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Højbjerg, da protetto di Guardiola a soldato di Mourinho 

By 17 Dicembre 2020

Il suo arrivo in estate è stato poco celebrato. Ma ora il danese si è preso il centrocampo del Tottenham

Lo scorso 22 agosto il Tottenham di Mourinho ha giocato la sua prima partita di questa stagione, una classica amichevole estiva vinta 3 a 0 contro l’Ipswich Town, squadra di League One. Alla fine del match, ai microfoni di Spurs TV, il tecnico portoghese ha elogiato uno degli acquisti operati dal club, quello di Pierre-Emile Højbjerg, che esordiva quel pomeriggio: “Pierre è un giocatore che seguivamo da molto tempo, con un solo anno di contratto ci ha messo in una buona posizione per negoziare con il Southampton. È un centrocampista molto forte e conosce bene la Premier League”.

Il danese è stato pagato poco più di 16 milioni di euro, una cifra abbastanza bassa considerando la sua età (25 anni) e che aveva già collezionato oltre 100 presenze in Premier con i Saints. Nell’estate in cui gli Spurs hanno visto il ritorno di Bale e l’acquisto di uno dei più promettenti terzini sinistri d’Europa, cioè Reguilón, quello di Højbjerg è stato un trasferimento poco mediatico e passato sottotraccia. Eppure, senza le prestazioni del ragazzo nato a Copenaghen, il Tottenham 20/21 non sarebbe lo stesso. 

Prima di capire come è riuscito a diventare il più fedele dei soldati di Mourinho, è necessario fare un passo indietro e dare uno sguardo alla sua traiettoria calcistica. Quello di Højbjerg non è stato un percorso tradizionale, ha seguito la strada del predestinato, costretto a lasciare il suo paese ancora minorenne per accettare la grande opportunità che arriva dall’estero. Da giovanissimo impressiona con il Copenaghen, a 14 anni si trasferisce al Brøndby e due anni più tardi vince il premio come “Miglior giocatore danese Under-17 dell’anno”. Nel 2012 il Bayern Monaco mette gli occhi su di lui e lo porta in Baviera, dopo pochi mesi Heynckes lo fa debuttare in Bundesliga: a 17 anni e 251 giorni diventa il più giovane esordiente nella storia del club. Un record che è stato superato lo scorso giugno da Jamal Musiala, ragazzo inglese più precoce rispetto al danese di 100 giorni esatti. 

(Photo by Neil Hall – Pool/2020 Getty Images)

Dopo un anno dal suo arrivo in Germania, il Bayern ingaggia come nuovo allenatore della prima squadra Pep Guardiola, una scelta della società che cambierà la vita di Højbjerg. Dai primi allenamenti Pep rimane letteralmente folgorato dal ragazzino danese. Per lui è un diamante grezzo su cui lavorare, l’obiettivo è trasformarlo nel nuovo pivote della sua squadra, nel Busquets del Bayern. Guardiola passa più tempo con lui rispetto a tutti gli altri, il danese assorbe come una spugna. Gli insegna come posizionarsi con il corpo prima di ricevere il pallone per poi distribuirlo in maniera efficace; come abbassarsi tra i due centrali per impostare l’azione; lo incoraggia a tentare passaggi difficili per spezzare le linee avversarie e trovare l’uomo libero. Nell’estate che il Bayern trascorre in ritiro in Trentino, Pep con Højbjerg si è sentito come quando Cruijff gli ha insegnato tutti i segreti per diventare il numero 4 del Barcellona. 

Le cose, però, non vanno come previsto. Dopo poche settimane al padre di Højbjerg, Christian, viene diagnosticato un cancro. Dal Bayern riceve grande supporto, soprattutto da Guardiola. Passa la stagione collezionando qualche minuto, ma l’unica cosa che desidera è un miglioramento del padre che, purtroppo, non ci sarà. Viene mandato in prestito prima sei mesi all’Augsburg e poi una stagione allo Schalke 04. Quando nel 2016 fa ritorno a Monaco, Guardiola ha lasciato la Baviera e al suo posto è arrivato Ancelotti, che dà il via libera alla società per una eventuale cessione. L’offerta del Southampton è più che convincente (15 milioni di euro), a 21 anni Højbjerg lascia la Germania e si traferisce in Premier League. Lavora insieme a Kim Boye, ex calciatore e mental coach, che lo aiuta a superare il momento difficile e lo incoraggia ad essere più aperto con gli altri, soprattutto nello spogliatoio per costruire un rapporto di fiducia con i nuovi compagni. 

(Photo Neil Hall – by Pool/Getty Images)

Il carattere da leader che mostrava fin dai primi anni in Danimarca torna fuori. I tifosi del St. Mary’s ci mettono poco a innamorarsi di lui. Højbjerg diventa un titolare prima con Puel, poi con Pellegrino, Hughes e per ultimo Hasenhüttl, che gli consegna la fascia di capitano a soli 23 anni. Gioca principalmente davanti alla difesa in un centrocampo a due, ma anche come mezz’ala. 

È pulito tecnicamente, ordinato nei passaggi sul breve e con una buona capacità sul passaggio lungo. Gli aspetti in cui brilla di più, però, sono quelli senza palla: un paradosso pensando a quello che aveva in mente Guardiola. Copre ampie porzioni di campo, si esalta nei tackles e nella protezione del pallone. Fisicamente è una montagna (185 cm × 84 chili), quando va in contrasto cerca sempre di vincere il duello posizionandosi bene con il corpo, a quel punto per l’avversario diventa difficile spostarlo. 

Per capire l’importanza che riveste nel sistema di gioco di Mourinho, basta vedere una partita degli Spurs e focalizzarsi sui suoi comportamenti. Pierre in campo si nota subito: urla, sbraccia, dà indicazioni, chiama la palla sui piedi (a volte anche in maniera eccessiva), applaude e incita i compagni. È il prolungamento di Mou sul terreno di gioco. Il tecnico portoghese, infatti, non perde occasione per elogiarlo: “È un capitano che non ha bisogno della fascia al braccio”, e poi ancora: “È molto intelligente, legge bene le partite e capisce il gioco. In futuro diventerà allenatore, ne sono sicuro”. Anche Lloris, è lui che indossa la fascia di capitano, ne apprezza l’atteggiamento: “Ha avuto un grande impatto perché ha personalità…ci sta trascinando”. 

(Andy Couldridge/ Pool via AP)

Mourinho è riuscito a costruire una squadra a sua immagine e somiglianza, come in passato ha fatto con il primo Chelsea, Inter e Real Madrid. In ognuna di quelle squadre c’era un mediano su cui si reggeva tutto il sistema: il primo è stato Makélélé, poi Cambiasso e Xabi Alonso. Questa volta è Højbjerg, che nelle prime undici giornate di Premier League è l’unico giocatore di movimento del campionato a non aver saltato nemmeno un minuto di gioco. 

Nel 4-2-3-1 del Tottenham fa coppia a centrocampo con Sissoko, lasciando così Ndombélé più libero di svariare partendo come trequartista centrale. È il primo giocatore della squadra per passaggi completati a partita (64, con una precisione dell’88%), terzo per palle lunghe riuscite (3.5), primo per tackles (2.9) e per palloni recuperati (6.9), dati SofaScore. Ma la statistica in cui primeggia che piace di più a Mou è sicuramente quella dei falli commessi: 1.9 a partita, quarto nella classifica totale della Premier. Il danese è l’ago della bilancia, con e senza palla. 

Dopo aver appreso con Guardiola come distribuire il pallone nel miglior modo possibile, Højbjerg si è concentrato su come riuscire a riprenderselo una volta perso: “All’inizio non ero il migliore in difesa, non ci mettevo tutto l’impegno nei tackles e nel recuperare la palla. Ora, quando vedo le mie migliori statistiche, oltre ai passaggi, ci sono gli intercetti e le palle recuperate”. 

Un grande pregio del centrocampista danese è la sua naturale capacità di posizionarsi, in anticipo, sempre nella zona giusta. Le sue letture di gioco senza palla sono fondamentali per il Tottenham, che una volta recuperata punta a farla viaggiare con meno passaggi possibili verso l’area avversaria. Un contesto che esalta le sue caratteristiche migliori e che lui, a sua volta, potenzia. 

Nelle sfide contro le big a Mourinho non interessa controllare il pallone, preferisce lasciarlo agli avversari per poi sfruttare gli ampi spazi e colpire in transizione. Così ha affrontato Manchester City, Chelsea e Arsenal nelle ultime settimane, vincendo contro Guardiola e Arteta e pareggiando zero a zero contro Lampard. Højbjerg contro il City aveva il compito di occuparsi di De Bruyne, che si posizionava alle sue spalle per sfruttare lo spazio libero, ma il danese è sempre stato attento, facendolo ricevere in maniera pulita pochissime volte. E ha giocato la sua partita, tentando più contrasti di tutti (9) e vincendone più di tutti (5), al pari di Aurier. Anche contro l’Arsenal ha giocato un’altra grande partita, collezionando 8 duelli vinti, 8 recuperi, 3 intercetti e 5 palloni spazzati fuori dall’area, con il premio di “Man of the match” come ciliegina sulla torta. Højbjerg è quel tipo di giocatore che, dopo un tackle andato a buon fine, esulta come se avesse segnato un gol decisivo. Lo fa addirittura anche dopo quello di un compagno, come nel caso di Ben Davies su Gabriel Magalhães:

La sua adesione a ciò che gli richiede Mourinho è totale. Probabilmente, se il portoghese gli chiedesse di infilare la testa in un alveare lui lo farebbe senza pensarci su due volte. Il momento d’oro del Tottenham si può riassumere con le prestazioni superlative della coppia Kane – Son e con la solidità difensiva della squadra (12 gol subiti in 13 gare). Le possibilità di vincere la Premier passeranno soprattutto da questi due punti, e dalle partite contro squadre inferiori che proveranno a chiudersi dietro rinunciando al possesso. Sicuramente, un argomento a favore degli Spurs sono le prestazioni di gran livello che continuerà a garantire Højbjerg. Il danese è ormai uno dei centrocampisti più completi del panorama europeo, ci è arrivato in maniera diversa rispetto alle previsioni di Guardiola, ma ce l’ha fatta lo stesso. E ora se lo gode Mourinho. 

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