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I 6 marcatori più surreali del derby di Milano

By 9 Febbraio 2020

Non solo bomber implacabili. Ecco le meteore e i gregari che hanno deciso la stracittadina di Milano

 

«Lo 0-6 nel derby? Non ricordo.
E poi i giornalisti ne inventano sempre tante»
Peppino Prisco

 

«Milano vicino all’Europa», cantava Lucio Dalla, ed è forse grazie a questo respiro innato verso qualcosa di più grande che i derby di Milano non hanno il sapore della bega di quartiere. Le stracittadine che coinvolgono Milan e Inter hanno mantenuto un elevato tasso di nobiltà, anche se appena percepito, addirittura nelle ultime stagioni, quando in palio non c’erano semifinali di Champions League o scudetti da assegnare in rabbiosi testa a testa.

È un blasone conquistato negli anni e che sfugge alle logiche terrene della classifica, la sensazione che le fatiche siano passeggere, che per tornare a dominare l’Italia e l’Europa possa bastare un soffio di vento che cambia direzione. Le firme sulle pagine della storia del derby della Madonnina non sono però sempre state all’altezza dell’etichetta. Qua e là, nelle pieghe del mito, si nascondono marcatori insospettabili, eroi per un giorno o per una notte, gregari capaci di trasformarsi in uomini decisivi nei momenti meno pronosticabili. Abbozziamo una carrellata andando a pescare a piene mani dagli ultimi 35 anni di stracittadine.

 

6 aprile 1986, Inter-Milan 1-0, Minaudo

Meneghin che palleggia a bordo campo, Franco Zuccalà che intervista Dan Peterson, un derby risolto da un esordiente in Serie A. Tutto sontuosamente anni ’80

 

Mentre Juventus e Roma si fronteggiano punto a punto per il tricolore, Milan e Inter sono in piena corsa per un piazzamento Uefa nell’aprile del 1986. Il derby d’andata aveva visto i primi (e ultimi) gol rossoneri di Paolo Rossi, un “Pablito” ormai decadente che non per questo indurrà Enzo Bearzot a rinunciare a lui nella crepuscolare missione messicana della sua avventura da commissario tecnico azzurro.

L’eroe del “Mundial” ’82 è out per la sfida di ritorno, Nils Liedholm poggia l’attacco sull’affidabile duo Hateley-Virdis, mentre l’Inter è già da qualche mese nelle mani di Mariolino Corso, la classica “soluzione interna” attuata al momento dell’esonero di Ilario Castagner, maturato a fine novembre.

Senza Kalle Rummenigge, la numero 11 interista è sulle spalle di Luciano Marangon, ma rimane negli spogliatoi all’intervallo. Al suo posto entra uno sconosciuto diciannovenne, Giuseppe Minaudo, “curato” da Corso ai tempi della Primavera interista. Minuto 77, Fanna pennella sulla testa di Mandorlini, colpo di testa sul palo e lì, da due passi, a bruciare Terraneo, spunta proprio Minaudo, all’esordio in Serie A. Il gol è facile facile ma resta comunque nella storia. Peppino Prisco gongola a fine partita, prende il ragazzino sotto braccio, lo presenta ai giornalisti con l’affetto di un nonno su di giri per una gioia inattesa. È il primo derby anche per qualcun altro: Silvio Berlusconi, da poco patron del Milan. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

15 aprile 1995, Inter-Milan 3-1, Andrea Seno

 

Nella memoria dei tifosi interisti è ancora impresso come il derby di Nicola Berti, anche se il suo nome, nell’elenco dei marcatori, non c’è. Per arrivare a Berti, però, c’è un po’ di strada da fare. Il “Milan degli Invincibili” non è più così invincibile: in testa alla classifica c’è la Juventus, più salda che mai, e i rossoneri di Capello, campioni d’Europa in carica, hanno la testa alla possibilità del bis continentale. Ma il derby è sempre un derby, e quello del 16 aprile 1995 lo apre un ragazzo che fino ai 26 anni aveva soltanto sfiorato la Serie B, prima di conoscere Zdenek Zeman.

Andrea Seno, arrivato all’Inter nel 1994 dopo un biennio nel Foggia dei miracoli, è uno dei faticatori della mediana nerazzurra. Ottavio Bianchi non ha tanti campioni a disposizione, la stella doveva essere Dennis Bergkamp ma l’olandese dispensa gocce di talento soltanto a sprazzi. Il Milan è tambureggiante in avvio e sfiora il gol con Panucci, la chance del vantaggio nerazzurro capita sul destro del fresco ventiduenne Marco Delvecchio ma non è questa la stracittadina per cui il destino ha riservato pagine di storia all’attaccante.

Allsport

Il primo tempo sta volgendo al termine quando Seno, con un colpo di testa tutt’altro che memorabile, beffa un non impeccabile Sebastiano Rossi. Con un riflesso incondizionato, che spesso lo accompagnava nei momenti difficili, il portiere milanista alza il braccio, invocando non si sa cosa.

Il gol è ovviamente regolare, ed è il primo di un derby che vedrà l’Inter imporsi per 3-1. L’ultimo vedrà lo zampino ancora di Rossi, malcapitato protagonista di un destro di inaudita violenza di Nicola Berti: una sassata al volo che attenterà alla salute della traversa, prima del rimpallo contro la schiena di Rossi per scrivere la parola conclusiva.

 

11 maggio 2001, Inter-Milan 0-6, Gianni Comandini

Carlo Pellegatti su di giri per la doppietta di “Sentenza” Comandini e per la sua torsione scopadea

Il derby con lo scarto più ampio di sempre viene aperto come una scatola di tonno da una delle più grandi promesse non mantenute della storia recente del calcio italiano. Venti gol in una sessantina di presenze con la maglia del Cesena, poi altri venti, stavolta tutti insieme, in una sola stagione, per riportare il Vicenza in Serie A.

Quando arriva al Milan, nell’estate del 2000, Gianni Comandini è la grande speranza del calcio italiano. C’è chi lo pronostica tra i convocati del Trap da lì a due anni, quando gli azzurri dovranno giocarsi il Mondiale di Giappone e Corea, e l’impatto con il rossonero è positivo, con un gol nei preliminari di Champions League contro la Dinamo Zagabria.

Grazia Neri/ALLSPORT

Eppure, quando si gioca il derby di ritorno di campionato, l’11 maggio del 2001, alla casella delle reti realizzate in campionato da Comandini c’è ancora la cifra 0. Bastano 19 minuti della stracittadina per spazzarlo via. Innescato da due assist figli di una prestazione irreale di Serginho, il numero 9 del Milan trova il vantaggio con un comodo mancino di misura e il raddoppio con una fantastica torsione aerea sul primo palo, dando la percezione di tutto il suo talento realizzativo.

Un talento che rimarrà lì, sfiorito misteriosamente, incastonato nella storia del derby come Paolo Rossi con due gol tutti in una volta e nulla più, e poi martoriato dagli infortuni che gli faranno dire basta a 29 anni. E cosa importa se quella notte abbiamo visto tutto quello che Gianni Comandini da Cesena poteva essere, se poi non lo è stato?

 

21 ottobre 2001, Inter-Milan 2-4, Cosmin Contra

Caressa urla Marius Contra, anche se era soltanto il suo secondo nome

Prendendo un derby qualsiasi a cavallo tra gli anni ’90 e gli anni ’00, non sarà complicato trovare la firma di Shevchenko, animale da stracittadina come se ne sono visti pochi nella storia delle sfide milanesi. All’intervallo di questo derby di fine ottobre, però, il Milan è sotto, colpito dai nerazzurri sull’asse Guglielminpietro-Kallon-Ventola, a segno con una parte del corpo indefinita, probabilmente di polpaccio.

È l’Inter di Hector Cuper, “El hombre vertical”, che doveva sorreggersi sulle giocate di Vieri e Ronaldo e che invece è aggrappata tenacemente ai due attaccanti di scorta. Alla guida del Milan c’è un uomo troppo spesso paonazzo, che qualche mese prima aveva fatto innamorare Firenze ma non ha ancora fatto scoccare la scintilla dalle parti di Milanello.

Fatih Terim è un personaggio fuori dal tempo, lontano dagli standard milanisti, e non è un caso che dal suo addio nascerà la lunghissima era Ancelotti, un bisogno disperato di normalità per dimenticare la sbandata turca. Ma bisogna essere Fatih Terim per cambiare un derby togliendo Albertini e mettendo Cosmin Contra, di mestiere terzino, ancorché più portato all’offesa che alla difesa.

Il primo scossone lo fornisce il poeta noto ai più con il nome di Rui Manuel Cesar Costa, pennellando sulla testa di Shevchenko un cross che ci ricorda quanto ci sia di sacro all’interno del profano. Passano tre minuti, Kaladze calcia in fretta una punizione per Contra, che non è mancino, non ha la classe di Rui Costa né tantomeno il senso del gol di Shevchenko, e ciononostante spara all’incrocio dei pali un missile col piede debole che è un pugno alle speranze dell’Inter di vincere la partita. Finirà 4-2 per il Diavolo e sarà uno dei pochi sussulti rossoneri di Terim. Contra ha dichiarato che sarà allo stadio per questo derby: «Quel gol fu una scarica di adrenalina, brividi unici, è per questo che seguo ancora i rossoneri. Sono rimasto un tifoso, il Milan rimarrà sempre dentro di me».

 

24 febbraio 2013, Inter-Milan 1-1, Ezequiel Schelotto

 

In un ipotetico derby all’interno del derby, il gol del “Galgo” Schelotto batte l’altro grande candidato interista a chiudere questa carrellata, vale a dire quello di Joel Obi arrivato qualche mese più tardi. È la stracittadina in cui tutti gli occhi sono puntati su Mario Balotelli, arrivato al Milan nel mercato di gennaio per trascinare i rossoneri verso la terra promessa del quarto posto.

È anche l’ultimo derby da tecnico dell’Inter di Andrea Stramaccioni, ormai lontano dall’entusiasmo degli inizi, quando per lui si sprecavano i giochi di parole con Mourinho. C’è Ricky Alvarez a sostegno di Palacio e Cassano nei nerazzurri, ma è il Milan di Allegri a passare in vantaggio: verticalizzazione illuminante di Boateng per Stephan El Shaarawy, la conclusione del “Faraone” ci riporta alla mente tutto quello che avevamo visto in lui in quella prima parte di stagione e che poi, nel corso degli anni, abbiamo potuto riammirare soltanto a piccole fiammate.

Handanovic e gli errori sotto porta di Balotelli tengono a galla un’Inter sgangherata, a metà secondo tempo si alza dalla panchina Ezequiel Schelotto, inserito al posto di Esteban Cambiasso. Incredibilmente, è la mossa decisiva. Il levriero è a centro area, puntuale come di rado lo è stato nella sua carriera, sul cross da sinistra di Yuto Nagatomo: colpo di testa impeccabile, come la tenuta dell’elastico sui capelli lunghissimi del nativo di Buenos Aires. Gol complessivi con la maglia dell’Inter per lui? Neanche a dirlo, uno.

 

15 aprile 2017, Inter-Milan 2-2, Cristian Zapata

 

Chiudiamo questa galleria con una combo micidiale: marcatore inatteso+gol all’ultimo respiro. È un derby inusuale, il primo “tutto cinese”, giocato a mezzogiorno e mezza anche per strizzare l’occhio agli spettatori asiatici. In panchina siedono da una parte Stefano Pioli e dall’altra Vincenzo Montella, e le loro due carriere andranno a incrociarsi in maniera incredibile da quel giorno in poi.

L’Inter sembra padrona dopo aver rischiato grosso in avvio, si porta in vantaggio con Antonio Candreva come nel derby di andata, finito anche quello 2-2 – risultato che ricorre fin troppo spesso nelle stracittadine milanesi – anche se con dinamiche totalmente diverse, e raddoppia con un morso tipico di Mauro Icardi, al suo primo timbro contro il Milan. Non c’è sentore che il Diavolo possa tornare in corsa, tanto più che i minuti passano e le chance diminuiscono.

Romagnoli accorcia con un tocco velenoso e deviato, il cronometro non si ferma più, arriva fino al 97’. C’è l’angolo della disperazione per il Milan, sale anche Gigio Donnarumma, che per non si sa quale motivo, dopo tutta quella corsa, se ne rimane fermo in un anfratto dell’area di rigore, lontano dal traffico, a guardare il destino che gli passa davanti.

Carlos Bacca, dopo una partita da ectoplasma, sbaglia il colpo di testa del 2-2. Dal nulla si manifesta Cristian Zapata, che in acrobazia spara verso il cielo il pallone. Incrocio dei pali. Medel. Fuori. No, dentro. Ha superato la linea, all’ultimo istante buono prima della doccia. Medel corre verso Orsato che si mette in posa mazzarriana: mostra l’orologio della goal-line technology, non ha nemmeno bisogno di ticchettare coi polpastrelli sul quadrante. Milano sguardo maligno di Dio, zucchero e catrame.

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