Feed

I tredici minuti di Saadi Gheddafi

By 19 Febbraio 2020

Nel 2003 il figlio del leader libico viene acquistato dal Perugia di Gaucci. In tutta la stagione giocherà meno di un quarto d’ora, quando il club umbro era già matematicamente retrocesso, prima di trasferirsi all’Udinese e alla Sampdoria, senza però trovare fortuna

 

Essere sepolto all’inferno, sotterrato nel dolore, questo si augurava una donna per Mu’ammar Gheddafi dopo la sua scomparsa mentre la folla, in fila per vedere il cadavere del dittatore libico, esultava o accennava alla preghiera; era il 2011, il corpo di Gheddafi era stato pestato a sangue, trucidato, trascinato nel deserto come un pupazzo rotto, strattonato dalle mani e dai calci, gli occhi gonfi di morte – i corpi dei dittatori diventano la fame della gente quando li vede appesi a una corda, coperti di sputi, dentro un teca di vetro, con la faccia nella polvere, avvolti in un lenzuolo sporco, stretti in una bara: è come se si ingozzasse della loro fine senza sfamarsi. Si diventa ingordi davanti al corpo di un dittatore, quello stesso che fino a pochi giorni prima era idolatria si trasforma in eucaristia della rabbia.

Il terzo figlio di Gheddafi, Saadi, secondo chiacchiere e pettegolezzi si diceva fosse stato catturato dalle milizie a Tripoli, ossia i ribelli del Consiglio Nazionale libico, durante la guerra civile seguita alla primavera araba – in realtà il giovane Gheddafi era scappato in Niger dove vivono i Tuareg, tribù del deserto per quarant’anni fedele a Mu’ammar.

LaPresse.

Chiacchiere e pettegolezzi raccontano che Saadi, rimasto senza soldi, sia stato infine venduto dai Tuareg, dal Niger o da entrambi a Tripoli per circa cinque milioni di dollari. In Libia nel 2014 venne processato per violenze contro i civili (compreso l’omicidio dell’allenatore Bashr al – Rayani da cui poi è stato assolto anni dopo), appropriazione di ricchezza nazionale e intimidazione armata nei confronti dei giocatori della federazione libica. Saadi è stato torturato nelle carceri pochi anni fa e oggi sono un brusio lontano le sue parole, quando venne acquistato dal Perugia nel 2003 dopo essere stato prima con l’Al Ahly Tripoli e l’Al Ittihad Tripoli.

«Dove giocherò? La mia posizione è di centrattacco arretrato ma il ruolo non mi interessa, né mi interessa il numero di maglia. Voglio solo giocare nel modo più semplice possibile ed essere trattato come gli altri».

Nel 2002 Saadi era presidente della Federazione e calciatore, divenne capocannoniere del campionato libico (aveva cominciato a giocare nella serie superiore solo un paio di anni prima) e voleva giocare in nazionale. Franco Scoglio, da poco ct della Libia, si era reso conto che i gol erano compiacenze delle difese avversarie, per cui prese la decisione di escluderlo.

© MICHELE RICCI LAPRESSE

«L’ho convocato pro forma in panchina soltanto con il Congo, perché si giocava in casa. Ma dopo il primo tempo in pratica se n’è andato. Durante la mia gestione non ha fatto neanche un riscaldamento». Parole dell’allenatore siciliano, che poi così chiuse il discorso. «Come giocatore non vale niente».

Poco dopo Franco Scoglio venne licenziato e Saadi migrò in Umbria tra grandi scodinzolii dei benestanti italici. Luciano Gaucci diede una festa immaginifica a Torre Alfina, castello del 1200, gli invitati erano cinquecento, solo una parte si accucciò al pranzo con Saadi, scortato da trenta guardie del corpo. Saadi – proprietario dell’azienda petrolifera Tamoil, che deteneva il 7% della Roma e il 33% della Triestina – segnò due gol in amichevole contro i dilettanti della Virtus Bassano, scomparve subito dopo fino a riaffiorare quando risultò positivo al nandrolone. Tre mesi di squalifica per il calciatore che aveva dichiarato di giocare dietro le punte. Gheddafi era soprattutto un affare finanziario e l’Italia per vederlo in campo attese fino al 2 maggio 2004 (se si escludono due anonime partite di Coppa Italia) quando Cosmi lo fece esordire contro la Juve, maglia numero 19. In curva uno striscione aveva scritto in rosso “È L’ORA DI AL SAADI”.

Tredici minuti di serie A, una triangolazione con Ravanelli e un cross basso in area dove non c’era nessuno del Perugia già retrocesso. Mu’ammar, intanto, mai pareva decidersi a esser re Lear, allontanando il figlio. Dopo un altro anno a Perugia, in B, senza mai giocare, Gheddafi passò all’Udinese – sempre con Cosmi in panchina – trasformando la città in una suite. Anche qui sussurri e grida, chiacchiere e pettegolezzi questa volta del portiere di notte. Champagne, caviale, donne, auto di lusso, fughe notturne con alcuni compagni di squadra – che non si presentavano poi all’allenamento per problemi muscolari, influenze e disturbi vari- sul suo aereo privato direzione Crazy Horse di Parigi.

© MICHELE RICCI LAPRESSE

Alloggiava al «Là di Moret», periferia nord della città. Nella camera 603 c’era il dobermann Dina, addestrata a scoprire eventuali esplosivi, prima di salire su una delle sue auto di lusso Saadi ordinava che Dina fiutasse ordigni. Con Saadi c’ erano autisti, guardie del corpo e due segretari personali, uno con portafoglio e l’ altro senza. Gheddafi, sempre secondo sussurri e grida friulani, beveva vino Sassicaia e champagne Krug. Di sicuro giocò soltanto otto minuti di un Udinese – Cagliari, dopo essere stato invocato dalla folla durante il riscaldamento, appesantito e subito stanco riuscì a scagliare un gran bel tiro di sinistro deviato da Chimenti per poi rispondere negli spogliatoi a chi gli chiedeva del suo futuro: “Dovete chiedere a mio padre”.

7 Luglio 1996, stadio Centrale di Tripoli, derby tra Al-Ittihad ed Al-Ahli: le due squadre della capitale presiedute da due figli del rais, Mohamed e Saadi. Si scatenò il caos quando l’arbitro assegnò un gol irregolare all’Al-Ahli, la squadra di Saadi; la folla, inferocita per l’accaduto, iniziò a cantare cori contro il regime, invase il campo, pugnalò l’arbitro e tentò di aggredire Saadi. Le forze di sicurezza uccisero più di venti persone, venne dichiarato lutto nazionale e la squadra del terzogenito sciolta per breve tempo.

LaPresse.

Lui, il padre, punisce il figlio, lo considera inadatto al comando, attratto solo dal lusso e dal calcio. Non poteva diventare re Lear, non per Saadi. Meglio farne oggetto commerciale in Italia. Saadi stava per andare al Livorno prima di finire alla Sampdoria, grazie al rapporto tra la sua Tamoil e la Erg della famiglia Garrone. Zero presenze nella stagione 2006 – 2007, obiettivo era l’amichevole a Tripoli nel febbraio 2007 tra Libia e Sampdoria: 2 a 1 per i libici. Quell’anno terminò la non gloriosa carriera calcistica di Gheddafi. Di nuovo la Libia, tomba del padre e dei fratelli.

“Mostro d’ingratitudine, l’uomo” gemette re Lear e non sarebbe apocrifo darle a Mu’ammar queste parole mentre la folla lo percuoteva. Con la sua fine giunse il tragico declino della famiglia Gheddafi- Saadi, coperto dal dolore e dal silenzio, continua ancora a essere figlio in morte del padre.

Leave a Reply