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I good boys si sono presi l’Inghilterra

By 24 Giugno 2020
Rashford

Dimenticate gli eccessi di Gazza e Barton. Ora la Premier coltiva calciatori impegnati. Rashford mette Johnson k.o. e Sterling è un esempio contro il razzismo. Dal Regno Unito un messaggio al calcio europeo

Rashford 1, Boris 0. È l’icastico messaggio affisso per qualche ora alle porte di Wythenshawe, periferia sud di Manchester, nei luoghi che hanno dato i natali al centravanti dello United, protagonista della campagna che ha convinto il governo britannico a estendere il programma di distribuzione dei pasti gratuiti ai bambini in difficoltà, varato durante il lockdown.

Mentre in città il Museo del football che celebra le gesta del calcio inglese si mobilita per recuperare lo striscione finito nel frattempo chissà dove, Rashford conquista le prime pagine per l’impegno dimostrato a favore dei più deboli.

«Sono cresciuto in una famiglia povera», dice Marcus nel tentativo di spiegare un impegno sociale che ha sorpreso molti, abituati ai capricci e alle bizze delle stelline del calcio d’Oltremanica. «Ma non finisce qua», ha poi assicurato alla Bbc, promettendo di dare seguito alla battaglia inaugurata quando i calciatori della Premier League storcevano il naso di fronte all’ipotesi di decurtarsi lo stipendio durante la pandemia.

Eppure, le imprese extra-campo del 22enne attaccante della Nazionale – che per la cronaca ha raccolto nell’occasione 3 milioni di pasti per una somma equivalente a 450 mila euro – si collocano in scia a un inedito attivismo dei giovani calciatori inglesi per quanto riguarda l’impegno su temi più delicati.

Rashford

(Photo by Matt Childs/ Pool via Getty Images)

Forse è presto per parlare di una nuova maturità delle star della Premier, quel che è certo è che il testimone del bad boy, passato agevolmente nel corso degli anni dai piedi di Paul Gascoigne a quelli di Joey Barton, attraverso gli eccessi smussati nel tempo da Wayne Rooney, sembra proprio aver smarrito l’ultimo tedoforo. Contribuendo ancor più a smacchiare l’etichetta del giocatore tutto birra e auto sportive, alimentata dalle carriere al limite impersonificate da icone del football britannico come Tony Adams e Paul Merson.

E se Phil Foden, che Pep Guardiola ha definito, in maniera chissà quanto convinta, il più fulgido talento da lui allenato, si è concesso una scappatella di troppo durante la quarantena, Jadon Sancho, al quale sta ormai stretta l’etichetta di next big thing del calcio britannico, ha rimediato allo scivolone del protocollo violato per farsi tagliare i capelli mostrando per primo in mondovisione, in uno stadio europeo, una t-shirt a sostegno del movimento Black Lives Matter nella richiesta di giustizia per l’uccisione di George Floyd.

Già, perché il razzismo da quelle parti è una cosa tremendamente seria, al punto da spingere i giocatori della Premier a imprimere le tre parole simbolo delle rivolte statunitensi sulle uniformi di gioco al posto del proprio nome, già dai primi match andati in scena dopo la sosta forzata.

Sterling

(Photo by Dave Thompson/ Pool via Getty Images)

Non è un caso, d’altro canto, che sia probabilmente il giocatore più rappresentativo della Nazionale di Gareth Southgate a capeggiare il sentimento anti-razzista, nel Regno Unito e non solo. Raheem Sterling, una sorta di fratello maggiore dei più giovani Rashford e Sancho, seppur solo 25enne, ha dovuto fare i conti sempre con l’odio e l’ignoranza riversate su di lui dal tifo più becero. Riuscendo, tuttavia, a trasformare la discriminazione di cui è stato oggetto in un megafono per dar voce a messaggi spesso scomodi per la maggior parte dei calciatori.

Un esempio per i ragazzi più giovani, ma anche per i compagni di club e di Nazionale, spinti a prendere posizioni nette su questioni che vanno oltre il rettangolo di gioco. Proprio Southgate, alcuni giorni fa, ha speso parole di elogio per i suoi ragazzi, a cominciare dal capitano del Liverpool Jordan Henderson, al timone dell’iniziativa lanciata per raccogliere fondi a favore del Nhs, il sistema sanitario nazionale di Sua Maestà.

Rashford, attraverso la campagna a sostegno della lotta alla povertà infantile, è riuscito a far convergere una buona fetta di conservatori a sostegno di una battaglia prettamente laburista. L’ha fatto descrivendo senza mezzi termini il dramma delle famiglie che hanno perso il lavoro durante il lockdown e non hanno più accesso ai beni di prima necessità.

«La prossima volta che vi farete la doccia» – ha detto Rashford – «pensate a quelle persone che non riescono più a pagare le bollette dell’acqua». L’iniziativa di cui si è fatto frontman e portavoce attraverso una lettera aperta ai parlamentari ha trovato la sponda del Times, che ha auspicato per gli occupanti degli scranni di Westminster la stessa saggezza e lo stesso buon senso dimostrato in questa circostanza dal 22enne attaccante del Manchester United, che dei sussidi ha avuto bisogno per superare l’infanzia a Wythenshawe.

Sancho

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Nelle stesse ore in cui Rashford portava avanti la sua crociata, Sterling alzava la voce per chiedere una più forte rappresentanza di dirigenti neri negli enti governativi del calcio inglese, a cominciare dalla Football Association, dopo aver già sottolineato le maggiori difficoltà incontrate dagli ex calciatori di colore nel diventare allenatori di successo. Al suo fianco, ancora una volta, Henderson e Sancho, ma anche Alex Oxlade-Chamberlain e nuovi e vecchi protagonisti del City come Kevin De Bruyne, Vincent Kompany e Gael Clichy.

Guardiola ha pubblicamente elogiato l’impegno dei due attaccanti inglesi e c’è chi, come il 22enne difensore del Derby County, Max Lowe ha ammesso come l’esempio dei due nazionali sia stato uno sprone fondamentale per spingere i giocatori di colore a far sentire la loro voce su ciò che sta accadendo, e non soltanto in America.

Tradizione vuole che gli atleti europei fatichino da sempre a mostrare quella coscienza civile incarnata alla perfezione negli Stati Uniti non solo da Colin Kaepernick, ma anche da figure come LeBron James, capaci di sfidare apertamente il presidente Donald Trump. La speranza è che, a partire da questa nuova ondata di prese di posizione, sia ancora una volta il calcio inglese a far da pioniere nel Vecchio continente.

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