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Hector Zelada, il campione del mondo convocato per caso

By 21 Gennaio 2020

Non ha mai giocato con la maglia dell’Albiceleste, ma può vantare il titolo di campione del mondo. Ecco la storia del terzo portiere convocato a Messico ’86 grazie a una telefonata del presidente dell’America di Città del Messico, al presidente della federcalcio argentina

“Quién es Zelada?”. Una domanda, un mantra, un ritornello per irridere gli avversari: dalla Corea del Sud dei picchiatori, alla Germania Ovest tutta fosforo plasmata da Franz Beckenbauer. “Quién es Zelada?”. Se lo domandavano un po’ tutti ai mondiali messicani: i tifosi dell’Argentina, i giornalisti dell’Argentina, i calciatori dell’Argentina, Diego Armando Maradona dell’Argentina.

Hector Zelada ha sollevato al cielo la Coppa del Mondo allo stadio Azteca, ha scolpito il suo nome nell’iride senza aver mai giocato un minuto con la casacca dell’Argentina, senza essere mai stato convocato prima (e dopo) della kermesse messicana, vivendo la condizione del quasi debuttante, sapendo perfettamente che sarebbe stato rottamato dopo l’orgasmica festa post mondiale.

A questo punto è necessario riavvolgere il nastro. Carlos Bilardo, che diventò allenatore dell’Albiceleste nel 1983, dopo i disastri spagnoli della gestione Menotti, aveva in mente di ricostruire la nazionale attorno a tre giocatori: Fillol, Passarella e Maradona. Tutto il resto “el narigòn” lo annoverava tra le varie ed eventuali. Quando però se ne uscì con la dichiarazione “Maradona sarà il capitano dell’Argentina”, accadde l’imponderabile. Passarella si infuriò al punto tale da abbandonare, con la scusa della dissenteria, la squadra alla vigilia dell’esordio con la Corea del Sud, non riconoscendo l’autorevolezza del Pibe. Pato Fillol, il miglior portiere argentino, campione del mondo nel 1978, e tra i migliori interpreti del pianeta in quel momento, prese le difese di Passarella, e Bilardo decise di depennarlo dalla lista. “El titular tiene que ser Fillol!”, tuonò la leggenda vivente Hugo Gatti, ma il suo appello cadde nel vuoto.

A sfidarsi per una maglia da titolare sarebbero quindi stati Nery Pumpido del River Plate e Luis Islas, in forza all’Estudiantes. Di sicuro Islas era più esperto, reattivo e talentuoso di Pumpido, ma l’estremo difensore originario di Santa Fé godeva della stima incondizionata di Maradona, e divenne il guardiano dell’Albiceleste. Bilardo per completare la rosa aveva bisogno di un terzo portiere e iniziò a sondare tra quanto di meglio potesse offrire il campionato argentino: Falcioni, Lanari e Vidallé.

I dubbi del ct vennero spazzati via da una telefonata di Emilio Diez Barroso, plenipotenziario presidente dell’America di Città del Messico, al presidente della federcalcio di Buenos Aires Julio Grondona. Barroso, senza tanti giri di parole, offrì a titolo gratuito la struttura sportiva e i campi di allenamento all’Argentina, chiedendo in cambio che il suo portiere, Hector Miguel Zelada, argentino, venisse convocato in nazionale.

Ed è quanto accadde, anche perché la federazione, come raccontò negli anni successivi Maradona, se la passava male economicamente in quel periodo. L’offerta di Barroso era quasi manna dal cielo e valeva comunque il dover tollerare l’ingerenza del tycoon messicano. Tra l’altro Zelada, cresciuto in patria nel Rosario Central, non era affatto un figurante, anzi, era riuscito a costruirsi una carriera ricca di trofei nell’America, diventando l’idolo della tifoseria locale. Anche se non aveva di certo i numeri per giocare nell’Argentina.

“Più che un giocatore mi sentivo la mascotte di quel gruppo – racconta oggi, quasi 63enne – sapevo comunque che cosa volesse dire festeggiare un trionfo allo stadio Azteca. Mi era capitato parecchie volte con la maglia dell’America. I miei nuovi compagni mi trattarono come se fossi uno di loro, semmai ero io sentirmi fuori posto. Però oggi posso dire di essere a tutti gli effetti un campione del mondo, come tanti altri che non hanno mai giocato un solo minuto in un mondiale. Mi sono documentato ce ne sono parecchi”.

Com’era prevedibile, al termine del torneo Zelada tornò a difendere i pali dell’America, senza mai ottenere una nuova convocazione nell’Albiceleste, chiudendo con l’agonismo a 33 anni, sempre in Messico, nell’Atlante. Bilardo se ne dimenticò ben presto, innamorandosi nel tempo di Sergio Goycochea, altro personaggio da toccata e fuga. L’uomo che trasformò le notti magiche azzurre in un incubo.

Zelada, “el campeòn invisible”, negli anni ha lavorato come osservatore per conto dell’America, ma è balzato agli onori delle cronache lo scorso ottobre, quando ha dovuto smentire la notizia della propria morte che si era diffusa rapidamente sui social. “Ringrazio tutti quelli che si sono preoccupati per me. Ora però dovranno sopportarmi ancora per parecchio tempo”. Questo il suo laconico commento.

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