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I migliori sgarbi di mercato fra Roma e Juventus

By 12 Gennaio 2020

Nel nuovo millennio giallorossi e bianconeri si sono contesi giocatori importanti fra grandi rifiuti, clamorosi voltafaccia e colossali errori di valutazione. Ecco si sette intrighi di mercato più interessanti.

Sunday Oliseh

Shaun Botterill /Allsport

Dopo una stagione ricca di amarezze, nell’estate del 1999 la Roma è alla ricerca di rinforzi. I nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli di Walter Samuel e del centrocampista dell’Ajax Sunday Oliseh. I giallorossi sono in pressing sul nigeriano, che però prende tempo. Si dice che qualche operatore di mercato “ostile al presidente Sensi” si sia inserito nella trattativa. Altri, invece, raccontano di un club spagnolo pronto a fare follie per Oliseh. Sensi si innervosisce e cerca alternative, pensa a Clarence Seedorf, anche se i 40 miliardi necessari per acquistare il suo cartellino non lasciano molto margine di manovra.

A inizio giugno Fabio Capello diventa il nuovo allenatore della Roma. Durante la conferenza stampa di presentazione qualcuno gli domanda del possibile acquisto del nigeriano. Don Fabio fa spallucce e si trincera dietro a un no comment. Due settimane più tardi, invece, Sensi si espone eccome. «Gamarra e Oliseh sono vicini, abbiamo fatto il possibile per ingaggiarli», dice soddisfatto. Poco dopo, però, Luciano Moggi brucia Trigoria e trova l’accordo con il giocatore. È l’inizio di una partita a scacchi

La matassa è piuttosto intricata. La Roma ha chiuso con l’Ajax per 22 miliardi, 8 in più rispetto a quanto offerto dalla Juventus. E tanto basta al patron giallorosso per dare la trattativa per conclusa. «Sì, Oliseh è della Roma, una società che rispetto alla Juve non ha niente di meno, anzi. È nostro perché ho chiuso con l’Ajax», dice in un primo momento. Poi, però, arriva una parziale mancia indietro: «Non c’è stata molta correttezza in giro, anche da parte del giocatore. Non so come finirà, posso anche non prenderlo alla fine Oliseh».

La fase di stallo dura fino al 22 giugno, quando è il nigeriano a uscire allo scoperto: «Voglio la Juventus, il prossimo anno giocherò con la maglia bianconera. La Roma? C’è stato solo un colloquio». E ancora: «Ho scelto: preferisco la Juventus a qualsiasi altra squadra. I motivi di questa decisione non voglio rivelarli, lo farò più in là. La Roma mi ha acquistato dall’Ajax? Conta poco, nessuno può essere proprietario del mio cartellino se io non voglio. E io voglio la Juventus, che in questo momento è la migliore soluzione per il mio futuro». Il giocatore viene accontentato, ma la stagione non andrà come previsto. Dopo appena 8 presenze in campionato, infatti, Oliseh viene venduto al Borussia Dortmund.

 

Juan Manuel Iturbe

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Nel luglio del 2014 Roma e Juventus si affrontano un’altra volta sul mercato. I bianconeri sono vicinissimi all’acquisto di Iturbe, protagonista di un’ottima stagione con la maglia del Verona. L’esterno è praticamente preso, tanto che è già stato prenotato un volo per portarlo a Torino. Sembra tutto fatto, ma i giallorossi calano il jolly: grazie a un assegno da quasi 24 milioni di euro Iturbe cambia volo e approda nella Capitale. Un dietrofront clamoroso che sarà anche uno dei motivi che porteranno Antonio Conte a lasciare la panchina della “sua” Juventus.

 

Jonathan Zebina

©ALESSANDRO LERCARA/LAPRESSE

Il francese possiede mezzi notevoli, ma è anche protagonista di cali di concentrazione paurosi. Nell’anno dello scudetto è l’anello debole della retroguardia giallorossa, tanto che per descrivere i suoi svarioni viene coniato il neologismo “zebinata”. Nel 2004, con il contratto in scadenza a giugno, la società fa un timido sondaggio per capire le intenzioni del francese. Zebina, però, non è convinto. Considera l’offerta di Franco Baldini troppo bassa e decide di liberarsi a parametro zero. Qualcuno afferma che il difensore potrebbe ripetere la stessa traiettoria di Cafù, che esattamente 12 mesi prima aveva salutato la Capitale per accasarsi al Milan, altri garantiscono che sul giocatore c’è anche l’Inter.

A spuntarla, invece, è la Juventus, che offre al giocatore un quinquennale da due milioni a stagione. «Sono molto felice di essere qui, ho avuto subito l’impressione di una società molto ben organizzata – dice  Zebina in conferenza stampa – Torino mi piace molto, è una città solare, con tanto verde e a misura d’uomo». Parole che suonano come una beffa alle orecchie dei tifosi della Roma. Più o meno come il resto della presentazione. «Forse non mi ha giovato aver preso il posto ad Aldair – ha aggiunto – Però i miei errori li ho fatti, per questo mi hanno preso di mira. L’ultimo anno è stato diverso. Mi sono messo a giocare per me stesso e il mio rendimento è migliorato. Forse è stata la mia stagione migliore, avrei dovuto essere più egoista anche prima e pensare meno alla gente».

Il piatto forte, però, viene servito alla fine. Un giornalista prende il microfono e domanda: «Ma voi romanisti non lo odiavate, il bianconero?». Zebina risponde impassibile: «La gente riusciva a convincerci che la Juve fosse il nemico numero uno bis, subito dopo la Lazio, perciò in campo si andava con un altro spirito. Ma sono professionista, si cambia. I romanisti mi fischieranno? Mi fischiavano quando giocavo nella Roma, figuratevi adesso».

 

Miralem Pjanic

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Il bosniaco ha un piede sopraffino ma non è mai entrato davvero nel cuore dei tifosi romanisti. Colpa anche della difficoltà incontrata dagli allenatori a trovare l’esatta collocazione in campo del numero 15. Nel 2016 Pjanic passa alla Juventus per 32 milioni. Ma non senza polemiche. Su internet circola un messaggio che il mediano avrebbe mandato a un amico dove c’è scritto che sarebbe stata la Roma a cederlo. I giallorossi pubblicano invece la lettera con cui il bosniaco avrebbe chiesto di passare ai bianconeri. Fatto sta che Pjanic saluta  e si accasa a Torino.

Emerson

Grazia Neri/ALLSPORT

L’estate del 2004 è una delle più difficili nella storia recente della Roma. I giallorossi hanno bisogno di cedere almeno uno dei loro big per finanziare un aumento di capitale fondamentale per il futuro del club. La società, che ha già perso Zebina a parametro zero, vorrebbe vendere a un prezzo alto Emerson per provare a tenere almeno Walter Samuel. «A gennaio il presidente Sensi mi aveva autorizzato a prendere contatti con altre società e avevo incaricato il mio agente Gilmar Veloz d’ascoltare un bel po’ di club, tra cui il Real Madrid – racconta qualche tempo dopo il Puma alla Gazzetta dello Sport – Stranamente in quella fase il Real aveva considerato eccessive le mie richieste. Poi si sono fatte avanti altre squadre come Barcellona, Chelsea, Inter e Juve».

Il 17 maggio Emerson rilascia una dichiarazione molto diversa ai microfoni di Sky. «Io ho sempre detto che vorrei restare – dice – ma non dipende solo da me. In settimana ci incontreremo con il presidente e decideremo, perché questa situazione non è piacevole. Sono stanco di chiacchiere e voci, non vedo l’ ora di sapere quale sarà il mio futuro. Ora, per me, è importante solo che si chiarisca tutto, ma devo parlare con la società». Tre giorni più tardi, però, il brasiliano torna a Trigoria per svuotare il suo armadietto. Tutti sanno che il centrocampista ha già raggiunto un accordo con la Juventus, ma i bianconeri non hanno ancora presentato un’offerta ufficiale. Un accordo sulla parola che i tifosi della Roma non hanno gradito particolarmente, Così, ecco che all’ingresso del centro sportivo viene affisso uno striscione con scritto: «Da Puma a Zebra… Vergogna».

Il 7 giugno Gilmar Veloz, procuratore di Emerson, viene intervistato da Marca. E, ovviamente, parla anche del futuro del centrocampista. «Rispetteremo l’accordo con la Juventus», garantisce l’agente. Intanto società e procuratore decidono di fissare un incontro per esporre le reciproche posizioni. Il brasiliano è pronto a ribadire che non accetterà altra destinazione all’infuori dei bianconeri, i dirigenti giallorossi sono pronti a fargli cambiare idea. O almeno a provarci. Solo che Emerson, a quell’appuntamento, non si presenterà mai. Sensi schiuma rabbia e minaccia di bloccarlo a Trigoria fino al giugno successivo, ossia fino alla scadenza del contratto. Franco Baldini, invece, è meno intransigente: «Se la Juve vuole Emerson ci deve offrire quanto il Real Madrid – annuncia il dirigente – ossia diciotto milioni o tredici milioni più Blasi».

©Jonathan Moscrop/LaPresse

La svolta sembra arrivare improvvisamente il 22 giugno, quando Emerson atterra a Roma. Si dice che sia venuto a incontrare personalmente Sensi per chiarire una volta per tutte la faccenda. Ma l’ottimismo dura poco. Il brasiliano è arrivato nella Capitale solo per parlare con l’avvocato Conte, suo legale nella causa di separazione dalla moglie. Nessuna rappacificazione in vista, dunque. Anzi, Emerson ribadisce la sua volontà di non accettare altra destinazione all’infuori dei bianconeri.

Il 7 luglio, durante la sua conferenza stampa di presentazione alla Juventus, Zebina spende qualche parola per l’ex compagno. «Sì, ho telefonato a Emerson – svela – vorrebbe davvero venire alla Juve». Lo stesso giorno il sindaco di Roma Walter Veltroni decide di fare da mediatore e di invitare a pranzo in Campidoglio Rosella Sensi e Antonio Giraudo. Il primo cittadino della Capitale è tifoso della Juventus ma, per ovvie ragioni, ha anche a cuore le sorti delle due squadre capitoline. Veltroni ascolta, media, suggerisce qualche soluzione. Anche se poi ne esiste soltanto una: i bianconeri devono alzare la loro offerta, i giallorossi devono abbassare le proprie pretese.

Due giorni più tardi Franco Baldini alza bandiera bianca. «Siamo costretti a vendere Emerson», dice ai microfoni di Radio Incontro.  «Il giocatore si è già accordato con la Juve. A questo punto, come si dice in gergo, meglio due feriti che un morto», aggiunge. E ancora: «Sarebbe un danno economico arrivare alla scadenza del contratto di Emerson, fissata nel 2005. Anche dal punto di vista tecnico, non si potrebbe contare più di tanto su Emerson. Il giocatore ha già la testa, e anche qualcos’altro, da un’altra parte».  Il tempo, però, comincia a stringere. Anche perché il 13 luglio la Roma deve partire per il ritiro di Irding. E allora ecco il colpo a effetto che sblocca la trattativa.

Vincenzo Coraggio, LaPresse.

L’11 luglio Emerson invia un certificato medico al club. C’è scritto che è depresso e che non si aggregherà alla squadra. La Roma risponde convocando il brasiliano per la visita fiscale, ma il centrocampista non si presenta. Di nuovo. Sensi è deciso a denunciare il giocatore, a mostrare pubblicamente quanto stia ricattando la società. Ma la Roma non può permettersi l’intransigenza. Così il 27 luglio Luciano Moggi annuncia l’arrivo del brasiliano. «Abbiamo raggiunto un accordo di massima con la Roma per Emerson. Di più non posso dire» afferma soddisfatto. L’incontro decisivo si svolge a Villa Pacelli. Sensi e Giraudo si parlano per oltre un’ora. Poi, alla fine, il dirigente bianconero cede alle richieste del patron romanista. Una volta trovato l’accordo Sensi si alza e lascia la stanza dicendo «ora arrangiatevi voi». Francesco Totti, invece, decide di gettare benzina sul fuoco: «Roma-Juve è ormai meglio di un derby, ed Emerson se lo incontro nemmeno lo saluto».

 

Antonio Cassano

(Photo by Grazia Neri/Getty Images)

Ha solo 19 anni, eppure le sue prestazioni con la maglia del Bari l’hanno già trasformato nel nuovo astro nascente del calcio italiano. Ovvio, dunque, che la Juventus gli abbia messo gli occhi addosso. All’inizio del 2001 i bianconeri cominciano ad imbastire una trattativa con Matarrese, ma la situazione sembra più difficile del previsto. Anche perché la Roma prova una manovra di disturbo.

«Io mi ricordo che dovevo andare alla Juve, avevo l’appuntamento con Moggi ad Avellino – racconta tempo dopo lo stesso Cassano a TMW – Quella sera però Baldini aveva chiamato il mio procuratore e gli disse che la Roma era interessata a me e Capello voleva parlarmi. All’epoca il mio idolo era Totti e per me è ancora oggi il giocatore più forte della storia italiana. Quando l’ho saputo ho detto che Moggi poteva aspettare ad Avellino, io sarei andato alla Roma».

Il 1° marzo, a Roma, è in calendario una riunione del Consiglio di Lega. E i giallorossi incontrano il Bari per chiudere la trattativa. Prima Sensi parla con Matarrese (che era arrivato nella capitale in auto insieme a Cassano), poi incontra anche il direttore sportivo Regalia. Si dice che l’accordo fra i due club sia stato trovato sulla base di 55 miliardi di lire. Ma mentre il procuratore di Cassano, Beppe Bozzo, smentisce addirittura l’incontro, Sensi decide di mantenersi vago per non irritare la Consob. «Spero che Cassano arrivi» dice il presidente «Anzi, diciamo che me lo auguro…».

(Photo by New Press/Getty Images)

L’ufficialità arriva il 5 marzo. E fa contento soprattutto Matarrese. «Per il Bari si tratta del più grande affare della storia». E ancora: «Sensi mi ha promesso che proseguirà la mia opera di papà nei confronti i Antonio. Cassano più volte in passato mi aveva detto che voleva andare a Roma per motivi personali, in quanto città più vicina a casa rispetto a Torino, e perché voleva giocare insieme a Totti, suo grande idolo».

«Per il Bari si tratta del più grande affare della storia», ha commentato il presidente Matarrese. «Sensi mi ha promesso che la proseguirà lui la mia opera di papà nei confronti di Antonio. Cassano più volte mi aveva detto in passato che voleva andare a Roma per motivi personali, in quanto città più vicina a casa rispetto a Torino, e perché voleva giocare insieme con Totti, suo grande idolo». Bruno Conti, invece, non ha dubbi: «Cassano può diventare sicuramente più forte di me. Gli servono tuttavia continuità, la mentalità e anche il cervello del grande giocatore».

 

Nicola Legrottaglie

© MARCO ROSI LAPRESSE

Dopo l’ottavo posto conquistato al termine di una stagione complicata, Capello vuole garanzie tecniche. A chi gli chiede informazioni sul futuro di Don Fabio, Sensi risponde: «C’è ancora una speranza». Dove per speranza si intende la possibilità di spedire il tecnico all’Inter. I rapporti fra il presidente della Roma e il suo allenatore sono ai minimi storici. Il patron non è soddisfatto del rendimento della squadra, il mister si aspettava di più dal mercato. Eppure i due sono costretti a non lasciarsi. Questione di soldi, ovviamente, che rende l’addio troppo costoso per entrambi. Così il 4 giugno del 2003 Capello e Sensi si incontrano a Trigoria. E si parlano per otto ore. In ballo c’è la programmazione della stagione successiva, dal ritiro di Irdning fino alle amichevoli.

Il tema più importante, però, è quello del mercato. «Abbiamo fissato obiettivi ben precisi, spero che vengano raggiunti» dice il tecnico. E non è disposto a fare economie. “Lui vuole Legrottaglie, per esempio, e se gli recapitassero Cribari non sarebbe la stessa cosa – scrivono su Repubblica Luigi Bolognini e Mattia Chiusano – Per non parlare di Mancini, improbabile vice-Cafu che non gioca nel Venezia”. La Roma lavora per accontentare il tecnico, ma la pista che porta al difensore del Chievo è in salita. Perché nelle ultime ore la Juventus sembra tornata in vantaggio grazie a un’offerta  composta da 6 milioni di euro cash, la comproprietà di Baiocco e il prestito di uno fra Paro e Gastaldello.

La Roma, invece, è ferma a cinque milioni di euro più diversi giovani. Ed è proprio qui il problema. Il Chievo vorrebbe inserire nella trattativa Daniele De Rossi, ipotesi che a Trigoria strappa qualche risata. I giallorossi sembrano avere l’ok del giocatore pugliese. «Sono contento che Capello mi consideri il primo acquisto da centrare – dice Legrottaglie – il fatto che mi voglia un allenatore come lui non può che farmi piacere». Ma d’altra parte il centrale del Chievo sembra davvero il difensore del momento. Il 7 giugno l’Italia è in ritiro per preparare la sfida alla Finlandia per le qualificazioni agli Europei portoghesi. Giovanni Trapattoni si presenta davanti alle telecamere e decide di non nascondersi. «Conta la meritocrazia – dice – magari avessi avuto Legrottaglie al Mondiale». Parole pesanti, che hanno tutto il sapore di un’investitura.

© MARCO ROSI LAPRESSE

Nello stesso giorno Franco Baldini interviene a Radio Azzurra e fa il punto sulla trattativa. «Legrottaglie? Non posso escludere che l’interesse della Juventus potrebbe rappresentare una manovra di disturbo, anche se, vista l’ età dei difensori in rosa, i bianconeri possono anche avere un interesse reale. Comunque questo non è il momento di fare promesse: sarà un mercato di scambi». Ecco è proprio quello il problema. Non tutti accettano un mercato fatto solo di scambi.

Soprattutto Francesco Totti. Il Capitano è chiaro: o la Roma compra due grandi nomi, oppure lui è pronto a salutare e a cambiare aria. Anche perché Silvio Berlusconi è pronto a offrirgli un contratto pesante. «Evidentemente noi della Roma non siamo abituati a vincere – dice in un’intervista a Repubblica – Comunque mi fa piacere che Berlusconi parli di me: quando avevo 14 anni, mi voleva al Milan. Poteva essere il mio presidente. E lo potrebbe diventare. Potrei finire anche in una squadra italiana. Intendiamoci, io vorrei restare alla Roma, però può succedere di tutto. Ho tante richieste, tutte uguali e tutte pressanti». E quando Enrico Currò gli fa presente che il numero 10 aveva detto che avrebbe seguito la Roma anche in C2, Totti non sembra scomporsi troppo: «Sono cresciuto, ho altre esigenze. Alla fine siamo tutti uguali: vogliamo vincere, vogliamo una grande carriera».

La Roma si trova davanti a un vicolo cieco. Bisogna chiudere un colpo importante, quanto meno per una questione di immagine. Baldini, che era stato il procuratore di Legrottaglie, era convinto di avere in mano il giocatore. Poi il tempo ha stravolto la situazione. Ora, anche se la Roma ha pareggiato l’offerta della Juventus, il Chievo è irremovibile sul nome di Daniele De Rossi. Sartori vuole in centrocampista. E lo vuole in prestito con diritto di riscatto. Da Trigoria filtra ottimismo, sembra che i giallorossi siano tornati in vantaggio.  Il 17 giugno, però. Franco Baldini lancia un ultimatum al Chievo:«Per Legrottaglie abbiamo formalizzato un’offerta molto importante e non più negoziabile. Non intendiamo prendere parte ad aste né, tantomeno, mettere altri nelle condizioni di doverlo fare». Anche il difensore fa la sua parte, intervenendo in diverse radio romane per chiarire la sua preferenza. «Mi trovo meglio con i nazionali della Roma. La capitale mi si addice più di Torino per il clima e il calore della gente», dice. «Giocare nella Roma mi farebbe sentire importante», dice.

Sembra fatta. Due giorni più i giornalisti chiedono novità su Legrottaglie a Luciano Moggi che risponde: «Mi risulta sia della Roma». E invece il difensore firma con la Juventus e vola a Torino per le visite mediche. I tifosi della Roma non gradiscono. Qualcuno propone di riunirsi per lanciare un salvadanaio davanti all’ingresso di Trigoria. Alla fine circa 200 tifosi si ritrovano al centro sportivo esponendo uno striscione piuttosto esplicito verso Sensi: «Hai perso Legrottaglie, ora prendi le frattaglie».

Intanto La Juventus presenta il giocatore ancora in infradito e pantaloncini corti. Niente di più distante dallo “stile Juve”. Eppure, qualche anno fa, è stato proprio Legrottaglie a chiarire il perché del suo look in un post si Facebook. «Ma basta! Ancora con sta storia della presentazione alla Juve? “Il look stravagante di Legrottaglie”, “l’imbarazzo di Moggi”, “alla Juve con le infradito: sacrilegio!” Sono passati 14 anni e ancora, com’è successo oggi, vengo preso quasi come capostipite della corrente anti decoro. Nessuno, però, ha mai raccontato come andò davvero. Ok, lo faccio io: Quella mattina ero in spiaggia, in Puglia, convinto che sarei andato alla Roma, quando mi chiamò il mio procuratore: “Nicola, prendi il primo aereo per Torino, devi venire a parlare con la Juve”. A PARLARE. Sapevo solo questo. Voi come andate al mare? Io ero così, come mi vedete in foto e così raggiunsi l’aeroporto. Quando arrivai in sede trovai il contratto pronto. C’era già l’accordo col Chievo. Mancava solo la mia firma e, davanti al contratto di 5 anni coi bianconeri, fu apposta senza esitazioni. “Dai – disse Moggi – vieni che ti presentiamo alla stampa”. “Così? – mi opposi timidamente – magari torno domani”. “No no – insistette – facciamola adesso”. Ed ecco quello scatto che, a quanto pare, passo’ alla storia. Mi pare ovvio che, se la dirigenza volle presentarmi così, non era affatto imbarazzata. Certo, se avessi saputo che mi attendeva la firma del contratto e la presentazione alla stampa mi sarei vestito in modo adeguato, ma ancora non avevo il dono della veggenza. Ho sbagliato. Chiedo scusa a chiunque sia stato profondamente scosso dalla vicenda. Ora la possiamo finire? Ho imparato la lezione. Da allora, infatti, quando vado in spiaggia indosso sempre giacca e cravatta».

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