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I playoff funzionerebbero in Serie A?

By 18 Marzo 2020

Il Belgio ha adottato un sistema di playoff, molto diverso da quello americano, che ha portato effetti positivi sia a livello sportivo che economico. Ma i playoff possono essere introdotti nel nostro campionato?

Dopo anni di dominio incontrastato della Juventus, in questa stagione la Serie A si era trasformata finalmente in un campionato più aperto e combattuto. Eppure la sospensione del torneo per l’emergenza coronavirus rischia di mescolare di nuovo le carte, di vanificare questa corsa a tre per il titolo di campione d’Italia. Da tempo si discute dell’introduzione dei play-off per assegnare il titolo nazionale. Una formula che in questi giorni è tornata d’attualità e che, di primo acchito, rimanda a quella della MLS americana, che prevede una fase conclusiva a eliminazione diretta. Molto, troppo radicale, perché un club che ha dominato l’intera stagione rischia davvero di vedere andare tutto in fumo per 180 minuti non altezza di quanto fatto in corso dell’anno. Non è un caso che, USA a parte, nessun torneo di medio-alto livello abbia adottato un tale sistema. Ma i play-off non sono solo questi.

In Belgio si è consolidata ormai da un decennio una formula che potrebbe rappresentare un case study interessante per quei campionati che soffrono di eccessivo monopolio al vertice. Il nocciolo di questo articolo è racchiuso in una domanda: i play-off della Pro League belga sarebbero utili alla Serie A?

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Introdotti nella stagione 2009/10, i play-off scudetto (abbreviati in PO1) prevedono un girone all’italiana tra le prime sei classificate, che si affrontano in partite di andata e ritorno iniziando i PO1 con la metà dei punti conquistati nella regular season, arrotondati per eccesso. Un regolamento che, in primo luogo, ha imposto la riduzione della squadre iscritte alla massima divisione a 16 (in Belgio erano 18, come in Germania) per ovvie ragioni di calendario, perché a fine stagione le prime sei classificate avranno disputato 40 partite.

Due i principali effetti positivi riscontrati in questi ultimi dieci anni in Pro League: il primo è sportivo, il secondo economico. In chiave titolo c’è stato meno dominio di singoli club e maggiore alternanza: nelle ultime cinque stagioni si sono laureate campioni quattro squadre diverse (Gent, Anderlecht, Brugge, Genk), e la percentuale media di punti raccolti sul totale disponibile dei club campioni si è abbassata dal 75.97% della decade 1999-2009 al 70.52% del 2009-2014, fino al 67-46% del 2014-2019. Una curva discendente logica, dal momento che in stagione l’Anderlecht di turno affronterà il Brugge due volte in più al posto di giocare, in un torneo a 18 squadre, contro piccole quali Westerlo o Beerschot.

I dati hanno smentito anche diverse voci critiche sollevatesi nel corso degli anni. Secondo l’ex ct dei Diavoli Rossi Marc Wilmots “la regular season è una perdita di tempo”, mentre per il difensore Olivier Deschacht “con questa formula non vincono i migliori, ma quelli più in forma in primavera”. Ma è davvero così?

Leandro Trossard. (Photo by Vlastimil VACEK / AFP).

In sette edizioni su dieci, la squadra che ha vinto la regular season si è confermata campione anche nei play-off. L’unico vero crollo è avvenuto nel 2010-11, quando l’Anderlecht da primo finì terzo e il titolo se lo contesero all’ultima giornata Genk e Standard Liegi, ovvero la terza e la sesta classificata. Nel 2013-14 i bianco malva rimontarono invece dal terzo al primo posto a scapito del Brugge, mentre l’anno successivo Brugge e Gent si invertirono le posizioni (vinsero questi ultimi, per la prima volta nella loro storia) dopo un testa a testa durato tutta la stagione.

Non trova riscontro empirico nemmeno la critica che la squadra giunta PO1 ancora impegnata in diverse competizioni (coppa nazionale, coppe europee) parta sfavorita a causa del maggior minutaggio nelle gambe. Nelle ultime quattro stagioni, chi ha disputato il maggior numero di match sono proprio stati i campioni: 57 il Genk nel 18/19, 49 il Brugge nel 17/18, 58 l’Anderlecht nel 16/17, 57 il Brugge nel 15/16.

L’incidenza dei play-off sulle finanze dei club belgi è innegabile. Dal 2008 al 2016 la percentuale di riempimento degli stadi è cresciuta dal 65% al 74% per la regular season e dal 67% all’82% (con picchi dell’85%) nei PO1. Più spettatori equivalgono a maggiori investimenti, e infatti il nuovo contratto per la cessione dei diritti tv per il biennio 2017-2020 ha previsto 80 milioni da dividere tra 16 squadre, contro i 36 del triennio 2005-2008.

Playoff Serie A

Vincent Kompany  (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images).

Numeri che scompaiono di fronte a quelli delle leghe multimilionarie, ma che per un paese di 11 milioni di abitanti costituiscono un buon risultato. Nell’ultima stagione, in media, i PO1 hanno portato un incremento del 10.15% del numero di spettatori rispetto alla regular season, con Genk e Anversa che hanno fatto registrare un +19% e solo l’Anderlecht finito in negativo (-0.1%). Ma i bianco-malva sono stati alle prese con una delle loro peggiori stagioni di sempre, visto che per la prima volta in 56 non si sono qualificati per una coppa europea.

La principale criticità di questo sistema riguarda il resto del campionato, con tutte le altre squadre – escluse le retrocesse – raggruppate in due gruppi che si giocano un posto in Europa League.  La vincente di questi play-off (chiamati PO2) affronterà infatti la quarta o quinta classificata (dipende dall’esito della coppa nazionale) dei PO1 per l’ultimo posto disponibile nella seconda competizione europea. Solo in un’occasione (nel 2009/10) si è verificata la stortura che l’11esima della regular season, il Genk, è andata in Europa a scapito della quarta (il Sint Truiden), sconfitta proprio nella finale-spareggio.

Comprensibilmente, però, questo lotto di partite è pressoché insignificante, e infatti nei PO2 la media spettatori crolla drasticamente, in alcuni casi anche più della metà (nel 18/19 -62% per il Waasland-Beveren e -60% per il Sint Truiden). Un torneo insomma che sembra fatto solo per non fa chiudere la stagione alla maggioranza delle società già marzo, anche se, a livello di motivazioni, una squadra di medio calibro di Serie A salva a febbraio non offre certo garanzia di prestazioni migliori, e quantomeno il suo disinteresse non influenza la lotta scudetto o Champions.

Playoff Serie A

Samir Nasri. (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images).

Abbiamo provato a simulare i blocchi di partenza dei PO1 nelle ultime due stagioni di A, ipotizzando un campionato a 16 squadre e quindi togliendo i punti raccolti dalle prime sei contro le ultime quattro. Nel 2017/18 il Napoli di Sarri sarebbe partito con 34 punti contro i 38 della Juventus, quindi a seguire Roma con 27, Inter e Napoli con 26, Milan con 25. Lo scorso anno invece la situazione sarebbe stata la seguente: Juventus 36, Napoli 31, Atalanta 28, Milan 25, Inter 24, Roma 22. Questa formula potrebbe davvero funzionare in Italia?

 

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