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I trent’anni del San Nicola, l’ultimo souvenir del sogno mondiale

By 3 Giugno 2020

Il 3 giugno del 1990 è stato inaugurato lo stadio uscito dalla matita di Renzo Piano, l’abbagliante e struggente simbolo dell’avventura calcistica e infrastrutturale di Italia ‘90. Un sogno rimasto a metà, da qualunque angolazione lo si guardi

All’inizio, la suggestione fu quella di un’amichevole di tarda primavera con l’Argentina campione del mondo. In Puglia, ahinoi, l’Albiceleste non ci mise piede neanche in seguito, a estate inoltrata. Si pensò anche alla ribalta della finale di Mitropa Cup, ad altre latitudini fonte di ironie stracittadine, ancora un piccolo cult per chi il calcio europeo non l’aveva mai vissuto. Finì che per l’inaugurazione, a soli cinque giorni dall’apertura dei mondiali, il Bari giocò un’amichevole contro il Milan campione d’Europa riveduto e corretto, con un giovane Marco Simone in attacco e un improbabile Costacurta a centrocampo.

Compie trent’anni lo stadio San Nicola di Bari, e che l’anniversario della prima partita giocata al suo interno quasi coincida con quello di Italia ’90, dell’illusione delle sue notti magiche e tormentate, è tutto tranne che un caso. Ritardi, cambi di programma, imprevisti, il fascino amaro della bellezza e dell’incompiuto: l’Astronave di Renzo Piano, inaugurata finalmente il 3 giugno del 1990, resta a pieno titolo l’abbagliante e struggente simbolo dell’avventura calcistica e infrastrutturale di Italia ‘90. Un sogno rimasto a metà, da qualunque angolazione lo si guardi.

©Donato Fasano / Lapresse

Dei due impianti costruiti da zero per il mondiale italiano, il San Nicola è il solo rimasto in piedi. Sedici anni, la raggelante durata del Delle Alpi di Torino: freddo e dispersivo equivoco architettonico, compromesso in partenza dalla pista d’atletica necessaria a intercettare i fondi del Coni, il medesimo peccato originale dello stadio pugliese.

Guardando agli impianti destinatari delle più profonde ristrutturazioni per quell’estate, come è noto vive tempi grami San Siro: se il progetto di Milan e Inter passerà l’ultimo step della trattativa con l’amministrazione comunale, della Scala del Calcio resterà tra gli alberi, come vestigia dei tempi che furono, il cemento delle rampe degli anni cinquanta e di una porzione di curva. Ad essere cancellati con certezza saranno proprio quel terzo anello e quella copertura nati appositamente per Italia ’90: se non sarà una damnatio memoriae, ci somiglia molto.

Del resto, tanto sarebbe da dimenticare (o da non dimenticare, a seconda dei punti di vista) delle peripezie economiche, burocratiche e cantieristiche di Italia ’90: prima di andare sotto il cielo di un’estate italiana, c’è da passare per l’altra faccia della medaglia di una tipica storia all’italiana. L’occasione non colta è il grande peccato, e l’espiazione sembra non finire mai: ancora nel 2014 i costi per i mutui contratti per la costruzione o l’ammodernamento degli stadi mondiali impattavano per 61 milioni di euro residui. Costi per l’evento che lievitarono a tamburo battente: 7.000 miliardi di lire, 7 miliardi e mezzo di euro rapportati ad oggi. Crebbe del 90% la spesa per gli interventi al Dall’Ara, addirittura del 181% quella per l’Olimpico di Roma: un bilancio sanguinoso, non soltanto metaforicamente.

Alla fine della corsa contro il tempo saranno ventiquattro gli operai morti sul lavoro tra stadi e opere esterne, quanto una intera rosa. «La prima squadra è già stata eliminata», è l’ironia atroce di una cartolina adesiva fatta girare dai ragazzi del Leoncavallo di Milano a ridosso della manifestazione, per portare i riflettori su quelle morti bianche. Nel disegno c’è il Ciao, dal quale si è staccato un pezzo e ha schiacciato un anonimo lavoratore. «Micidiali ’90» recita la cartolina, dolorosa ed esplicita.

Roger Milla segna nel match contro la Romania del 14 giugno al San Nicola (Photo Allsport/Getty Images)

A distanza di trent’anni, micidiale risulta anche il consuntivo dell’esistenza degli stadi di Italia ‘90 e della grande opportunità mancata in termini economici, sociali e culturali, con incalcolabili effetti sull’involuzione del nostro calcio e sulla percezione del Paese. Quanto per esempio la disavventura mondiale e le sue storture abbiano rappresentato una tara pesantissima sull’esito della candidatura olimpica di Roma 2024, è storia recente. Italia ‘90, il suo impatto sui conti e sulla credibilità nazionale, consegnati alla storia come paradigma di tutto quello che qui non funziona: non era questo il sogno.

San Siro al commiato, il Sant’Elia dismesso tre anni fa, l’Artemio Franchi che ugualmente si vorrebbe congedare, Roma e Lazio che continuano a pensare a nuovi ed esclusivi impianti, Bologna pronta a ridisegnare il suo stadio, Udine che lo ha già fatto: la gomma per cancellare è passata con veemenza e promette di farlo con forza ancora maggiore sugli stadi del Mondiale italiano.

Tanto, troppo sarebbe da dimenticare: nell’oblio sul capitolo stadi nel romanzo di Italia ’90, un solo fuoriprogramma. Il San Nicola di Bari è rimasto nonostante il tempo, i danni, la caduta in disgrazia dei biancorossi, semplicemente qualcosa di troppo bello per essere cancellato. L’Astronave che Renzo Piano volle far atterrare su una collina artificiale nella campagna pugliese doveva in seguito diventare la cattedrale al centro di un distretto dello sport. Trent’anni dopo è rimasta solo la cattedrale, al centro di campi da pascolo, ruderi e degrado. Eppure: il San Nicola di Bari è lo stadio dell’eppure, e resiste.

L’Inghilterra prima del match contro l’Italia per il terzo posto giocato a Bari il 7 luglio del 1990 (Photo by Simon Bruty/Allsport/Getty Images)

La forza residua, la rendita emotiva sta probabilmente in quell’innamoramento immediato e collettivo di portata enorme: a soli dieci mesi dai mondiali, il San Nicola è capace di portare in provincia il calcio nella sua quintessenza, la notte delle notti. La finale di Coppa dei Campioni del 1991, come mai accaduto prima e mai più accaduto, sposta il cuore del calcio europeo lontano dai radar delle capitali, delle grandi città e dei poli della tradizione calcistica continentale. Bari, la Stella Rossa opposta all’Olympique Marsiglia, le italiane che per l’unica volta nel decennio che va dal 1989 al 1998 stanno a guardare, l’esodo dei tifosi jugoslavi nella città-porta d’Oriente: la finale meno mainstream di sempre.

L’infatuazione è duratura, e dura anche l’appeal per la Nazionale Italiana: capita a Bari non di rado, allungando il feeling con la città e proseguendo la preesistente tradizione positiva di risultati che si infrange solo nel 2016, in un’amichevole con la Francia prossima a diventare campione del mondo. Dura il richiamo persino per il cinema, e quel disco volante diventa sovente dentro e fuori, illuminato o sotto la luce del giorno, a colori o in bianco e nero, una location dall’aspetto iconografico e immediatamente riconoscibile. Dura il fascino, nonostante il deterioramento di una pista d’atletica quasi mai utilizzata che ha tenuto gli spalti ad una eccessiva distanza dal campo, nonostante la copertura in teflon che negli anni vola via pezzo per pezzo. Petali, li hanno chiamati dal primo momento, e in quell’intuizione forse c’era già intravisto il destino di un autunno che per lo stadio di Bari dura da tempo. Scoperto, acciaccato e isolato: eppure il San Nicola resiste, reduce dall’espiazione. Forse.

Renzo Piano (Foto: Stefano Colarieti / LaPresse)

Con la sostituzione dei seggiolini e l’opera di pulizia e riparazione delle parti ammalorate è recentemente partito il lungo piano di recupero dell’impianto. Due le possibili strade per il restlyling più significativo: una di esse passa per il ritorno al progetto originario di Renzo Piano, che aveva pensato a uno stadio solo per il calcio, senza pista di atletica e con parecchia lungimiranza. Quel che è certo è che in questo momento i fronti sembrano uniti per la preservazione. Il souvenir superstite di un sogno mondiale dal brutto risveglio ne è diventato l’ideale monumento: sicuramente âgée, con molte ferite da curare, ma il solo così bello da non poterlo buttare.

Appena nato, già capace di rammentare quanto le cose vadano spesso come non ti aspetteresti: la sera del 7 luglio del 1990, è lAstronave linatteso teatro dellultima prova degli azzurri nel loro mondiale, la partita che nessuno vorrebbe mai giocare. A Bari, nella finalina per il terzo posto contro l’Inghilterra, non c’è l’Albiceste: quattro giorni prima il cranio di Caniggia e poi i rigori avevano concretizzato il brusco e perenne sapore della grande occasione perduta. Il calcio metafora della vita, sosteneva Sartre. Nell’estate di trent’anni fa, pochi potevano immaginare che la vita in questione potesse essere quella di un Paese.

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