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Hassan Shehata tra pallone, Mubarak e Allah

By 5 Marzo 2020
Hassan Shehata

Incontro con l’ex ct della nazionale egiziana, vincitore di tre Coppe d’Africa. Permaloso e maniacale nel lavoro, ha lanciato talenti volatili come Mido o Zaki. E ora si dice pronto per una nuova avventura

Il suo baffo non sprizza simpatia, semmai incute timore. Ha lo sguardo perennemente imbronciato Hassan Shehata, l’ex allenatore della nazionale egiziana. Ha lo sguardo di chi si è dovuto costruire una corazza per farsi strada, per emergere, per cancellare luoghi comuni e allenare una squadra da sempre, o quasi, nelle mani degli stranieri. Perché l’erba del vicino è sempre più verde e lui solo un ex centrocampista sovrappeso che ha dovuto emigrare in Kuwait per provare a vestire una maglia da titolare.

Nell’ottobre del 2004, dopo l’ennesimo risultato fallimentare, la federazione lo convocò in sede. «Te la senti di allenare la nazionale per due mesi? Stiamo cercando un allenatore straniero, ma ci serve un po’ di tempo». Shehata accettò di buon grado, nonostante fosse un incarico da tappabuchi.

I due mesi diventarono due anni, poi altri due, e così via fino al 2011. Dimostrando con i risultati di non essere uno di passaggio o una busta di latte in scadenza, ma un allenatore completo. L’Egitto inconcludente e fallimentare diventò la regina del continente nero. Tre titoli in altrettante edizioni della Coppa d’Africa, con i complimenti di un Mubarak che non esitò a salire sul carro dei vincitori, appropriandosi della paternità dei trionfi.

Hassan Shehata

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

E oggi che a 92 anni l’ex presidente Mubarak è deceduto, Shehata ne parla con sincera riconoscenza. «Sarei bugiardo se affermassi che in quel periodo tutto funzionasse bene. Ci sono stati contrasti con Mubarak, persino ingerenze in alcuni momenti, ma alla fine, nei momenti che contavano, non ha mai fatto mancare il suo appoggio». Shehata in quegli anni lanciò, grazie al suo fiuto infallibile, atleti come il geniale Aboutrika, il ribelle Mido, il portiere saltimbanco El Hadary, fino ad Amr Zaki.

Un miracolo fatto in casa, costruito dalle mani sapienti di un artigiano del pallone che per la stampa maghrebina diventò la risposta africana a José Mourinho. Lo Special One delle piramidi è permaloso almeno quanto quello portoghese. E proprio come il più celebre collega vive nel culto del lavoro maniacale. Retaggio forse anche della passione per il backgammon, gioco che si aggrappa alla logica come negli scacchi.

«In realtà non ho mai prestato molta attenzione ai paragoni con altri allenatori – racconta – le vittorie nel mio caso sono nate da due fattori fondamentali: il sostegno di Allah e la generazione di ottimi calciatori che ho avuto la fortuna di allenare. Poi c’è il mio lavoro. Mi considero un allenatore democratico. Prima di prendere ogni decisione, anche quella che riguarda la formazione da mandare in campo, ascolto le opinioni dei calciatori».

Hassan Shehata

(Photo by Ben Radford/Getty Images)

Dopo i trionfi con l’Egitto, Shehata ha lavorato in Libia e negli Emirati Arabi, con una parentesi estemporanea nelle serie minori del campionato austriaco. Oggi, a 73 anni, è pronto a tornare in pista, corteggiato da un paio di club del campionato tunisino. Nel frattempo ha vissuto la Primavera araba, la vittoria di Morsi, il colpo di stato di Al Sisi, la messa al bando dei Fratelli Musulmani e l’esplosione di Mohamed Salah.

«È il solito Egitto – taglia corto – dai tempi di re Farouq in avanti siamo sempre stati guidati dai militari. Lo erano Naguib, Nasser, Sadat e Mubarak. Lo è Al Sisi. Meglio pensare al pallone, quello unisce tutti». Anche in un Egitto che continua a vivere tra mille contraddizioni.

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