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I 20 colpi più incomprensibili del mercato di gennaio

By 31 Gennaio 2019 Gennaio 31st, 2020

Con i portafogli vuoti si devono riempire le calotte craniche. Perché quello di gennaio, di solito, è un mercato senza grandi botti, una finestra in cui provare a correggere gli errori commessi in estate. Non un’impresa facilissima quando i budget sono ridotti all’osso. Bisogna affidarsi alle occasioni, ai prestiti con diritto di riscatto o, peggio ancora, alle idee, alle intuizioni. E per un trasferimento che riesce a incidere sul futuro prossimo di una squadra, ce ne sono decine destinati a prendere polvere in soffitta, a emergere di tanto in tanto dal passato remoto e dimenticato di un club.

Esotici, improbabili o incredibilmente aleatori, ecco 20 trasferimenti invernali che erano destinati a fallire fin dall’inizio.

Gennaio 2004, Mario Jardel all’Ancona

GIUSEPPE BELLINI/LAPRESSE

Il 25 gennaio 2004 l’Ancona si presenta a San Siro con una situazione di classifica a dir poco drammatica. In 18 giornate i marchigiani hanno raccolto appena 4 punti, 6 in meno del Perugia penultimo. La retrocessione appare cosa certa per tutti, tranne che per Ermanno Pieroni. Perché, almeno secondo il presidente, il mercato di gennaio può offrire ancora qualche salvagente ai biancorossi.

«Se possibile la squadra la cambio tutta o quasi – spiega a La Gazzetta dello Sport –  Però stavolta le scelte le faccio io. Mi sento il primo responsabile di questa situazione, ma le scelte fatte in passato ora non contano più: ho sbagliato a fidarmi di un’ amicizia, che evidentemente non era corrisposta, ho creduto a chi aveva fatto promesse che poi non ha mantenuto».

Pieroni, però, la sua rivoluzione la compie davvero. Anche perché porta ad Ancona Mario Jardel, un attaccante che con il Porto si era trasformato in uno dei più grandi marcatori europei. Solo che da un paio d’anni la punta sta vivendo un periodo piuttosto complicato. Prima ha mal digerito la mancata convocazione per il Mondiale del 2002, poi è stato lasciato dalla moglie che ha fatto i bagagli ed è tornata in Brasile. Jardel, che nel frattempo è passato prima al Galatasaray e poi allo Sporting, ha inviato un certificato medico ai biancoverdi in cui diceva di essere depresso e di non potersi allenare.

La punta, per colpa anche dell’inattività, è ingrassata a vista d’occhio. Eppure a Pieroni sembrava non importare. Anche perché l’Ancona, pur volendo, peggio di così non può andare. Il 18 gennaio l’attaccante sbarca a Roma e si dirige verso il suo nuovo club. La Gazzetta celebra l’acquisto e titola: “Ancona meravigliao: pure Jardel“. Prima del match di San Siro, Carlo Ancelotti cerca di mantenere alta la concentrazione del Milan. «L’Ancona ha cambiato molto e ha preso giocatori che alla prima apparizione a San Siro potrebbero tirar fuori colpi inattesi – dice in conferenza stampa – Penso a Jardel, che contro il Milan ha già segnato (Champions League ‘ 96-‘ 97, Milan-Porto 2-3 con doppietta del brasiliano nella ripresa ndr) e non solo a lui. Attenzione alta, insomma».

Non servirà. Il Diavolo vince 5-0 e in campo Jardel è una specie di ectoplasma. «Il pingue brasiliano Jardel, che sostiene di avere perso dieci chili in tre settimane e che, a dispetto della faticosa deambulazione, è stato confortato nel primo tempo dal gran correre dei premurosi compagni» scrive La Repubblica il giorno dopo la partita. Gianni Mura è più diplomatico: «Su Jardel un velo di silenzio per rispetto a quello che è stato». In tutto il girone di ritorno il brasiliano colleziona appena 3 presenze, senza ovviamente trovare mai la porta avversaria.

 

Gennaio 2004, Digao al Milan

@cityfiles/Lapresse

Nell’estate del 2003 il Milan acquista dal San Paolo un ragazzo che sembra un predestinato. Il suo nome è Kakà e l’operazione costa 8,5 milioni di euro. L’ambientamento del brasiliano procede spedito, ma per facilitargli le cose il Diavolo decide di comprare un altro giocatore proveniente proprio dal Brasile. Il suo nome è Digao e gioca come difensore centrale. Il fatto che sia il fratello di Kakà è un dettaglio del tutto trascurabile.

A gennaio si gioca la sfida fra le due squadre più brasiliane d’Italia. Da una parte c’è il Milan, dall’altra la Roma. Cafù fa da cicerone a Kakà e lo accompagna alla scoperta della città eterna. Sfuggire ai cronisti è impossibile, così quando gli chiedono il nome del prossimo fuoriclasse in arrivo a Milanello, Kakà risponde serafico: «Forse Diego, forse Robinho. Facciamo così, dico mio fratello Digao: gioca nella Primavera del San Paolo, è molto bravo. Arriva tra 20 giorni».

Il suo più grande merito, però, è un altro. È stato proprio Digao, infatti, a inventare il nomignolo Kakà. Involontariamente. Sì, perché da piccolo non riusciva a dire Ricardo e si limitava a raddoppiare la sillaba ka. Resterà la cosa più notevole fatta vedere a Milano. Senza slot per extracomunitari disponibili, infatti, Digao viene prima mandato in prestito alla Sampdoria, poi in B al Rimini (dove resta due anni mettendo insieme 23 presenze). È l’inizio di una carriera impalpabile che conta una sola presenza al Milan, una allo Standard Liegi, due in cadetteria con il Lecce e una decina con i portoghesi del Penafiel prima di chiudere con i NewYork Red Bulls.

 

Gennaio 2005, Abel Xavier alla Roma

Shaun Botterill/GettyImages

Al giro di boa della stagione 2004/2005 la Roma si trascina stancamente fra il sesto e il settimo posto. Dopo Prandelli e Rudi Voeller, Gigi Delneri è il terzo allenatore a sedersi sulla panchina giallorossa in meno di 5 giornate. La società vive un periodo piuttosto complicato, con Samuel, Zebina ed Emerson che hanno lasciato la capitale in estate e che sono stati rimpiazzati da Brighi, Perrotta, Mexes e Ferrari. Come se non bastasse, a gennaio parte anche un altro big, anche se in parabola discendente, come Marco Delvecchio. Ovvio, dunque, che il mister chieda qualche sforzo extra sul mercato. Due i profili da seguire: un difensore capace di giocare sia al centro e sulla fascia e un attaccante. Per il reparto offensivo si pensa a Federico Cossato, mentre per la retroguardia si fa largo un nome a sorpresa.

Il 27 gennaio, infatti, Tempestilli accoglie a Roma Abel Xavier. Prima lo porta a fare un giro per la città, poi lo accompagna a Trigoria. Si fermerà in prova per qualche giorno, fanno sapere dal club giallorosso. Perché sul difensore portoghese ci sono forti perplessità. È fermo da luglio, si è svincolato dall’Hannover, ha qualche limite fisico da sondare. In verità lo avevano proposto alla Roma già in estate, solo che Cesare Prandelli aveva rispedito la proposta al mittente con una certa fermezza.

Delneri, invece, è molto più malleabile del suo predecessore. «È un signor giocatore, la Roma deve ampliare la rosa e lui è la soluzione idonea – dice in conferenza stampa – Prima di giudicare, bisogna vedere, serve rispetto, lui vuole solo dimostrare il suo valore». Un valore che, evidentemente, più di qualcuno non aveva capito. All’Hannover aveva giocato appena 5 partite, poi aveva preso carta e penna e aveva scritto al club chiedendo di lasciarlo partire. Per qualche mese si è allenato nel suo club di origine, l’Estrela Amadora, e ha sostenuto un provino con Southampton e Blackburn, senza lasciare ricordi indelebili.

A Roma è diverso. O almeno così sembra. Nella sua prima partitella del venerdì richiama al campo di allenamento addirittura una decina di tifosi, che si arrampicano sul muretto di Trigoria pur di vederlo all’opera. Non avranno molte altre occasioni: in giallorosso giocherà appena 3 partite prima di fare nuovamente i bagagli.

 

Gennaio 2007, Francesco Coco al Torino (dopo il mancato trasferimento al City)

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Nell’estate del 2006 Francesco Coco torna all’Inter (con un contratto fino al 2009). Un infortunio al ginocchio e la scarsa considerazione da parte di Roberto Mancini lo relegano ai margini del progetto nerazzurro. Tanto che la società non lo invita neanche alla cena di Natale. Il difensore mastica amaro e a gennaio decide di giocare al contrattacco. «Sembra che da parte dell’Inter non ci sia interesse né a dire che ho recuperato né a lasciarmi libero per andare a giocare né a darmi una possibilità – dice ai microfoni di Play Radio – Da quando ho recuperato dall’infortunio  non sono mai stato preso in considerazione. Adesso sto bene e vorrei una tutela maggiore, perché ci sono tante squadre interessate a me, ma non sanno quali sono le mie condizioni e l’Inter non fa niente per aiutarle a capire».

Ma da dove arrivano queste offerte? Coco non si tira indietro e risponde: «al 90% andrò a giocare all’estero. Scegliere di andare via dall’Italia per un po’ mi farebbe bene, sotto tanti punti di vista. Sono 2 anni e mezzo che convivo con una società da separato in casa. Mi hanno voluto far operare alla schiena, dissero che avrei avuto un mese di stop e invece ho avuto quasi due anni. Loro hanno sbagliato operazione e poi mi hanno lasciato lì a marcire».

A gennaio, però, ecco che il Manchester City bussa alla sua porta. Ci sarebbe la possibilità di sostenere un provino con il club inglese. Coco si presenta puntuale ma qualcosa va storto. Secondo il Sunday Mirror, che titola “Coco the Clown“,  un chiaro riferimento al personaggio di Nicolai Poliakoff, il giocatore si sarebbe presentato all’allenamento con una sigaretta in bocca.

Stuart Pearce non avrebbe gradito e lo avrebbe invitato a lasciare il club. Una versione che Coco ha smentito alla Gazzetta. Il giocatore racconta una storia molto diversa, con Pearce che gli avrebbe fatto i complimenti per la sua tenuta atletica nonostante il lungo stop. I motivi del mancato matrimonio sarebbero soltanto tattici, spiega Coco: «Il mister sperava di potermi adattare come esterno di una difesa a tre, io sono invece un laterale puro e dopo due giorni abbiamo capito che non era il caso di perdere tempo, visto che nel mio ruolo hanno già due giocatori nella rosa». Alla fine l’esterno si accorderà con il Torino, dove giocherà appena tre partite.

 

Gennaio 2009, Fabio Zamblera alla Sampdoria

(Photo by Alexander Heimann/Bongarts/Getty Images)

Parola d’ordine: costruire il futuro. Nel gennaio del 2009 la Sampdoria decide di puntare forte su due ragazzi dal grande potenziale. Dal Bayern Monaco arriva Roberto Soriano, ma il vero colpo viene dalla Premier League. Si chiama Fabio Zamblera ed è l’attaccante titolare della Nazionale Under 19. Certo, con la maglia del Newcastle ha giocato pochissimo, eppure i dubbi sulla bontà dell’operazione sono prossimi allo zero. Tanto che sul suo sito la Sampdoria pubblica un articolo con un titolo che non lascia spazio ai fraintendimenti: “Soriano e Zamblera: Nasce la grande Samp del domani“.

L’attaccante era finito in Inghilterra nel gennaio del 2008. Allora il Newcastle, grazie a un vero e proprio blitz, l0 aveva strappato all’Atalanta grazie a un bonifico di 70 mila euro. “È il ‘solito’ furto di un ragazzino – scrive la Gazzetta dello Sport – Zamblera finisce al Newcastle. I nerazzurri s’arrabbiano e piangono”. Forse non è andata esattamente così, però il ritorno in Italia è un sospiro di sollievo per il ragazzo. «Era un po’ come stare in prigione» racconta ai giornalisti. Anche se con i Magpies non ha mai giocato, ha avuto la possibilità di allenarsi con grandi giocatori. Come Michael Owen. «Da lui ho imparato l’umiltà – spiega Zamblera – E devo dire che l’ esperienza in Inghilterra mi ha fatto crescere molto. Ho cercato di studiare anche il mio amico Viduka: ha qualità tecniche eccezionali».

A Genova Zamblera è chiuso da Pazzini e Marilungo. Deve giocare con la Primavera e aspettare il suo momento. Che non arriva.  A fine anno il Newcastle lo gira in prestito alla Roma, dove conosce il primo di una lunga serie di infortuni che lo faranno precipitare in Eccellenza, dove ha vestito la maglia del Valcalepio.

 

Gennaio 2010, Amantino Mancini al Milan

(Photo by Ned Dishman/Getty Images)

Diciotto mesi che assomigliano a un incubo. Nell’estate del 2008 Amantino Mancini aveva lasciato la Roma per puntare a traguardi più ambiziosi. Per lui, infatti, era pronto un posto da protagonista nella nuova, ambiziosissima, Inter di José Mourinho. Un anno e mezzo più tardi, però, la realtà non si è neanche avvicinata alle aspettative. Il brasiliano inzia a giocare sempre meno, fino a diventare un corpo estraneo al club. Lo Special One non lo schiera. Mai. Neanche quando le assenze azzerano le alternative in rosa. A metà gennaio l’Olympique Marsiglia sonda timidamente il terreno. Solo che Mancini non ha nessuna intenzione di andare a giocare in Francia.

La finestra di mercato sta per terminare e Adriano Galliani si trova in un vicolo cieco. Vorrebbe prendere Nenè, ma il Cagliari non è disposto a lasciarlo partire. Serve un’idea. E anche alla svelta. Un’idea che si concretizza all’improvviso, come se si trattasse di un’illuminazione. Galliani pensa di spedire Jankulovski all’Inter in cambio di Mancini. Il ceco ci pensa per un po’, ma alla fine rifiuta. L’affare è saltato, si legge. Ma non per il dirigente rossonero, che va all in chiedendo ai cugini il prestito del brasiliano. E, ovviamente, i nerazzurri dicono subito di sì.

I tifosi rossoneri accolgono la notizia piuttosto freddamente. Ma non è certo la prima volta. E visto che i giocatori che hanno fatto cambiare idea alla Curva sono tantissimi, la Gazzetta li raccoglie in un pezzone. «Amantino Mancini, può trarre fiducia e consolazione dalle storie di tanti arrivati al Milan prima di lui – scrive la rosea – Prendiamo David Beckham: quando fu presentato, nel dicembre 2008 a San Siro, fu accolto con glaciale indifferenza, ma dopo un po’ i tifosi lo adoravano. C’era scetticismo intorno a George Weah, che pure stava per vincere il Pallone d’oro, ma allora, nel 1995, non c’era una grande copertura mediatica dei campionati esteri e la lega francese veniva trattata un po’ così.  Tumultuoso l’arrivo dall’ Inter di Andrea Pirlo, nel 2001. Un anno più tardi, Clarence Seedorf al primo giorno di Milanello si beccò un sasso sul cofano della macchina. I continui affari fra Inter e Milan avevano indispettito i tifosi, ma Clarence dimostrò subito di che pasta era fatto smontando i contestatori: “Non è successo niente”».

©Daniele Badolato – LaPresse

Galliani, al contrario, è sicuro di aver chiuso un vero affare. Il talento del brasiliano non si discute e la cifra investita per fargli cambiare casacca è tutto sommato ragionevole. Certo, il giocatore appare pingue e imbolsito, ma alla fine tutto si potrebbe risolvere con un po’ di allenamento. «Mancini è un grande giocatore – esordisce Galliani nella conferenza stampa di presentazione – Se farà bene il Milan lo riscatterà e lui starà qui fino al 2014 anche perché ha accettato una riduzione dell’ingaggio dimostrando di voler indossare a tutti i costi la maglia rossonera».

Per l’ex romanista, il trasferimento è anche una condizione necessaria e sufficiente per puntare al Mondiale. «All’Inter ho vissuto un anno difficile e poi ho buttato altri sei mesi – spiega – Magari ho delle colpe anche io, ma in estate Mourinho mi aveva detto di restare perché puntava su di me e invece non ho giocato quasi mai. A volte non ero nemmeno convocato. Qui c’è un’atmosfera diversa, l’ideale per ritrovare il mio calcio. Ho voglia di riscatto e di serenità e spero che crescano le possibilità di essere convocato per il Mondiale».

Tutto perfetto, dunque. Tranne che per Silvio Berlusconi. In serata, da Gerusalemme, il numero uno rossonero boccia l’acquisto dell’esterno. E Berlusconi non è certo uno che ci va giù leggero. «L’acquisto di Mancini – ha detto il presidente – non l’ho capito e l’ho detto anche a Galliani: il brasiliano è fermo da due anni ed è un altro trequartista, a noi serviva uno che fa gol, che finalizza il gioco». Alla fine ha ragione proprio Berlusconi. Nei 6 mesi al Milan, Mancini mette insieme appena 7 partite senza riuscire a segnare neanche un gol. Un bottino talmente magro da non valere il riscatto.

 

Gennaio 2011, Federico Macheda alla Sampdoria

Foto Gibireporter- LaPresse.

Il suo trasferimento dal settore giovanile della Lazio al Manchester United aveva fatto molto discutere. Sì, perché quasi tutti i giornali italiani, in quel 2007, avevano raccontato l’ennesimo “scippo” dei nostri migliori prospetti per il futuro da parte della Premier League. Nessuno, però, si aspettava che quel discorso tornasse d’attualità due anni più tardi. Nell’aprile del 2009 lo United affronta l’Aston Villa in una gara più difficile del previsto. Verso la fine del secondo tempo il risultato è ancora inchiodato sul 2-2, così Sir Alex Ferguson decide di buttare bella mischia un 17enne italiano al posto di Nani. Quel ragazzo si chiama Federico Macheda e segna il gol che regala la vittoria ai diavoli rossi.

Sembra l’inizio di una carriera sfavillante, eppure qualcosa si inceppa. Così, nel 2011, lo United decide di girare in prestito Macheda. La Lazio sogna di riportarlo a Formello, ma deve battere la concorrenza di Juventus, Parma e Fiorentina.

«Federico può lasciare lo United, è vero, ma solo e soltanto in prestito- dice il suo agente, Marcello Bonetto –  Il club e Sir Alex Ferguson hanno immensa fiducia in Chicco. Col rientro di Owen, l’esplosione di Berbatov e Hernandez e con la conferma di Rooney, però, gli spazi per lui al Manchester si sono un po’ ridotti. Ne abbiamo parlato con Ferguson che si è detto possibilista circa una sua partenza a gennaio, ma solo per un’esperienza di 5-6 mesi in prestito. L’Italia sarebbe la destinazione più probabile: finora non ci ha contattato nessuno, ma sceglieremo solo di andare in un club che dia a Federico una garanzia concreta di giocare con continuità».

Getty Images.

Dall’Inghilterra danno per fatto il suo trasferimento. Solo che i giornali di sua maestà fanno un po’ di confusione. Il Daily Mail scivola su una lettera e scrive che il ragazzo è pronto a trasferirsi al Genoa. Altri, invece, affermano che la destinazione è sì Genova, ma la su nuova casacca è quella della Sampdoria. Wigan e Aston Villa provano a inserirsi nell’affare, ma l’attaccante dell’Under 21 ha già deciso. E non vuole sentire ragioni.

Sarà lui a dover raccogliere l’eredità di Antonio Cassano, ormai destinato a vestire la maglia del Milan dopo aver rotto con i blucerchiati. Riccardo Garrone è convinto di aver pescato un jolly dal mazzo dello United. «Macheda? Ha ben colmato il vuoto lasciato da Cassano, sicuramente farà bene. In questi cinque mesi cercheremo di trattarlo bene – dice al momento di ufficializzare il trasferimento, mentre regala un sigaro a un tifoso – l’entusiasmo qui c’è sempre stato, ma con Macheda è aumentato di 10 volte».

In attesa di vederlo giocare con la sua nuova maglia, papà Pasquale Macheda (che ha lasciato il lavoro di custode di cantieri per seguire Kiko in Inghilterra) racconta a La Repubblica qualche dettaglio in più sul figlio. Dice che il mito di Federico si chiama Marco van Basten, che ama i neomelodici napoletani, che adora il film “Il Gladiatore”.

Il 6 gennaio del 2011, ecco che Macheda parla per la prima volta da blucerchiato. «Quello con Cassano è un paragone un po’ grande – dice l’attaccante – Sono qui per migliorarmi, vorrei levarmi tante soddisfazioni e di farle levare ai tifosi della Samp, a cominciare da domenica prossima contro la Roma, quando spero di entrare in campo. Ferguson – aggiunge  –  Mi ha dato il suo in bocca al lupo e mi ha detto: ‘Mi raccomando, se hai bisogno fatti sentire e torna a Manchester più forte’».

L’esordio in Serie A arriva il 9 gennaio 2011. E sembra promettere bene. La Sampdoria batte 2-1 la Roma, l’attaccante entra al posto di Nicola Pozzi a 13′ dalla fine e, pur non trovando il gol, mostra qualche buona giocata. Per il primo gol c’è da aspettare il terzo tentativo, contro l’Udinese in Coppa Italia. Macheda sblocca il match, ma al 90′ è 2-2. La giustizia parziale dei calci di rigore dà ragione ai liguri, che passano il turno per la soddisfazione di Garrone. «Macheda ha fatto subito vedere di essere pronto, non solo tecnicamente, ma anche tatticamente – dice il presidente – e poi ha la testa giusta, che conta pure più dei piedi buoni. Diventerà un grandissimo».

Quello in Coppa resterà l’unico gol messo a segno da Macheda con la maglia della Samp. Dopo 16 presenze in campionato, per lo più da subentrante, l’attaccante tornerà allo United. Ma a Manchester sarà solo di passaggio.

 

Gennaio 2011, Nicola Legrottaglie al Milan

Foto Luca Lussoso

Luigi Delneri è un allenatore che sa bluffare. A metà dicembre 2010, la sua Juventus affronta il Manchester City nell’ultima giornata del girone di Europa League. I bianconeri, che hanno pareggiato tutte e cinque la gare del loro gruppo, non hanno molto da chiedere alla competizione. La sfida contro il Chievo, in cartellone nel fine settimana, diventa più importante. Così, il mister decide di fare fiducia a chi ha giocato di meno. «Contro gli inglesi Legrottaglie gioca sicuramente – dice Delneri  – meriterebbe di farlo la domenica».

Il difensore pugliese, però, ha il contratto in scadenza a fine anno ed è stanco di non trovare spazio in bianconero. Così decide di trovarsi un’altra sistemazione. Si dice che sulle sue tracce ci siano Cesena, Roma, Bari e Celtic. Sarebbero tutte pronte a fare un’offerta. Il colpo di scena, però, arriva il 30 gennaio. «Domani vado a Milano e vi farò sapere – dice Nicola Legrottaglie – se sono dispiaciuto per come è finita alla Juve? Domani saluterò tutti e dirò quello che penso».

Nella stessa finestra di mercato il Milan, oltre a Legrottaglie, acquista anche Didac Vilà, Emanuelson, van Bommel e Cassano. «Il voto al nostro mercato è 9», dice sicuro Massimiliano Allegri. Il 1° febbraio Legrottaglie esordisce con la maglia del Diavolo. I rossoneri, primi in classifica, ospitano la Lazio in un match che non passerà certo alla storia per le emozioni regalate al pubblico. Il finale è 0-0, ma a mettere pepe alla partita ci pensa Kozak. L’attaccante della Lazio fa finire all’ospedale Bonera, che ha riportato un leggero trama cranico per una gomitata al volto, e poi l’esordiente Legrottaglie (che aveva preso il posto proprio di Bonera), con un trauma cervicale dovuto a una ginocchiata in testa.

A metà febbraio l’esperienza del difensore in rossonero sembra già conclusa. Nonostante l’emergenza, infatti, Allegri spedisce in tribuna Legrottaglie, Emanuelson e Didac Vilà, con buona pace del mercato da 9 in pagella. Quella contro la Lazio resterà la prima e unica presenza di Legrottaglie al Milan, anche se a fine anno il difensore potrà comunque dire di aver contribuito allo scudetto.

 

Gennaio 2014, Ibson al Bologna (che se ne dimentica)

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Alessandro Diamanti è a un passo dal trasferirsi in Cina. Al Bologna, che lotta per non retrocedere, serve un colpo per mantenere vive le speranze di salvezza. Nella mattinata dell’ultimo giorno di mercato, i dirigenti rossoblù trattano Edenilson, che l’Udinese aveva appena preso dal Corinthians, in cambio di Acquafresca. Sembra tutto fatto, poi il brasiliano si mette per travers e rifiuta il trasferimento in prestito.

Serve un’alternativa in tempi più che rapidi. Così ecco che il Bologna inizia a trattare Ibson, centrocampista offensivo di 30 anni sempre del Corinthians. Il fax che perfeziona l’accordo arriva ad appena 45 secondi dal gong che annuncia la fine del mercato. I tifosi del Bologna tirano un sospiro di sollievo. Ma dura poco.

Due giorni più tardi il brasiliano sbarca in Italia. E qualcosa va subito storto. I dirigenti del Bologna, infatti, si dimenticano di andarlo a prendere in aeroporto. Ibson aspetta allo scalo di Roma nell’imbarazzo più totale. Così il presidente decide di sospendere il d.s. Polenta, il responsabile della comunicazione Caliceti, il segretario Befani e un addetto al marketing. Il momento è disperato, servono segnali forti. Il giorno della Befana il centrocampista svolge finalmente le visite medice. Poi, dopo aver scelto il numero 20, si lascia andare a una dichiarazione telegrafica: «Il mio idolo era Zico». È sufficiente per infiammare l’ambiente. Ora Diamanti può partire senza troppi patemi d’animo.

In poco tempo inizia a girare un video di una partita del Santos. Si vede Ibson che segna su assist di Neymar. Non è molto, ma è comunque abbastanza per provare a ripetere la parola “salvezza”. L’inserimento del brasiliano, però, procede più lentamente del previsto. A fine febbraio entra dalla panchina e crea qualche grattacapo alla difesa della Roma, che comunque vince 1-0. Ibson non andrà molto lontano. Dopo appena 11 presenze, e zero gol realizzati, si accasa allo Sport Recife.

 

Gennaio 2014, Anderson alla Fiorentina

Foto Riccardo Sanesi/LaPresse

A metà campionato la Fiorentina di Vincenzo Montella è in lotta per un posto in Champions League. Per riuscirci, però, servono rinforzi. Servirebbe un goleador, ma la dirigenza viola vuole diventare protagonista sul mercato. E visto che il Manchester United ha qualche problema a ricostruire dopo l’era Ferguson, ecco che Daniele Pradè decide di pescare direttamente dai Red Devils. Il prescelto è Anderson, centrocampista che con Moyes non sta trovando spazio.

Sir Alex Ferguson l’aveva indicato come il «nuovo Roy Keane», una definizione che sembra quanto mai blasfema ma che è sufficiente ad accendere l’entusiasmo. D’altra parte, dice la Gazzetta, se Cristiano Ronaldo aveva scelto Anderson come compagno di palleggi in allenamento ci sarà pur stato qualche motivo.

Nello Stivale, l’operazione è accolta con entusiasmo. «Anderson è forte, ed è pure famoso!» si lascia scappare Montella. Ma la Gazzetta dello Sport va più in profondità. «Ecco un’analisi numerica – scrive Alessandra Gozzini – Dividendo le partite giocate per i trofei esposti in bacheca, ne esce un risultato eccellente: duecento gare giocate (tra campionati, Europa e coppe nazionali) fratto ventuno titoli conquistati (di squadra e individuali) fa 10, è dunque possibile affermare che Anderson alza una coppa ogni dieci esibizioni». Numeri da fantascienza.

Eppure l’avventura di Anderson a Firenze non comincia certo con il piede giusto. Il brasiliano viene tenuto fuori dalla lista per l’Europa League. In tutto il girone di ritorno metterà insieme appena 7 gettoni prima di tornare a Manchester senza rimpianti.

 

Gennaio 2014, Michael Essien al Milan

(Photo by Mario Carlini / Iguana Press/Getty Images)

Le ultime annate con il Chelsea e il Real Madrid hanno cambiato il tempo verbale. Si è passati da Essien “è” uno dei migliori centrocampisti al mondo a Essien “è stato” uno dei migliori centrocampisti al mondo. A dicembre 2013 José Mourinho scarica il mediano del Ghana ed è pronto ad accettare qualsiasi offerta pur di farlo partire.

Il Milan, che agli ottavi di Champions se la dovrà vedere con l’Atletico Madrid, è alla ricerca di un centrocampista di esperienza da inserire immediatamente in rosa. Perché con Montolivo squalificato per due partite e con Muntari out, in Europa la coperta del Milan rischia di essere troppo corta. Galliani sogna di portare a Milano Fernando del Porto, ma il centrocampista ha già giocato in Champions League e dunque non può essere inserito in lista. Nonostante il buon esordio di Bryan Cristante, l’emergenza rischia di costare cara ai rossoneri.

Galliani decide di imbastire una trattativa lampo con il Chelsea. Eppure qualche dubbio resta. Se Mourinho ha deciso di scaricare un giocatore che lo chiamava “Daddy”, forse non è il caso di insistere. D’altra parte Allegri aveva bocciato un eventuale approdo del ghanese al Milan. Solo che adesso, con Seedorf in panchina, il rischio di un ritorno di fiamma è piuttosto alto.

(Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

E infatti ecco che alle 20.12 del 24 gennaio 2014 Essien sbarca a Malpensa. Fra l’area arrivi e l’auto aziendale che lo aspetta ci sono appena una cinquantina di metri, eppure il 31enne di Accra quasi non riesce a percorrerli. Sono troppi i giornalisti arrivati all’aeroporto pur di strappargli una dichiarazione. Per il centrocampista tutta quell’attenzione nei suoi confronti è assurda, tanto che sussurra uno “strange people” all’orecchio di uno dei suoi accompagnatori.

Poi, però, ecco che Essien si ferma per rilasciare qualche dichiarazione. «Il Milan è un grande club – dice – Sono molto felice di essere qui con grandi giocatori come Kakà e Balotelli. Perché il Milan? Perché mi ha chiamato Seedorf, sono qui proprio perché c’è lui. Credo sia un grande tecnico, diamogli il tempo di dimostrarlo. Mi ha chiamato due giorni fa e non vedo l’ora di essere a sua disposizione, farò il meglio per questa squadra».

Tre giorni dopo il centrocampista supera le visite mediche e lancia un messaggio ai suoi detrattori. «Coloro che odiano divulgheranno il tuo fallimento e sussurreranno il tuo successo – twitta – Visite mediche fatte. Non vedo l’ora di cominciare la mia nuova vita con il Milan. Dio perdoni». L’Altissimo non dovrà scomodarsi più di tanto. In un anno e mezzo Essien raccoglierà 20 presenze, senza mai convincere.

 

Gennaio 2015 Joshua Brillante all’Empoli

(Photo by Matt King/Getty Images)

Nell’estate del 2014 la Fiorentina acquista un ragazzo australiano. Si chiama Joshua Brillante, ha 21 anni ed è costato appena un milione di euro. Eppure il centrocampista è già molto quotato. «La Fiorentina sta cercando giovani calciatori in tutto il mondo e Brillante è il prototipo giusto per noi – dice il direttore sportivo Daniele Pradé – Joshua ha tutte le caratteristiche per far parte della nostra Società. Ha grandi capacità tecniche oltre ad essere un ragazzo stupendo».

Più o meno lo stesso concetto espresso dal direttore tecnico Eduardo Macia. «Joshua ci darà tantissimo – assicura – È un calciatore giovane ma già maturo. Ha grande personalità, cavalcherà l’identità e la filosofia della Fiorentina». Il suo precampionato è sorprendente. Un suo gol stende l’Universitario in amichevole. Tanto che anche la Gazzetta è pronta a scommettere sulle sue doti. 

«A centrocampo la Viola è incompleta – scrive Giovanni Sardelli – ma oltre ai soliti noti Montella sa di poter contare davvero su Joshua Brillante. E non solo per il destro vincente da centro area che ha dato il successo due notti fa. L’australiano classe 1993 aveva attratto la curiosità dei fiorentini più per la provenienza (Australia), per il cognome (perfetto per i giochi di parole) e per la barba (subito sfoltita). Invece è un discreto prospetto sia da mediano sia da interno».

(Photo by Darrian Traynor/Getty Images)

Ma Brillante, a Firenze, conquista tutti anche grazie alla sua semplicità. L’australiano si presenta agli allenamenti a bordo di una Renault Clio del 2002 di seconda mano. Una modesta utilitaria che arranca in un mare di Suv. Montella è colpito e gli affida una maglia da titolare nell’esordio stagionale contro la Roma.

Per Brillante è un incubo a occhi aperti. Un suo errore macroscopico spiana la strada al vantaggio giallorosso e indirizza la partita. Dopo poco più di mezz’ora Montella lo sostituisce e manda in campo Ilicic. È un’altra storia. In viola il centrocampista giocherà altri 12′ prima di essere ceduto all’Empoli nel mercato di gennaio. Qui le cose non andranno molto meglio: in 6 mesi, infatti, Brillante scenderà in campo soltanto una volta.

 

Gennaio 2015, Felipe all’Inter

Foto LaPresse – Spada

Prima Walter Mazzarri e poi Roberto Mancini provano a sistemare la difesa nerazzurra, ma senza troppo successo. A preoccupare particolarmente è il rendimento di Juan Jesus, un centrale che si ritrova a giocare sempre nonostante i ripetuti errori. Servirebbe un puntello, ma dal mercato arrivano due nomi pesanti per l’attacco come Podolski e Shaqiri. Per la difesa, dunque, si deve lavorare di fantasia.

La crisi del Parma serve un assist ai nerazzurri. A febbraio, infatti, si svincola Felipe. Il difensore centrale si allena per una decina di giorni con l’Inter. La società non sembra particolarmente colpita, ma il 27 febbraio gli offre un contratto fino a giugno con una paga da 150 mila euro. Il difensore accetta e sceglie la maglia numero 26. La indosserà 4 volte (l’esordio arriverà proprio contro il Parma), prima di salutare senza lasciare traccia.

 

Gennaio 2015, Spolli alla Roma

LaPresse.

E alla fine arriva Spolli. La Roma di Rudi Garcia, alle prese con una pericolosa pareggite, è alla ricerca di un difensore centrale. Walter Sabatini cerca Vlad Chiriches, ma il Tottenham spara alto. Allora ecco che il direttore sportivo giallorosso estrae il coniglio dal cilindro. Per un milione di euro arriva in prestito dal Catania, sprofondato in B, Nicolas Spolli.

«Ancora non mi rendo conto – dice il difensore argentino dopo le visite mediche – È accaduto tutto troppo velocemente. Avevo sentito qualche voce la settimana scorsa ma ho continuato ad allenarmi come se niente fosse concentrandomi sul Catania. Poi è arrivata la chiamata di Sabatini. Appena mi è stata proposta ufficialmente la Roma ho accettato senza neanche chiedere le condizioni».

E ancora: «È un sogno andare alla Roma e giocare con tutti quei campioni. Mi fa sentire ancora di più la responsabilità nei confronti di un grande club, ma non vengo per fare il quarto». Sarà, ma intanto l’argentino giocherà solo una partita di campionato con la maglia giallorossa. Il 21 febbraio Sabatini interviene a Roma Radio. E sembra sconfessare il proprio operato. «Abbiamo preso due calciatori più Spolli che sono molto forti e in futuro lo dimostreranno – dice – Magari ho sbagliato i tempi e i modi, avrei dovuto fare delle scelte che dessero un beneficio nell’immediato».

 

Gennaio 2015, Samuel Eto’o alla Sampdoria

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Il gennaio del 2015 sarà ricordato a lungo dai tifosi della Sampdoria. Sì, perché il primo nome nuovo che sbarca a Genova è quello di Luis Muriel, talento colombiano destinato a fare innamorare i tifosi. Ferrero, però, non è soddisfatto. Vuole un nome di grido, un giocatore che possa diventare anche il biglietto da visita della sua gestione.

Così il numero uno blucerchiato comincia ad accarezzare un’idea molto particolare: portare a Genova Samuel Eto’o, l’attaccante che aveva vinto 4 Champions (con Real Madrid, Barcellona, due volte, e Inter). Certo i suoi numeri non proprio esaltanti, a 33 anni con l’Everton ha segnato 4 gol in 20 partite, ma un giocatore del suo talento può cambiare da solo il volto a una squadra.

Il 10 gennaio Ferrero esce allo scoperto. Nel modo che conosce meglio. Da Los Angeles in numero uno della Samp si esibisce in un Tweet in rima che lascia poco spazio all’immaginazione. «Bella Samp, come sei, Eto’o ti porterei e tanti gol rifilerei e se viene pure Muriel a star con noi! Allora sono solo cavoli tuoi. Forzaaa».

Il vero scoglio è rappresentato dall’ingaggio. All’Everton l’attaccante guadagna oltre 3 milioni, bonus compresi. Solo che l’ex Inter vuole tornare in Italia. Ferrero spera che questo possa aiutarlo ad accettare un’offerta al ribasso. A metà gennaio, a Parigi, il camerunense trova l’accordo con la Samp. Si parla di un contratto di due anni e mezzo da 2,5 milioni (poi lievitati a 3,5) di euro a stagione. E non solo. Perché sembra che Ferrero abbia messo sul piatto anche un film sulla vita del calciatore.

. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

L’Everton non gradisce e si rifiuta di liberare il calciatore a parametro zero, così come previsto dal contratto. Ferrero decide di pigiare comunque sull’acceleratore e trova un accordo con il club inglese: la Sampdoria pagherà alla squadra di Liverpool dei bonus legati al rendimento di Eto’o in blucerchiato. Per festeggiare Ferrero va a pranzo da “Giacomo”, in corso Italia, insieme a Edoardo Garrone. «Dico solo una cosa alle famiglie, domenica si devono svegliare, fare una passeggiata, mangiare e poi andare tutte allo stadio perché ci sarà una grande sorpresa… Eto’o» urla il numero uno della Samp.

Anche Garrone si lascia contagiare dall’entusiasmo di Ferrero. «Premesso che con il presidente ogni tanto ci vediamo, facciamo due chiacchiere e ci divertiamo, l’ultima volta mi disse che avrebbe preso Eto’o – racconta – Gli risposi che non ci credevo, ma che gli avrei pagato il pranzo in caso avesse avuto ragione lui. Alla fine però gode così tanto per aver portato alla Samp Eto’o, che pur avendo vinto la scommessa ha pagato lui».

Il 29 gennaio va in scena la presentazione del nuovo attaccante della Sampdoria. Ed è un capolavoro trash. Accanto alle vasche dell’Acquario di Genova c’è un’aula magna da circa 200 posti che viene bombardata dalle note di Beautiful Day degli U2. Fuori, invece, ecco bandier del Camerun e sciarpe della Sampdoria. Ma a fare la differenza ci pensano i due protagonisti della giornata, Ferrero ed Eto’o.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

«I sogni sono il sale della vita – dice il numero uno della Samp –  Noi andiamo a nanna, sogniamo ci svegliamo, e andiamo a comprare Eto’o». Ma è davanti alle telecamere dei Paesi stranieri che Ferrero dà il meglio di sì. «Ferrero ha parlato in arabo (inventandolo), rubato il microfono al giornalista e confuso il Qatar (paese dell’emittente) con l’Arabia Saudita – scrive Massimiliano Salvo su Repubblica – L’intervista di Massimo Ferrero ad Al Jazeera, al termine della presentazione del neoacquisto Samuel Eto’o, è stata uno show. “Sono un presidente genuino”, ha detto sorridendo. Ferrero ha parlato del mercato, dell’immancabile Sinisa Mihajlovic, di Okaka (“è figlio mio, e i figli non si mandano via”), e dell’obiettivo della Samp di questa stagione: “La Luna!”. “Facciamo una partita in Qatar  –  ha concluso rivolgendosi all’intervistatore. Dai, organizza. E salutami lo sceicco».

Anche il giocatore offre spettacolo. «La prima volta che ho visto Ferrero è stato a Londra – dice – non credevo neanche fosse lui il presidente della Samp, scherzava sempre, mi faceva sentire a mio agio. Ferrero è uno che sogna e io voglio sognare con lui». Più impegnativo, invece, il paragone in cui si lancia il camerunense quando gli viene chiesto di Massimo Moratti. «Io non parlerei di presidente ma di papà Moratti – afferma – non c’è miglior parola sul dizionario per rappresentarlo. Ho conosciuto un grande uomo, una sorta di Gesù Cristo tante sono la sua bontà e la sua integrità».

La realtà, però, non reggerà il confronto con le aspettative. In blucerchiato Eto’o gioca 18 partite mettendo insieme un bottino di appena 2 gol. Troppo poco per meritarsi la conferma. Così, dopo 6 mesi, l’ex interista saluta Genova e si accasa all’Antalyaspor, in Turchia.

 

Gennaio 2016, Dodò e Ranocchia alla Sampdoria

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

La Sampdoria ha un andamento lento. Se appena 12 mesi prima Ferrero diceva di voler seguire le orme di Paolo Mantovani, ora i blucerchiati sono quartultimi con il concreto rischio di scivolare in B. Gennaio, dunque, sarà il mese dei rinforzi. Il primo nome caldo è quello di Andrea Ranocchia, precipitato nelle gerarchie interiste disegnate da Roberto Mancini. Il centrale ha detto no a Norwich e Valencia, aspetta un’offerta del Torino e ha preso tempo con il Liverpool, che avrebbe offerto addirittura 9 milioni. Il suo obiettivo è chiaro: giocare per provare a conquistare un posto agli Europei.

La Sampdoria sarebbe un club perfetto per il proprio rilancio. Eppure sia Ranocchia che Dodò non sembrano convinti. La trattativa per portarli a Genova è lunga, quasi estenuante. La svolta arriva a metà gennaio, quando il centrale decide di accettare l’offerta blucerchiata. Merito anche del pressing di Vincenzo Montella, che ha dato l’ok per l’acquisto di un altro centrale. Si chiama Milan Skriniar ed è destinato a far parlare di sé. E anche parecchio. Alla fine i due difensori nerazzurri si trasferiscono alla Sampdoria, che gira Eder all’Inter. Non sarà un grande affare. Per nessuno dei due club.

 

Gennaio 2017, Trent Sainsbury all’Inter

(Photo by Robert Cianflone/Getty Images)

Nel gennaio del 2017 l’Inter sperimenta il significato di sinergia fra due club con lo stesso proprietario. Dopo aver ceduto Ranocchia in prestito all’Hull City, infatti, i nerazzurri erano alla ricerca di un altro centrale. A sorpresa, ecco che dallo Jiangsu Shanghai, club di cui è proprietario proprio Suning, arriva il primo australiano della storia dell’Inter. Si chiama Trent Saninsbury , ha 25 anni, e può essere considerato un oggetto misterioso.

Almeno fino al 28 maggio, quando Sainsbury esordisce in nerazzurro. Si gioca a San Siro, contro l’Udinese, a al minuto numero 71 viene buttato ella mischia al posto di Davide Santon. È la prima e ultima apparizione con la maglia dell’Inter. A fine stagione, infatti, tornerà in Cina.

 

Gennaio 2018, Bacary Sagna al Benevento.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Nel mercato di gennaio il presidente Vigorito ha messo a segno 8 colpi, rivoluzionando il volto della squadra. Difficile fare altrimenti, visto che nell’intero girone di andata le Streghe hanno messo insieme appena 4 punti. Il vero colpo sembra essere Bacary Sagna, uno che ha giocato con Auxerre, Arsenal e Manchester City e che con la Francia si è laureato vicecampione agli ultimi Europei.

Il difensore arriva a Benevento da svincolato, ma ha una grande responsabilità. «Toccherà a lui – scrive La Repubblica –  far dimenticare Lucioni, il capitano squalificato per doping che era il punto di forza del reparto arretrato». Sembra una favola, con l’ex campione che decide di sposare una delle squadre più in difficoltà del Vecchio Continente.

«Ho scelto Benevento — spiega Sagna in conferenza stampa — perché c’è l’anima e il cuore del calcio». Ma, soprattutto, per merito del presidente Vigorito. «È un uomo buono, un uomo di parola e questo è molto importante per me – ha aggiunto Sagna – Il calore che lui e la sua famiglia hanno dimostrato a me e alla mia famiglia è stato toccante. La sua umanità in ciò che ha fatto per la comunità e in particolare per i meno privilegiati ed i disabili del territorio è qualcosa di molto speciale da vedere. Quello che lui e la sua squadra di calcio rappresentano è molto più grande del calcio».

Con i giallorossi Sagna raccoglie 13 presenze e segna un gol. Non riuscirà a evitare la retrocessione, ma lascerà Benevento a testa alta.

 

Gennaio 2019, Stefano Sturaro al Genoa

(Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Il talento non si discute, il prezzo per il suo trasferimento sì. Lo scorso gennaio, infatti, Stefano Sturaro è passato dalla Juventus al Genoa per 10 milioni di euro più 8 di bonus. Un’enormità se si considera che il giocatore era stato girato in prestito allo Sporting Lisbona e non aveva mai giocato per via di un infortunio piuttosto serio (e comunque non sarà a disposizione di Prandelli prima di un paio di mesi). A fine stagione metterà insieme 5 presenze e un gol. Troppo poco per un centrocampista da quasi 20 milioni di euro.

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