a quello che i pochi sforano. Qualcosa che integra il Fair Play Finanziario. Il punto non è tagliare gli stipendi dei calciatori, è semmai capire se il calcio è in grado di permetterseli oggi, e anche un domani. Se è vero che il sistema è autosostenibile, è vero anche che produrrà meno soldi dopo questa crisi, e che quindi gli ingaggi dovranno calare. Ma deve essere una conseguenza, non un rimedio improvvisato.

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