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I migliori registi non lo erano

By 9 Dicembre 2019

Pjanic e Brozovic sono i due migliori interpreti della Serie A, anche se non nascono in quel ruolo. Anzi, proprio per quello sono ora dei modelli.

Pavel Nedved risponde che non è d’accordo, “non è Dybala il calciatore più cresciuto della Juventus in questa stagione, ma Pjanic”. E spiega che lo è in termini di “personalità, mentalità e professionalità, oltre che di gioco”. Antonio Conte, invece, quando è chiamato a esprimere un parare su Brozovic, spiega che “è già uno dei migliori nel suo ruolo, ma può diventare un top”. Non sono frasi banali, seppur siano già sentite su mille altri giocatori: sono semmai due recenti testimonianze, tra le altre, che sottolineano l’importanza dei registi di Juventus e Inter, la considerazione che gli staff dirigenziali e tecnici nutrono nei loro confronti, la loro centralità nel gioco delle squadre, che non è solo geografica ma anche tattica, tecnica e emotiva.

Pjanic e Brozovic, in egual misura, sono i manifesti del nuovo regista. Perché non sono nati in quel ruolo, ma sono diventati due dei migliori interpreti del panorama calcistico internazionale. Hanno fatto leva su una verità assoluta del calcio, ovvero che il regista non è un ruolo ma un compito che si può assolvere in qualsiasi zona del campo, non solo al centro. Pjanic e Brozovic erano già registi anche quando giocavano come mezzali: più il primo del secondo, ma entrambi dettavano il ritmo della manovra, distribuivano i palloni, alternavano il gioco corto al gioco lungo, erano già i perni attorno ai quali ruotavano le rispettive squadre. Solo che non erano maturi per incaricarsi della regia arretrata, dove la perdita del possesso è più pericolosa e ogni errore è potenzialmente fatale.

Foto Marco Alpozzi/LaPresse

Ecco perché la maggior parte dei migliori interpreti non ha iniziato la carriera davanti alla difesa, ma ha traslocato in quella zona in un secondo momento. I compiti sono delicati, la sensibilità non si acquisisce subito ma arriva con il tempo, è come se per reggere una vita da regista nel calcio iper-ritmico di oggi sia necessario un apprendistato in altri ruoli, un periodo di adattamento per spianare la strada all’ingresso nel ruolo. Essere al centro dei flussi di gioco porta ad una frequenza di tocco più elevata e quindi ad una predisposizione mentale diversa dagli altri ruoli: non è possibile assentarsi dalla gara, isolarsi, semmai è obbligatorio essere sempre attivi.

Cambiano anche le direzioni del pensiero: il regista pensa a se stesso in una misura uguale rispetto agli altri, deve conoscere i movimenti di ogni singolo compagno e costruire una relazione diretta con tutti. La quantità di palloni giocati non può compromettere la qualità, e la qualità non può essere distillata in poche giocate, ma va spalmata sulla totalità dei passaggi. E quindi, in termini pratici, è chiamato a sbagliare meno o nulla piuttosto che inventarsi illuminanti passaggi.

Dovendo scegliere, nel calcio contemporaneo si preferiscono registi continui, impeccabili per tutti i 90 minuti, a quelli che alternano lampi di genio estemporanei a errori: Brozovic e Pjanic sono diventati un esempio in questo senso. Stupisce la loro evoluzione da giocatori discontinui ma brillanti in alcune giocate a centrocampisti costanti, perennemente in ritmo, mai fuori dalla partita. Sono infatti il primo e il quarto in Serie A per palloni giocati a partita (73,1 in media il nerazzurro, 68,2 il bianconero: tra di loro figurano Koulibaly e Fabian Ruiz, che sta pian piano diventando un regista) e sfiorano entrambi una percentuale di precisione del 90% (89,5%).

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Il fatto che siano modelli, nonostante non siano registi autentici e non indossino le caratteristiche tipiche del ruolo, è la testimonianza che il regista oggi non ha più un riferimento, che è interpretabile in infiniti modi diversi e che è cambiata l’anatomia degli interpreti. Perché sono diverse le richieste del calcio contemporaneo. Siccome il gioco è sempre più un flusso continuo, chi lo dirige deve garantirne lo scorrimento. E visto che la costruzione dal basso è ormai una prassi per tutti, un obbligo per creare azioni pulite, è rilevante che il regista sia in grado di partecipare fin da subito, aiutando i difensori all’uscita del pallone.

Prima invece poteva subentrare in azione in un secondo momento, quando il pallone scorreva già in mediana, e tendeva quindi a volgere lo sguardo all’orizzonte, verso l’attacco, rifinendo l’azione anziché costruirla da zero. Oggi deve fare entrambe le cose, essere specializzato in tutto, anche nella transizione negativa da cui prima era a volte escluso per carenze atletiche o in un’ottica di conservazione delle sue energie, necessarie per i colpi creativi. Le squadre oggi non possono permettersi il lusso di un centrocampista dedicato solo alla regia: anche il più creativo deve rispondere a una mole di lavoro da mediano di rottura.

Non a caso Brozovic è da anni il giocatore che corre di più in Serie A, e anche con Conte è nuovamente primo in questa classifica, con 12,7 chilometri di media a partita. Pjanic, il nuovo Pjanic sarriano, segue a ruota: è quinto in assoluto, con 11,5. I registi sono i giocatori più attivi di Inter e Juventus, nonostante entrambe mantengano i reparti vicini e tendano a governare il pallone a lungo, quindi in linea teorica dovrebbero evitare a Brozovic e Pjanic un lavoro così dispendioso. È un’ulteriore conferma: è decaduta l’idea del regista classico che limita i movimenti e conserva le energie per essere lucido mentalmente e ha fatto spazio a un centrocampista centrale davvero completo.

Foto LaPresse – Jennifer Lorenzini

Tonali, per dire, è un prototipo del nuovo ruolo: non ha nulla di Pirlo se non la posizione, il suo gioco è semplice ma lineare e la partecipazione è profonda in tutte le sue fasi. Nella categoria rientrano anche Veretout e Diawara, che ultimamente si sono caricati sulle spalle il centrocampo della Roma, e Bennacer nel Milan. Leiva nella Lazio è un esempio ante-litteram, anche lui con un qualche passaggio da mezzala in carriera, ma una consacrazione tardiva in biancoceleste davanti alla difesa, correndo, rompendo e smistando, senza particolari guizzi creativi ma con una costanza da fare invidia. Altrove, l’esempio più calzante è Fabinho, del Liverpool: nato terzino, è ora uno dei migliori registi in circolazione.

Per i registi che non lo erano, incidono molto anche le responsabilità. Quando capiscono di essere fondamentali per la squadra, e parallelamente di poter reggere le pressioni, alzano il loro livello competitivo. Pjanic ha trovato il miglior rendimento della carriera quest’anno, con Sarri, quando è diventato meno appariscente. È però costretto ad essere perennemente in partita dallo scambio rapido richiesto dal tecnico bianconero e dalla precisione nell’occupazione degli spazi: le pause non sono concesse, dunque in una misura inversamente proporzionale aumentano le responsabilità e la pressione, ma il bosniaco è arrivato al punto in cui ne gode, ha bisogno di essere sotto i riflettori. Lo stesso si può dire per Brozovic, che aveva bisogno di essere al centro dell’Inter non solo come posizione, ma come rilevanza: da quando Spalletti lo ha provato davanti alla difesa ha cambiato soprattutto atteggiamento in campo, non più negativo e sfiduciato ma positivo e partecipe. Non è uno che parla molto, non avrà mai una leadership emotiva evidente, ma parla con la continuità delle prestazioni. Esattamente ciò che si chiede ai nuovi registi.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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