Icons

Icons – Alexi Lalas

By 15 Febbraio 2020

Storia di Alexi Lalas, il primo americano del calcio italiano diventato un’autentica icona per Padova. E non solo

«Sì, suono sempre. Questo è molto strano per te? Per tutti gli italiani è una strana cosa. Io non capisco, tutti qui mi rompono i c…». Grasse risate e sardonico imbarazzo in studio, perché la parolaccia in diretta questo comporta; per restare in tema di musica e di reazioni al turpiloquio, proprio un paio di anni prima l’avevano cantato anche gli Skiantos (Italiano ridens, 1993, l’album è “Saluti da Cortina” e il testo originale è di quel genio di Roberto Freak Antoni).

Il dito e la luna, al solito: resta impressa la genuina scurrilità, non il ragionamento alla base. Inverno 1994, la trasmissione è Pressing, la luna è il sottinteso di quelle parole: benedetti parrucconi, e che ci sarà mai di così straordinario in un ragazzo americano di 24 anni che ama suonare la chitarra e ha in testa una bandana da rocker, anche se di mestiere fa il calciatore?

Alexi Lalas, anni 24, statunitense di Detroit, professione difensore del Padova: la frase è sua, e questa è la storia di un ragazzo degli anni Novanta perfettamente inserito nel suo tempo ma catapultato in un contesto ingessato e torpido, la chiacchiera sul calcio italiano, dove anche gli slanci di vivacità (e Pressing era fra questi) si scontravano con la consuetudine bigotta. Dove, insomma, il primo americano che veniva a giocare in Italia era uno yankee da trattare alla stregua di un fenomeno da baraccone, il buon selvaggio da educare, con quel suo aspetto irrituale, zazzera rossiccia e pizzetto inconfondibile da Buffalo Bill postumo, o da Jeffrey Lebowski ante-litteram.

Ecco allora Lalas il chitarrista, dalle reti Rai a quelle Fininvest sino alle tv locali: lo invitavano per quello, e dovunque Alexi stava al gioco, ammiccando e divertendosi, e si esibiva in una delle sue ballate alla John Mellencamp. Con l’attitudine delle persone serene, sorrideva e accettava di buon grado. Era pur sempre pubblicità, e lui era americano, mica stupido. Si lasciò un po’ andare solo in quella trasmissione, rilassato sì ma stanco delle battutine supponenti di quelli che pareva volessero insegnargli a stare al mondo: «Io in campo sono un professionista serio; sono un uomo fortunato perché vengo pagato per giocare, ed è una vita incredibile. Però nella mia vita c’è anche altro, e se agli italiani non piace, me ne frega un c…».

Lalas l’epicureo, se vogliamo, quello che in italiano aveva imparato prima di tutto le parolacce – come accade a qualunque straniero – e lo aveva fatto anche con una particolare sensibilità nel distinguere e adoperare quelle giuste, date le varie possibilità di traduzione dell’abusato termine inglese “fuck” offerte da quella che, oltre ad essere la lingua di Dante, è anche quella di Alvaro Vitali. Al punto che pure Zeman – reo di averlo sprezzantemente definito inadatto alla Serie A, ingessato anche il boemo nelle sue categorie immutabili – si prese un ”vaffa” via etere, ben calibrato e atarassico, nella mancanza di turbamento di un ragazzo che in Italia si divertiva e il suo mestiere, in fondo, lo faceva anche dignitosamente.

Il Padova, nel 1994, fu la sua prima squadra professionistica, appunto a 24 anni, ma Lalas – statunitense di padre greco: Alexi all’anagrafe faceva Panayotis Alexander – aveva allora già disputato le Olimpiadi di Barcellona e, soprattutto, un Mondiale. Usa 94 naturalmente, sotto la guida di Bora Milutinovic (a FourFourTwo, nel 2010, Lalas raccontò che prima di incontrarlo era «un punk 22enne che non aveva idea del suo posto nel mondo»), il Mondiale del record di presenze sugli spalti – altro che Nessuno allo stadio… – e della formazione statunitense capace di superare il girone nonostante la presenza della Romania di Hagi, Raducioiu e Petrescu, della Colombia di Asprilla e Valderrama (il dramma di Escobar si consumò proprio dopo l’autorete contro gli Stati Uniti), della Svizzera di Sutter e Chapuisat.

Passarono da terzi gli americani, come da terza passò l’Italia, e il resto lo fece lo spirito del tempo, il design di quelle maglie stars and stripes, ma letteralmente: al bando le divise bianche, spazio alle strisce verticali bianche e rosse nella versione home, alle stelle bianche su sfondo azzurro stile jeans su quella away. Ecco, lo stile di Lalas va letto in quel contesto, in uno zeitgeist pullulante di camicie a quadri grunge e giacche di pelle oversize: gli studenti delle scuole superiori dell’epoca l’avevano capito, Alexi, e lo avevano adottato così come lo aveva adottato Padova. Perché non era un libero (c’era Franceschetti per quel ruolo) e sciolto l’equivoco per Sandreani non era peggio di un Rosa o un Cuicchi, insomma poteva giocarsela.

Giocò, in effetti. Anche parecchio, quasi sempre per dirla tutta, questo marcantonio di un metro e novata e spiccioli che immediatamente, dopo la prima giornata (ko 0-5 con la Samp fuori casa, ma sul neutro di Bologna), venne chiamato alla Domenica Sportiva tra uomini di mezza età capaci di perdere minuti e minuti della loro esistenza discettando di un fallo da rigore forse sì o forse no davanti ad una moviola della quale, pur essendone protagonista, a Lalas fregava meno di zero. Tanto la partita era finita, ce ne sarebbero state altre, e più che mostrarsi ipocritamente contrito la sua filosofia prevedeva il cinque alto al conduttore, il giornalista Gianfranco De Laurentiis, roba che in Rai nemmeno si era mai vista.

Sarebbe finito con la salvezza in uno spareggio contro il Genoa, quel campionato, in una stagione nella quale Lalas con la sua incongrua maglia numero 6 riuscì ad andare anche a segno in tre occasioni, contro Milan e Torino in A, contro l’Inter in Coppa Italia. Tre gol e tre vittorie, e pazienza poi il passaggio del turno dei nerazzurri in coppa, e pazienza anche per le due autoreti in campionato, una contro il Brescia – invero colpa di Bonaiuti – e l’altra in casa della Lazio, che con gli standard di assegnazione attuali non sarebbe nemmeno più considerata un autogol. Vincere, pareggiare, perdere: giocare, farlo al massimo, stringersi la mano alla fine e dedicarsi alla vita poi.

 

Lighten up while you still can
Don’t even try to understand
Just find a place to make your stand
and take it easy

L’avrà suonata più volte, c’è da scommetterci, e anche qualora non l’avesse mai fatto, la sostanza quella è. «Istrionico, intelligente, scaltro», così viene definito Lalas nel Dizionario del calcio italiano (1999) nel quale trova spazio perché un segno l’ha lasciato: in una città che lo ha eletto a eroe di culto, fra i compagni che era sempre pronto a difendere e per quella fondamentale anarchia che ancora lo fa ricordare, laddove l’aneddotica romanza l’accaduto e si racconta del suo disco a palla nella cameretta bianca di Chelsea Clinton, delle partitelle per strada a Padova con i ragazzi e di quel giorno, anzi quella notte, che lo andarono a trovare i Carabinieri, bussando al suo garage, dove stava giocando a pallone contro nessuno – costituiamoci: lo abbiamo fatto tutti – e la porta metallica faceva un po’ troppa confusione.

Tutto questo in dieci mesi, ai quali se ne aggiunsero altri sei solo perché la MLS, con la quale aveva firmato per tornare negli States, era in ritardo, e più che lasciarlo in prestito in Veneto non poté fare. A quel punto però l’effetto novità era svanito, il Padova era il principale candidato alla retrocessione – avrebbe poi mantenuto le aspettative – e Lalas in Italia rischiava di diventare un calciatore ordinario. Chiuse il 1995 da noi, e con l’inizio del nuovo anno tornò in patria.

Dove, per inciso, era già famosissimo prima del Mondiale, prova ne sia questo articolo del Los Angeles Times, maggio 1994, quando in Italia nessuno sapeva chi fosse, mentre negli Stati Uniti chi mostra di avere una marcia in più, in campo ma in questo caso anche fuori, lo riconoscono in anticipo. Non per caso Alexi Lalas della Major League Soccer è stato pioniere prima ed emblema poi, ha disputato un altro Mondiale (Francia 98), si è concesso il lusso di ritirarsi a 29 anni e di ripensarci a 30, in tempo per firmare per i Galaxy, si è regalato più di una comparsata fra le All-Star e qualche presenza nei libri dei record di ognuno dei suoi club e, quando ha chiuso per davvero – almeno da professionista, perché da amatore o contro le porte dei garage con i figli non ha mai smesso – si è facilmente riciclato in dirigente in alcuni dei più importanti club della lega, nonché come commentatore, seguito e riconosciuto. E, sì, per chi se lo stesse chiedendo: nel tempo libero ha pure continuato a suonare e a cantare, non ha mai smesso, anche con i capelli più corti e meno arancioni e senza pizzetto, a pochi mesi dai 50 anni che festeggerà a giugno. L’ultimo album è del 2019, lo trovate facilmente anche su Spotify: s’intitola “Look at you”.

No, non c’è niente di strano.

 

Lorenzo Longhi

About Lorenzo Longhi

Lorenzo Longhi, giornalista e autore, scrive di sport sotto molteplici punti di vista. Saggista per Treccani, ha collaborato con Sky Sport, Il manifesto, Alias, l’Unità e Avvenire.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Per una sorta di incomprensibile maledizione, o forse solo per...