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I talenti più interessanti delle altre “Champions”

By 7 Marzo 2020

Africa, Oceania, Asia e Centro-Nord America. Ecco quattro giocatori per altrettanti continenti che sentiremo nominare spesso in futuro

Se siete amanti delle coppe continentali per club questo è il vostro momento. Non solo la Champions League e la Copa Libertadores. In questo periodo sono allo start, o entrano nel vivo, anche le manifestazioni delle altre confederazioni mondiali, magari meno reclamizzate rispetto alle regine di Europa e Sudamerica, ma non per questo degne di minor attenzione: mentre in Africa si sono appena giocate le gare d’andata dei quarti di CAF Champions League, a cui per la prima volta hanno partecipato otto formazioni già campioni in passato, in Nord e Centro America le gare di ritorno degli ottavi hanno confermato il dualismo MLS-Liga MX, regalandoci un tabellone dei quarti composto esclusivamente da squadre statunitensi, canadesi e messicane. 

Dall’altra parte del Mondo, invece, siamo leggermente più indietro: per dire, dell’AFC Champions League, la Coppa dei Campioni in salsa asiatica, si sono giocate solamente le prime due giornate della fase a gruppi. Merita, infine, un discorso a parte la OFC Champions League. La Champions oceaniana ha un format parecchio originale, con i quattro gironi che si giocano in maniera differita, e come se non bastasse quest’anno a complicare il tutto sono arrivati pure i forfait di Pago Youth e Tupapa Maraerenga, bloccate da un’insidiosa epidemia di morbillo. Risultato: ad oggi si conoscono soltanto le prime quattro qualificate ai quarti di finale, ovvero le regine di gruppi A e B, gli unici finora andati in scena. 

Dall’America, all’Oceania, passando per Africa e Asia, non sono mancate le emozioni e nemmeno gli osservatori sugli spalti. I nomi finiti sui loro taccuini sono tanti e tutti molto intriganti. Per ogni area geografica, tenendo conto di criteri come l’età, i margini di potenziale miglioramento e l’impatto sui tornei di riferimento, ci siamo divertiti a selezionare quelli a nostro giudizio più promettenti, profetizzando per loro un futuro nelle maggiori leghe europee.

Africa – CAF Champions League

Jackson Muleka (TP Mazembe)

C’è una frase del mitico Helenio Herrera, il Mago della Grande Inter nato in Marocco, abbastanza emblematica sull’immensità del patrimonio calcistico africano: “da queste parti gli osservatori guardano anche sotto le pietre negli angoli più poveri, convinti di poter trovare dei talenti”.

L’ultimo sul quale hanno messo gli occhi si chiama Jackson Muleka. Centravanti del TP Mazembe, uno dei club più ricchi e blasonati d’Africa, l’attaccante di Lubumbashi ha da poco compiuto 20 anni, ma è già sulla bocca di tutti. Non certo per caso: con 7 reti realizzate finora, infatti, è al momento è il capocannoniere per distacco della CAF Champions League.

La sua ascesa verso l’olimpo del calcio africano è stata folgorante: dopo il debutto nel 2017, e una fisiologica fase di consolidamento l’anno dopo, in questa stagione il bomber congolese  letteralmente esploso, guadagnandosi anche la palma di capocannoniere e miglior giocatore del TIFOCO, una kermesse internazionale giocata con la maglia della nazionale.

Non era un fatto scontato. Le responsabilità legate al fatto di dover sostituire un pezzo da novanta come Ben Malango, protagonista di un burrascoso trasferimento ai marocchino del Raja Casablanca, potevano schiacciarlo, ma Muleka ha dimostrato di essere un giocatore maturo anche sotto il profilo mentale, imponendosi come uno dei più completi attaccanti del continente: rapido, cinico sotto porta, ambidestro e anche forte di testa.

Per questo non è azzardato pensare ad un trasferimento in Europa già la prossima estate. In tal caso, se il tanzaniano Mbwana Samatta, l’ultimo grande bomber del Mazembe ad aver percorso questa rotta, aveva scelto i belgi del Genk (ora all’Aston villa), la destinazione per Muleka sembra già segnata: sulla base di una partnership siglata negli scorsi mesi, infatti, i francesi dell’Olympique Marsiglia scatta dalla pole position nella corsa al nuovo gioiellino del calcio congolese. 

 

Nord-Centro America – Concaf Champions League

Henry Martin (Club America) 

(Photo by Omar Vega/Getty Images)

Da un po’ di tempo ormai la CONCACAF Champions League è diventato un monopolio messicano. Per accorgersene basta dare un’occhiata all’albo d’oro: l’ultimo trionfo di un altro Paese risale al 2005, quando a sollevare la coppa furono i costaricensi del Deportivo Saprissa. L’edizione 2020 finora sembra confermare questo trend: tranne il Léon, eliminato in rimonta dagli americani del Los Angeles FC, tutte le ambasciatrici aztecas sono volate ai quarti di finale. Tra di loro c’è anche il Club América, dove da un paio di stagioni si sta facendo apprezzare Henry Martín. 

La sua è la storia di un’ascesa incredibile e rapidissimma. Sei anni fa, per dire, il Bufalo giocava ancora nella squadra allenata dal padre, il Club Soccer, e non era nemmeno un professionista, anche se aveva vissuto una breve parentesi nel 2007 con gli Itzaes dello Yucatán, in terza divisione: “Con Henry abbiamo giocato nella Liga Primera Fuerza, dove ha vinto, se non sbaglio, per quattro volte la classifica dei cannonieri. Noi due eravamo gli attaccanti della squadra di mio padre” , ha raccontato il fratello Freddy.

Fino a quando Daniel Rosello, un ex calciatore uruguagio naturalizzato messicano, stregato dal suo talento, lo ha convinto a lasciare gli studi di Ingegneria Civile, invitandolo a fare un provino con i Venados di Mérida, l’entità calcistica più prestigiosa dello Stato famoso per essere stato la culla della civiltà maya. Seppur all’inizio abbia dovuto faticare per adeguarsi alla nuova realtà,  il centravanti yucateco, lontano parente dei maya come testimonia l’apelido Mex, si è imposto anche in Liga de Ascenso, guadagnandosi le attenzioni del Tijuana: “E’ stata una cessione molto remuneerativa per il club, un fatto mai successo prima d’allora a  Mérida e nemmeno a qualsiasi altro club della Liga de Ascenso“, ha confessato Luis Molina, il presidente dei Venados, gongolando come chi sa di aver concluso un buon affare. 

LaPresse.

L’impatto con la Primera División è stato di quelli incoraggianti: nella sua prima stagione tra i grandi, il “Bufalo“, che è diventato l’undicesimo yucateco di una dinastia cominciata negli anni ’70 da Carlos Iturralde Rivero a giocare nel massimo campionato,  ha messo insieme sette reti tra campionato e Copa MX, prima di vedere la sua crescita stroncata sul nascere da un grave infortunio alle ginocchia. Ma ha fatto comunque in tempo a convincersi che la convocazione del “Tuca” Ferretti non fosse uno scherzo, facendo piangere di gioia  la madre durante il debutto con il Tricolor in una gara con Trinidad e Tobago.

La svolta è arrivata nel 2018, quando a ricordarsi di lui è stato Miguel Herrera, l’allenatore che nel 2016 si oppose fermamente al suo trasferimento alle Chivas. In quel momento il pubblico americanista si aspettava l’ingaggio di un nome più altisonante, ma il Piojo ha avuto ragione: l’impatto di Martin sul mondo azulcrema è stato fulminante, con tanto di tripletta iniziale ai Lobos BUAP.

Attaccante forte fisicamente, maestro nel fare a sportellate in area, ma anche in possesso di una discreta tecnica, il suo rendimento è stato un crescendo rossiniano, raggiungendo il picco nel passato semestre, in cui è stato un fattore determinate per il club di Città del Messico: nell’ultima Apertura, infatti, ha sfiorato la doppia cifra, realizzando 9 reti in 18 partite, ma nessuna di queste nella Liguilla, in cui El Ame ha comunque raggiunto la finale, persa poi con il Monterrey. Il prossimo approdo sembra il ritorno in nazionale, anche se finora il tecnico Gerardo Martino lo ha sempre snobbato. La sensazione, però, è che non potrà continuare a farlo per molto, come sa benissimo lo stesso Martín: “Il mio sogno è continuare a giocare con la nazionale. E farò di tutto per realizzarlo“.

 

Asia – AFC Champions League 

Baghdad Bounedjah (AL-SADD)

(Photo by Matthew Ashton – AMA/Getty Images)

Il suo nome dirà nulla o quasi ai più, ma a livello realizzativo solo un giocatore al mondo è stato capace di fare meglio di Messi e Cristiano Ronaldo nel 2018: Baghdad Bounedjah.

La storia dell’algerino, come quella del messicano Martín, è quella di un bomber esploso tardi. L’escalation dell’attaccante di Orano, sguinzagliato per la prima volta da Christian Gourcuff nel 2014, è stata travolgente: fino a diciannove anni, infatti, Bounedjah giocava in quinta serie algerina. Otto anni più tardi il suo curriculum sembra quasi quello di un altro: negli ultimi tempi, per dire, ha riscritto un paio di record del campionato qatariota, dove gioca con l’Al Sadd, è stato il capocannoniere nella penultima edizione dell’AFC Champions League, ma soprattutto è stato miglior marcatore dell’anno solare 2018.

In tutto ciò che è ha fatto ultimamente, Bounedjah ha sempre dato la sensazione di avere una certa impellenza nel riempire al più presto quel gap creato da una carriera partita in ritardo. Il ct Djamel Belmadi lo sa e se lo coccola: “Si sente in ritardo con la nazionale ed ogni volta che scende in campo fa di tutto per mettersi al passo con gli altri“, ha detto Belmadi, ex carismatico centrocampista delle Volpi del Deserto, dallo scorso agosto al timone dall’Algeria con l’obiettivo di porre fine alla strisciante ingovernabilità tecnica degli ultimi anni.

(Photo by Eurasia Sport Images/Getty Images)

È stato lui a rispolverare Bounedjah dalla naftalina in cui era stato relegato per troppo tempo, mettendolo sin da subito al centro del villaggio, nonostante la presenza nella rosa di altri due attaccanti di livello internazionale come Slimani e Delort.

Sin dai primi allenamenti, del resto, Bounedjah aveva fatto calcisticamente innamorare di sé il commissario tecnico: “Baghdad mi ha subito impressionato per una cosa: la voglia di vincere sempre e ad ogni costo. Non ha tempo da perdere, lo capisci da come si comporta. Non gli interessa chi sarà il suo partner d’attacco, né pone domande, ma vuole solo fare gol“.

L’attaccante algerino ha ripagato la fiducia del tecnico nato nella periferia parigina. E ha fatto molto in fretta: in poco più di un anno, per dire, ha scalato posizioni e stravolto gerarchie storiche, diventando il nono marcatore di sempre della storia della nazionale algerina, ma il migliore in assoluto se si guarda la media gol per partita (0.47). Non sono mancati i gol pesanti. Chiedere per informazioni al Senegal, trafitto dopo in appena due minuti  nella finale dell’ultima Coppa d’Africa, conquistata dall’Algeria dopo 29 anni di astinenza.

Le sorprese, comunque, non erano finite: per non farsi mancare nulla, l’attaccante algerino ha chiuso un 2019 da sogno laureandosi capocannoniere del Mondiale per Club in compagnia del libico Elhouni (Espérance): “È stato un 2019 fantastico: ho vinto la Coppa d’Africa e raggiunto le semifinali di AFC Champions League con l’Al-Sadd. In più il Mondiale per Club. Davvero un qualcosa di eccezionale”. Del resto, è tutto più facile quando a spalleggiarti c’è un trequartista visionario come Akram Afif, Pallone d’Oro asiatico 2019, passato per il laboratorio belga dell’Aspire Academy di Doha (Eupen). Per entrambi all’orizzonte c’è un futuro europeo: mentre l’algerino è finito nel mirino di squadre francesi, tra cui l’OM, il maghetto qatariota sembra pronto a lasciare l’Al-Sadd di Xavi per tornare al Villareal, in Liga. 

 

Oceania – OFC Champions League

Raphael Lea’i (Henderson Eels)

(Photo by Maddie Meyer – FIFA/FIFA via Getty Images)

L’OFC, orfana dell’Australia dal 2006, aspetta da tempo un erede del figiano “Roy Krishna“, ultimo vero “crack” prodotto dal movimento oceanico. È ancora presto per dirlo ma con Raphael Lea’i, attaccante prodigio dell’Henderson Eels (Isole Salomone), potrebbe averlo trovato. Guardare la carta d’identità per credere: ad appena sedici anni, il gioiellino degli Eels è già andato a segno in un match di OFC Champions League – nel 3-3 con il Lae City –  diventando il più giovane marcatore di sempre nella storia di questo torneo.

Questo exploit, però, non stupisce più di tanto gli scout internazionali: Lea’i si era già messo in mostra all’ultimo Mondiale U17, dove ha affrontato anche l’Italia, anche se la nazionale salomoniana ha incassato tre goleade senza riuscire a togliersi nemmeno lo sfizio di segnare un gol.

Centravanti agile e potente, bravo nell’attaccare la profondità, Lea’i si deve sgrezzare dal punto di vista tecnico, ma già oggi sembra poter ambire al ruolo di futuro testimonial globale dell’OFC. Per quanto sia un calciatore embrionale, dai vari spezzoni ritracciabili su You Tube il salomoniano sembra essere devastante in Oceania, risultando già da adesso fuori contesto. Non è un caso se, con la nazionale di categoria, viaggia su delle medie spaventose: ha segnato qualcosa come 8 reti in altrettante gare.

(Photo by Bruna Prado – FIFA/FIFA via Getty Images)

Il futuro, insomma, è nei suoi piedi, ma il rischio è quello di montarsi la testa. E guai anche a trascurare lo studio:  Lea’i e altri ragazzi hanno dei deficit di apprendimento e abbiamo messo in atto un supporto per aiutarli. Per fortuna adesso stanno facendo enormi miglioramenti“, dichiarava preoccupato qualche mese fa Marc Capstick, il direttore del Scots College Dean International, il prestigioso istituto al quale la stellina degli Henderson Eels si è iscritta grazie ad una bosa di studio, offerta con la possibilità di allenarsi per due anni con i Wellington Phoenix. Riuscire a farsi ingaggiare dall’unica squadra pro della Nuova Zelanda, che però milita nell’A-League australiana, sarebbe un grande colpo: il primo passo di una carriera che si preannuncia luminosa. 

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