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Hakimi sta spaccando la serie A

By 19 Febbraio 2021

In un campionato che per tradizione non ha nell’intensità e nell’atletismo tratti identitari, l’esterno marocchino rappresenta una scheggia impazzita che compromette l’ordine delle cose

Illegale, imprendibile, immarcabile. Queste alcune delle iperboli – non esattamente eleganti da un punto di vista semantico – a cui spesso si ricorre per descrivere Achraf Hakimi. L’aggettivazione eccessiva è perlopiù dovuta al suo dominio atletico, fattore piuttosto influente in uno sport che si pratica su un campo di 100m x70. Lo stupore che si solleva osservando lo scarto di velocità tra due giocatori che corrono fianco a fianco è un brivido quasi animale. Gesti tecnici come un colpo di tacco o una sterzata, restituiscono sensazioni di stordente e fugace meraviglia. Vedere un calciatore che fa mangiare la terra al suo diretto avversario in un allungo sui 20 o i 50 metri è una scossa elettrica, un sussulto primitivo.

Fiorentina-Inter di un paio di settimane fa ha offerto un’istantanea eloquente della tirannia atletica di Hakimi. Mentre l’esterno marocchino cambia passo e si allunga il pallone per arrivare sul fondo, si vede la sagoma rocciosa di Igor stramazzare al suolo nel tentativo di frenarlo. In diretta non era chiaro il motivo per cui il colosso in maglia viola fosse caduto per terra, come tutti quei chili avessero perso così platealmente e improvvisamente vigore, e il sospetto era che Hakimi avesse sbracciato per tenerlo lontano, commettendo fallo. L’azione si è poi conclusa con il gol di Perisic, che ha appoggiato nella porta sguarnita il pallone servito dallo stesso Hakimi sul secondo palo. È stato il Var a chiarire tutto. Solo rivendendo la dinamica al replay si è capito cosa fosse successo realmente, si è scoperto che Igor non era vittima di nessun fallo, ma solo del tentativo, goffo e disperato, di placcare Hakimi lanciato in corsa. Un’immagine che sembrava uscita da un cartone animato.

La velocità di Hakimi sta letteralmente spaccando la serie A, sta mandando in tilt un sistema che non è abituato a muoversi su certe frequenze. In un campionato che per tradizione non ha nell’intensità e nell’atletismo tratti identitari, l’esterno marocchino rappresenta una scheggia impazzita che compromette l’ordine delle cose, scardina un certo rigore organizzativo e porta le partite su ritmi che la maggior parte degli avversari non riesce a seguire. Uno scompenso in qualche modo simile a quello generato da Douglas Costa, un altro dei pochi velocisti passati dalle nostre parti, che, seppur con caratteristiche differenti, nei momenti di pausa dai tormenti muscolari ha spesso avuto un impatto devastante sugli equilibri delle partite in cui è stato impiegato.

Foto Marco Alpozzi/LaPresse

Quella di Hakimi è una corsa leggera, quasi eterea, come quella di un levriero, che ricorda anche per la sua morfologia longilinea, le gambe lunghe e magre, le ossa piccole. Quando corre, sembra muovere i passi su una superficie evanescente su cui non lascia solchi o tracce. A differenza di Theo Hernandez, che ha passi più robusti e una falcata potente che prende gradualmente velocità, Hakimi è scattante sin dalla partenza e non perde inerzia sul lungo; al contrario, aumenta di continuo i giri fino a toccare picchi di velocità solitamente raggiunti da corridori professionisti o da veicoli a due ruote, come i 36,4 km/h registrati lo scorso anno contro l’Union Berlin, record in Bundesliga da quando è disponibile questo tipo di rilevamento. In alcuni momenti è come se Hakimi compisse un’opera di semplificazione, smontando tutti i bulloni che sostengono la complessità del calcio contemporaneo per ridurlo a un gioco semplice e quasi selvaggio in cui per avere la meglio è sufficiente correre più veloce del tuo diretto avversario. Tuttavia, non trattandosi di una gara sui duecento metri ma di uno sport di squadra che si pratica con il mezzo del pallone, spiegare il valore di Hakimi e il suo impatto sulla serie A non può essere così semplice e immediato.

Per quanto si era visto nella sua esperienza al Borussia Dortmund, dove ha trascorso gli ultimi due anni in prestito dal Real Madrid, Hakimi sembrava il giocatore ideale per il sistema di Antonio Conte. Dopo aver ricoperto il ruolo di terzino in una difesa a quattro nel primo periodo in Germania, infatti, la sua esplosione è coincisa con il cambio di modulo di Lucien Favre, che gli ha ritagliato il ruolo di “quinto” nel 3-4-2-1 con con cui ha schierato la squadra la scorsa stagione, conclusa da Hakimi con il ricco bottino di nove gol e dieci assist. Seppur con compiti diversi, proprio quel ruolo è fondamentale nell’idea di calcio del tecnico dell’Inter. Oltre a dover garantire sempre l’ampiezza, nel sistema contiano i quinti vengono sfruttati per far partire il pallone che innesca le combinazioni delle punte, per attaccare il secondo palo in fase di finalizzazione, e per favorire maggiore copertura del lato debole in fase di non possesso. Questo, almeno, fino a prima che arrivasse il marocchino. Le qualità atletiche di Hakimi e la sua abilità nell’uno-contro-uno, che non è mai barocco o troppo sofisticato ma secco ed essenziale, hanno portato sin da subito Conte a mettere mano al suo rigido playbook per studiare soluzioni utili a sfruttarlo al meglio.

Al 16” l’accelerazione di Hakimi che ha bruciato la retroguardia del Benevento.

L’indice di pericolosità di Hakimi si alza notevolmente quando può ricevere il pallone in corsa. Per questa ragione, a inizio stagione, l’Inter tendeva a costruire l’azione sul lato opposto per poi pescarlo  con un cambio gioco della mezz’ala o, soprattutto con Kolarov, del terzo di sinistra. Una soluzione che ha dimostrato la sua efficacia in partite come quella giocata a Benevento alla seconda giornata, quando Hakimi ha letteralmente sconquassato la difesa avversaria mettendo insieme un gol (il suo primo in serie A), un assist e un’altra serie di potenziali pericoli nel solo primo tempo.

Già nelle primissime settimane in nerazzurro, il marocchino ha messo in mostra le sue qualità lanciando segnali forti al campionato e al suo allenatore, che sapeva di che pasta era fatto ma forse non immaginava quanto davvero potesse essere dirompente. Tuttavia Antonio Conte è un tecnico rigido e molto esigente, e sebbene avesse affidato ad Hakimi un ruolo di primo piano facendogli saltare il consueto apprendistato, non ha mancato di far notare, anche pubblicamente, come fosse ancora molto indietro nell’interpretazione della fase difensiva. In particolare, Hakimi peccava nell’immediatezza del lungo ripiegamento che Conte richiede ai suoi quinti, nella postura del corpo in alcune situazioni – soprattutto quando il pallone era in possesso degli avversari sul lato opposto -, e nelle diagonali profonde.

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Tutta l’attenzione che Hakimi cercava di mettere per soddisfare le richieste del suo allenatore, hanno in qualche modo scalfito quella sicurezza con cui, nonostante i suoi 22 anni, si muoveva sul campo. Con un po’ di attenzione si poteva notare come di frequente, anche dopo errori marginali, Hakimi si affrettasse ad alzare la mano per chiedere scusa, chinando leggermente il capo. Un gesto che tradiva un’improvvisa timidezza, culminata con l’infortunio occorso a Madrid nella gara di andata contro il Real in Champions League, quando, complice il coinvolgimento emotivo dovuto al suo legame con i blancos, ha mandato in porta Benzema con un retropassaggio sbagliato verso Handanovic. Pur non risparmiandosi alcune delle sue fiammate, questo processo di adattamento sembrava avergli fatto perdere fiducia, tanto che Conte è arrivato a preferirgli Darmian anche in una gara fondamentale come quella giocata a Mönchengladbach nella penultima giornata del girone europeo.

Il turning point è arrivato nella partita vinta dall’Inter 3-1 con il Bologna, il 5 dicembre. Hakimi segna due gol, a cui seguono esultanze piene d’orgoglio in cui i sorrisi sono solo abbozzati. Proprio le due reti sembrano pagine strappate dal playbook che Conte, anche nel periodo in cui Hakimi ha avuto qualche passaggio a vuoto, ha continuato ad aggiornare. Il primo arriva da un taglio esterno-interno alle spalle delle punte che si sono mosse incontro, perfettamente servito da un assist al bacio di Brozovic.

Il primo gol di Hakimi contro il Bologna.

Il secondo su un cambio di gioco di Vidal che favorisce l’uno-contro-uno in isolamento con il diretto marcatore. Entrambi sono una perfetta rappresentazione di quanto devastante possa essere Hakimi quando riceve in situazioni dinamiche, ed entrambi descrivono la sensibilità tecnica che il marocchino ha in dote. La sua non è una tecnica finissima, tanto che a volte i suo tocchi sembrano sporchi e un po’ maldestri. Ma in realtà i suoi fondamentali sono di buonissimo livello, sia nel primo controllo, che nel passaggio (ha l’84% di precisione e ne mette insieme 1,2 chiave di media a partita), che, come dimostrano questi due gol realizzati con il piede debole, nel tiro in porta. Se concede qualcosa in termini di grazia ed eleganza, il trattamento del pallone di Hakimi è molto efficace. E a conferma che i due gol con il sinistro non siano stati frutto del caso, così come non era estemporanea la sua confidenza con la porta, un mese dopo, nella trasferta di Roma, si è ripetuto in maniera ancora più precisa e spettacolare, trovando l’incrocio dei pali sempre con il piede debole.

Dalla partita con il Bologna, Hakimi ha ritrovato fiducia e ha alzato notevolmente il livello delle sue prestazioni, trovando una preziosa continuità. Questo cambio di marcia non solo ha ristabilito le gerarchie iniziali che lo vedevano come titolare fisso, ma lo ha portato ad assumere un ruolo centrale per le sorti delle sua squadra, di cui è diventato senza dubbio uno degli uomini chiave. Il cuore del suo gioco. Non a caso Conte ha ampliato ancor più il suo set di movimenti. Posto che lo studio delle varie soluzioni viene sempre eseguito in base all’avversario, l’Inter delle ultime settimane sembra aver delegato gran parte della sua fase offensiva alla catena di destra, dove oltre ad Hakimi agisce, nel ruolo di mezz’ala, Nicolò Barella.

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Il marocchino viene cercato molto meno con il cambio di gioco e molto di più come terzo uomo in una combinazione che parte e si chiude sul suo lato del campo. Una delle azioni più ricercate dall’Inter – talvolta con eccessiva insistenza – si sviluppa dai piedi di Skriniar che cerca Lukaku sulla sua verticale profonda mentre Hakimi attacca lo spazio alle spalle del terzino, pronto a ricevere palla dallo stesso attaccante belga o da Barella che gli è andato in appoggio. Se eseguita con qualità e tempi giusti, questa situazione porta automaticamente Hakimi sul fondo, perché il vantaggio che con la sua velocità riesce a prendere al suo diretto opponente è pressoché sistematico.

Il fatto che Hakimi sia letale quando ha campo davanti, non significa che senza la sua potenza di fuoco si spenga del tutto. Di certo togliergli spazio è il modo migliore per limitarlo – e in generale per contenere tutta l’Inter, che dà il meglio quando ha campo da attaccare –  ma anche nelle fasi di attacco posizionale, quando Hakimi si trova in situazioni di uno-contro-uno da fermo, la rapidità con cui sposta la palla nei suoi dribbling secchi gli permette di ritagliarsi lo spazio utile per crossare.

Tutto ciò lo porta essere molto produttivo: arriva a calciare di media 1,53 volte a partita, è secondo in serie A per xG (18,7) e cross in area (16), ed è il difensore in Europa che ha la somma più alta tra gol assist (6+4). Ma oltre ai numeri, c’è qualcosa di meno tangibile che circonda la sua aura e sta brutalizzando il campionato: la sensazione di pericolosità che si porta dietro. Sia per gli avversari che per i compagni, che sanno di poter contare su un’arma potentissima, forse la più deflagrante della squadra. Uno status di cui Hakimi ha preso coscienza. Sa di essere temuto e rispettato, ma non ostenta in alcun modo il suo protagonismo, mostrando il suo talento con la stessa levità della sua corsa.

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