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I rigori che cancellarono le Notti Magiche

By 3 Luglio 2020

Cosa resta di Italia – Argentina trent’anni più tardi

Le immagini sono cicliche, a ben guardare sono sempre le stesse; cambiano i volti ma non le espressioni, cambiano i luoghi ma non il contesto, cambiano gli anni ma non le emozioni. Quella volta toccò a noi, tanto che perfino Bruno Pizzul si lasciò andare, per l’unica volta forse, all’iperbole della drammatizzazione, e così quelle divennero, con un sapiente uso delle pause e della gravità del tono, «immagini / che non avremmo / mai / voluto commentare»: 3 luglio 1990, Italia-Argentina 4-5 ai calci di rigore, la fine delle Notti Magiche.

Della partita, della rete di Schillaci in apertura – splendida l’azione, fortunoso il rimpallo del gol, godibile Giannini che rincorre Totò per abbracciarlo urlandogli «che culo c’hai!» – e del pari di nuca Caniggia, di un primo tempo supplementare durato 8 minuti in più e dei rigori si è detto e scritto di tutto. Giusto, inevitabile, perché quello resta: l’eliminazione, lo sconforto.

Simon Bruty/Allsport

Restano anche quelle immagini. Già, quella volta toccò a noi, a tutti noi, alla faccia di una falsa vulgata di parte che volle vedere Napoli – notoriamente si giocò al San Paolo – contro l’Italia e a fianco di quel Maradona che aveva astutamente cavalcato il topos della questione meridionale. Non avrà magari letto Montesquieu, Diego, ma le corde che aveva toccato nella lunga vigilia si inserivano nel solco delle Lettere Persiane, con la sua figura di uomo di mondo ormai di stanza a Napoli e per questo capace di vederla in rapporto ad un’Italia che sembrava quasi sopportarla di malavoglia, con il leghismo bossiano ad esacerbare la polemica politica di allora, e non a caso un napoletano, un anno più tardi, avrebbe immortalato in un pezzo famosissimo (Pino Daniele, ‘O Scarrafone) un «questa Lega è una vergogna» che segnava lo spirito di un tempo che oggi pare politicamente lontano anni luce. I giornali ci sguazzarono, il tema aveva una chiara valenza socio-politica, ma più che una riflessione finì per scatenarsi il gioco delle parti sicché, quando vale tutto, non serve a niente.

Allsport UK /Allsport

Furbo, furbissimo Maradona, e pure dalla parte della ragione, ma quelle teste basse, gli sguardi persi nel vuoto di un San Paolo ancora pieno, avevano le maglie azzurre dei giocatori e dei tifosi, le lacrime e la fissità dei visi dipinti con il tricolore, quelli che le telecamere della Rai andavano ad indagare sugli spalti che avevano sostenuto i ragazzi di Vicini. Inquadrature in primo piano, un grande classico, le smorfie e le reazioni degli sconfitti sul filo di lana non cambiano mai. Eppure per il cuore del tifo azzurro dell’epoca erano una sorta di inedito, e in effetti era la prima volta: l’Italia ko in finale con il Brasile nel 1970 era tornata in patria accolta dai pomodori, altro che grazie lo stesso – e peraltro c’era meno teatralità nei volti degli sconfitti calcistici di quel decennio tutt’altro che frivolo – mentre nel 1974 e nel 1978 non si era arrivati a tali livelli di pathos e in Spagna si era addirittura vinto. Restava il Messico, ma chissenefrega, della gioia dell’82 si viveva ancora di rendita. Ma Italia 90 no, a quel punto ci credevano tutti, la tavola era imbandita, Schillaci segnava su rimpallo, cosa poteva andare storto?

©Ravezzani/Lapresse

Caniggia, Zenga per chi vuole ricamarci – anche a decenni di distanza, prova ne sia una rancorosa e poco brillante polemicuccia tra un giornalista e il portiere, poi allenatore, in uno Stadio Sprint anch’esso già lontano nel tempo – ma la ricerca delle colpe è sport nazionale più ancora del calcio, e comunque si era perso, di riffa o di raffa, e ciao ora andava scritto con la minuscola. “Italia, nooo!” per La Gazzetta dello Sport, “Italia, no!” per il Corriere dello Sport, “Fine di un sogno per Tuttosport”, queste le prime pagine del 4 luglio, l’ultima la più azzeccata, con il quotidiano torinese ad aggiungere, a centro pagina, “Maradona è il diavolo”, ad introdurre lo schema narrativo imperante di lì alla finale, inutile orpello ormai buono soltanto per gli almanacchi, perché diciamolo, il Mondiale era finito con il rigore di Serena parato da Goycoechea, improbabile uomo del destino che finì per diventare l’eroe di quella sfida e dei quarti di finale, sempre ai rigori contro la Jugoslavia, uno che se non si fosse fatto male il titolare Pumpido i Mondiali li avrebbe visti dalla panchina.

©Ravezzani/LaPresse

Scene mai viste così, scene che così avremmo rivisto in tutti i Mondiali del decennio Novanta. Donadoni e Serena quella sera, Baresi, Massaro e Roberto Baggio a Pasadena nel 1994, Albertini e Di Biagio a Parigi nel 1998: undici metri, rigori che non vanno, e poi immagini ed espressioni a cui avremmo fatto il callo. Sempre diverse, sempre uguali, scoperte dal tifo tricolore a Napoli, stadio San Paolo, 3 luglio 1990, poco prima delle 11 della sera.

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