Feed

I giorni più assurdi del Barcellona

By 10 Dicembre 2020

I catalani stanno passando un periodo difficilissimo e pieno di contraddizioni, ma che quasi impallidisce rispetto a quello che accadde nel 1988, quando la squadra si ammutinò contro la società. Un evento clamoroso, allora, che aprì le porte al ritorno da allenatore di Crujiff

 

Che il Barcellona stia attraversando un periodo difficile della sua storia, questo è innegabile. Nel giro di quattro giorni sono arrivate due sconfitte abbastanza imbarazzanti, prima contro il Cadice nella Liga e in seguito contro la Juventus al Nou Camp in Champions League. E se almeno in Europa è arrivato il passaggio agli ottavi di finale, seppur in girone alquanto modesto, va detto, in Spagna la situazione è abbastanza agghiacciante: dopo dodici giornate i catalani sono noni, a 12 punti dall’Atletico Madrid leader con cui ha già perso 1-0, oltre ad essere stato travolto 1-3 in casa dal Real Madrid.

Un periodo difficile, quasi crepuscolare, in cui i dubbi dominano sulle certezze, a partire dal futuro di Messi, già minato in estate dalla trattativa con il Manchester City. Con delle elezioni presidenziali alle porte a gennaio nel segno dell’incertezza e spifferi di spogliatoio che raccontano di un ambiente in ebollizione, la domanda che molti si stanno facendo è: “Il Barcellona è mai andato peggio di così?”.

Da Venables ad Aragones

Società a pezzi, calciatori in rivolta contro l’ambiente, risultati che non arrivano: la risposta alla domanda precedente è “Sì, la sensazione di dejà-vu c’è”. Stagione 1987-88 e i catalani sono piombati in una crisi profonda, a nemmeno due anni dalla finale di Coppa Campioni raggiunta e persa a Siviglia contro la Steaua Bucarest, quella dei quattro rigori sbagliati, o meglio parati da Duckadam.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

L’aria è di smobilitazione, di tutti-contro-tutti, dopo quattro giornate di campionato ci sono già tre sconfitte e una sola vittoria, il posto in classifica è il penultimo; l’allenatore inglese Terry Venables è in discussione, ma ciò che accade nella settimana che precede la partita contro l’Athletic Bilbao è folle. Il tecnico dà due giorni liberi alla squadra e torna a casa, in Inghilterra: mentre è lì il presidente Nunez se ne esce con “Oggi è l’allenatore, domani chissà”, così Venables rimane un ulteriore giorno in Terra d’Albione col risultato di farsi cacciare.

La dirigenza, dopo un consulto notturno rapidissimo, trova un sostituto, e che sostituto: Luis Aragones, reduce da cinque anni all’Atletico Madrid. La situazione è talmente contorta e surreale che alla conferenza stampa in cui viene congedato Venables manca il suo interprete, Graham Turner, così da rendere il tutto incomprensibile. “Non è un esonero, semplicemente smette di essere l’allenatore del Barcellona”, riassume, a proposito di surrealtà, il vice-presidente Joan Gaspart. Venables, rimane lì in tutta la conferenza stampa senza capire probabilmente nulla e con una gran voglia di abbandonare la sala, poi lascia la panchina ad Aragones.

Il buon Luis, però, in così poco tempo non può invertire la rotta e anche a Bilbao è sconfitta: 1-0. Finita? Macchè, c’è anche la sconfitta ininfluente, 1-0, nel primo turno di Coppa Uefa contro il modesto Belenenses (all’andata era finita 2-0 per il Barça), poi un altro rovescio interno con il Valencia e persino il Fraga, squadra di Segunda B (la terza serie spagnola) batte i catalani, seppur in amichevole, per 1-0, in una partita che – si legge – “Aragones voleva sfruttare per testare le seconde linee”.

  (Photo by David Ramos/Getty Images)

Già, le seconde linee: anche sul mercato il club non è che abbia avuto le idee chiare. Intanto in rosa ha quattro stranieri, quando se ne possono schierare ancora solo due: il tedesco Berndt Schuster e il trio britannico Gary Lineker-Marc Hughes-Steve Archibald, lì per volontà di Venables, quantomeno per parlare la stessa lingua. Questi ultimi attendono, Hughes non si è per niente adattato alla città e viene prestato al Bayern Monaco, mentre lo scozzese aspetta un infortunio o di Schuster o di Lineker per poter giocare, e intanto marcisce con il Barcellona B prima di finire ceduto al Blackburn.

 

Dalla Roma in avanti

La crisi del Barcellona attuale viene da lontano, comunque. Si potrebbe dire che da quel 3-0 preso contro la Roma nel ritorno dei quarti di finale della Champions 2017-18 gli scricchiolii hanno cominciato a farsi pesanti. Un’eliminazione brutale, arrivata a sorpresa dopo aver vinto 4-1 al Nou Camp: sarebbe bastato gestire e invece ecco le mazzate di Dzeko, De Rossi e Manolas, con vecchi guerrieri come Piqué o Iniesta spazzati via dalle circostanze, il difensore soprattutto, sballottato e quasi imbarazzante al cospetto degli avversari.

Un caso? No, dodici mesi dopo contro il Liverpool se possibile ancora peggio. Nel frattempo era arrivata una Liga, vinta con ancora l’eco di quella disfatta romana nelle orecchie, quindi celebrata con un retrogusto amaro. Dodici mesi dopo il 3-0 preso all’Olimpico ecco il Liverpool, che sembra sopraffatto dopo il 3-0 del Camp Nou, con un Messi divino, ma ribalta tutto ad Anfield: stavolta la sconfitta è 4-0 e il quarto gol, di Origi, è la fotografia di una squadra liquefatta, con Alexander-Arnold che batte il calcio d’angolo di sorpresa e il centravanti belga che segna da solo in mezzo alla difesa del Barcellona distratta (otto uomini in area e nessuno a marcare).

Due eliminazioni che hanno marchiato a fuoco i blaugrana, che nel frattempo hanno perso, pezzo dopo pezzo, alcuni dei principali protagonisti dei precedenti trionfi, senza trovare ricambi decenti. Anzi, avviluppandosi in operazioni di mercato senza senso, come l’acquisto di Dembelé per 145 milioni, un giocatore che in tre anni ha avuto nove infortuni di tipo muscolare, alcuni dei quali gravissimi.

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

In tal senso, però, l’affare più assurdo è senza ombra di dubbio quella di Coutinho, comprato per 160 milioni da Liverpool nel gennaio del 2018, inutilizzabile in Champions per quella stagione e mai davvero convincente con la maglia del Barcellona, tanto da finire ceduto in prestito. E dove? Al Bayern Monaco, dove ha vinto l’ultima Champions League segnando, peraltro, due delle otto reti con cui i tedeschi hanno sotterrato i catalani al nei quarti di finale del torneo. Adesso Coutinho è tornato a Barcellona, aveva iniziato bene la stagione prima di infortunarsi. Intanto coi soldi della sua cessione il Liverpool ha creato la squadra che nel frattempo ha conquistato una Champions e una Premier.

Sia Dembele che Coutinho che lo stesso Griezmann, che abbiamo già incontrato (e che dopo la sconfitta contro la Juventus ha sentenziato: “Ci è mancato tutto, voglia di correre, di attaccare, di difendere, di impegno”) per interposta persona, con l’ex agente Eric Oilhats a criticare Messi per il suo atteggiamento in spogliatoi, sono tutti accomunati da una cosa: sono arrivati a Barcellona per tappare il buco lasciato da Neymar, dopo la cessione al Paris Saint-Germain. E per il quale regolarmente arrivano voci di mercato sul ritorno, voluto da Messi.

Sorvoliamo su altri acquisti misteriosi del Barcellona come Kevin-Prince Boateng, Martin Braithwaite o Trincao e passiamo oltre. In tutto questo gli allenatori saltano come tappi di cava, lo spumante tipico catalano: Ernesto Valverde, l’intermezzo tragicomico di Quique Setien e adesso Ronald Koeman, vecchio cuore Barcellona già finito in discussione e nervoso, come si è visto anche contro la Juventus, quando è andato a brutto muso da Dybala e Portanova che, secondo lui, stavano esultato in maniera eccessiva in panchina. Però, davvero, se fallisce anche “Rambo”, reduce da un ottimo lavoro con la Nazionale olandese, chi ci va sulla panchina dei blaugrana? Chi sarebbe in grado di evitare gol comici come quelli presi dalla squadra nelle ultime settimane, tipo questo o questo?

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Oppure, come ha scritto di recente Mario Sconcerti sul “Corriere della Sera”, bisogna semplicemente focalizzarsi sul simbolo del Barcellona: Lionel Messi. Che “è come stanco, dell’eternità, di dover sempre compiere un’impresa”. Sarà vero? Di certo in estate si è sfiorata davvero la rottura, fragorosa, l’argentino da una parte, con la cessione clamorosa sullo sfondo (Manchester City e Psg) e il presidente Bertomeu dall’altra fino alle dimissioni di quest’ultimo e l’annuncio delle elezioni, appunto, per gennaio. Messi è rimasto, ma quanto convinto? Fin qua in campionato ha segnato appena 4 gol senza dare nessun assist, numeri che certificano una sorta di calo: 4.9 tiri in porta, 4.3 dribbling e 2.2 passaggi-chiave a partita, nella Liga, cifre tra le peggiori della sua carriera. E se non gira Messi, o almeno se non gira come prima, con Suarez ceduto all’Atletico Madrid e Griezmann pesce fuor d’acqua, è davvero dura.

 

Ammutinamenti

Quello di Messi con Bertomeu era stato una sorta di rivoluzione, di ammutinamento. Che veniva dopo il celebre “sfogo di Instagram” dell’argentino contro il direttore sportivo Eric Abidal, seppur senza nominarlo mai. “Con Valverde non ci si allenava bene”, l’accusa, e la risposta era stata, sostanzialmente, da parte di Messi, quella di farsi i fatti propri.

Nulla, però, in confronto a quello collettivo del Barcellona contro la dirigenza nella famigerata stagione 1987-88. Dopo un inizio terribile Aragones risale la china, anche se alla fine la posizione in classifica sarà modesta, sesta, a 23 punti di distanza dal Real Madrid campione di Spagna (e allora la vittoria valeva due punti, ricordiamolo, coi tre sarebbero stati 36).

Campionato disastroso e in Europa poco meglio: in Coppa Uefa dopo lo spavento col Belenenses tutto tranquillo con il Flamurtari (nonostante una sconfitta 1-0 in Albania) fino agli ottavi di finale contro il Bayer Leverkusen. Zero a zero in Germania, ma 0-1 (gol del futuro pescarese Tita) al Nou Camp, partita in cui Schuster calcia alto un rigore e risponde con un gesto dell’ombrello ai cori “Nazi nazi” provenienti dagli spalti. Spalti sempre più vuoti, naturalmente, e dove la gente va più per offendere i propri giocatori che per sostenerli.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

L’unica soddisfazione viene dalla Coppa del Re, che il Barcellona vince quasi a sorpresa contro la Real Sociedad, in una partita disputata al Santiago Bernabeu di Madrid. Fa specie dirlo adesso ma in quel momento, nel marzo del 1988, sono i baschi i favoriti, sullo slancio di una semifinale in cui avevano piallato 5-0 il Real Madrid tra andata e ritorno. E i tifosi del Barça sono talmente in rotta con la squadra che dei 30mila biglietti messi a disposizione per loro in vista della finale solo 5mila ne vengono venduti. Lontani i tempi della finale di Coppa Campioni contro lo Steaua, quando in 50mila erano andati al Sanchez Pizjuàn di Siviglia. Tuttavia, ecco scodellato l’1-0 con gol di Alexanko, il capitano (un basco, peraltro): Coppa del Re in cascina uguale partecipazione, insperata, alla successiva Coppa delle Coppe. Insomma, in Europa il Barcellona per la stagione successiva un posto se l’era assicurato.

Per Aragones, rimasto addirittura ai margini due settimane per un accenno di depressione (al suo posto Charlie Rexach, ex bandiera come calciatore del club e in seguito anche allenatore e dirigente del Barça), una bella rivincita, anche se per poco tempo. La situazione interna, infatti, deteriora fino all’esplosione. Il bersaglio è sempre il presidente Nunez, contro cui i calciatori sono incattiviti da tempo, per svariati motivi tra cui uno strano trattamento economicoriguardante i diritti d’immagine dei giocatori che ha insospettito l’Agenzia delle Entrate spagnola.

Il 28 aprile del 1988 tutta la rosa meno Lineker (impegnato con l’Inghilterra contro l’Ungheria), Schuster e il giovane Lopez-Lopez, reduce da un infortunio, convoca la stampa nell’hotel Hesperia, a Barcellona, in Carrer dels Vergòs, non lontano dallo stadio Sarrià, dove gioca l’Espanyol, celebre per essere stato quello dove l’Italia aveva battuto Argentina e Brasile al Mondiale del 1982 ipotecando il trionfo.

 (Photo by David Ramos/Getty Images)

Davanti ai giornalisti il capitano Alexanko, spalleggiato dai compagni, specie il portiere Andoni Zubizarreta, si ribella pubblicamente contro Nunez; è un gesto simbolico e coerente con l’assurdità di quella stagione, visto che il proprietario dell’hotel è Joan Gaspart, vice-presidente del Barça nonché uno dei costruttori più importanti della Catalunya, così come Nunez. C’è anche Aragones, che viene interpellato subito da un Gaspart allarmato: “Scusi, ma ci andrà anche lei?”, e la risposta dell’allenatore è: “Se non vado non vinceremo più una partita”.

Vengono snocciolati sette punti, come se fosse un ordine del giorno, e vengono ripetute le parole “delusione, umiliazione e inganno”. Victor Munoz, futuro sampdoriano: “Nunez non supporta il Barcellona, ma solo se stesso”. Lobo Carrasco, oggi opinionista sul Mundo Deportivo: “Il presidente del Real Madrid è sempre vicino ai suoi giocatori, il nostro no”. Insomma, rottura totale con richiesta nientemeno che di dimissioni del presidente da parte dei suoi dipendenti: è il celebre “Ammutinamento dell’Hesperia”, un hotel che peraltro attualmente non esiste più.

E a proposito di Real Madrid, tre giorni dopo nella sfida ai blancos al Nou Camp i tifosi culé decidono chiaramente con chi stare: con la società. Julio Alberto, il terzino sinistro, viene addirittura preso a sberle da alcuni supporter quando scende dal pullman. E poi fischi ininterrotti ai giocatori durante la partita, a tutti tranne a Schuster, l’unico non presente all’ammutinamento. Il risultato? 2-0 per il Barcellona, gol di Carrasco e Lineker.

 (Photo by David Ramos/Getty Images)

Tutto perdonato? Insomma. Nunez ha già deciso, rivolgendosi a un avvocato, per la linea dura. “Mi dica cosa devo fare per smenarci meno soldi possibili”, chiede al legale. E poi fa piazza pulita della rosa, cedendo 14 giocatori e silurando, a fine stagione, Luis Aragones. Come nuovo allenatore chiama Johann Crujiff, un’idea che già gli frullava in testa da tempo, anche se lì per lì avrebbe voluto anche Javier Clemente, tecnico dell’Espanyol arrivato in finale di Coppa Uefa e con cui forse ha già concordato alcuni acquisti (Salinas, Begiristain, Valverde e Lopez-Rekarte, ad esempio).

Sceglie “Il profeta del gol”, Nunez, soprattutto per placare le opposizioni interne alla dirigenza. Tra i tagliati, a conclusione di questa storia surreale, non ci sono né Alexanko né Zubizarreta, i volti dell’ammutinamento. Da loro ripartirà Crujiff, che porterà il Barcellona dalle macerie ad essere il “Dream Team”.

Leave a Reply