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Icons – La genesi di Andriy Shevchenko

By 28 Agosto 2019
Shevchenko

Il 5 novembre 1997 Andriy Shevchenko segna tre gol al Barcellona, consacrando il suo talento sull’altare del Camp Nou. Tutti i top club sono sulle sue tracce, ma dopo due anni di faticosa trattativa l’attaccante sposerà il Milan

I suoi occhi raccontano una bugia. Perché a fissarli intensamente si corre il rischio di lasciarsi suggestionare, di finire col credere di trovarsi davanti a un ragazzo timido, impacciato, costantemente a disagio di fronte alle telecamere. Sono i suoi piedi a raccontare la verità. Quella di un attaccante attratto dai paradossi. Impossibile da fermare quando viene lanciato in profondità ma allo stesso tempo capace di giocare per i compagni. Una punta con un piede di velluto che diventa dinamite quando si tratta di calciare dai 25 metri, un terminale offensivo esile ma comunque eccellente nel colpo di testa. Qualcuno, in Ucraina, lo ha accostato al primo van Basten, quello dell’Ajax. Altri, invece, preferiscono chiamarlo il Fenomeno del Mar Nero.

Eppure all’inizio del 1997 il nome di Andriy Shevchenko è solo una riga sui taccuini degli osservatori di mezza Europa. Per tutti gli altri il ragazzo è una statistica che riempie uno spazietto sul giornale. Di lui si sa solo che è cresciuto nella Dinamo Kiev, che indossa la maglia numero 10 e che dopo 6 gol in 7 presenze con l’Under 21 nel 1995 ha esordito con la Nazionale maggiore, contro la Croazia. Qualcuno, forse, è riuscito a intravederlo in qualche fotogramma dei servizi sulla Champions League, anche se quasi nessuno è in grado di ricordare i lineamenti del suo viso.

Almeno fino alla notte del 5 novembre 1997. Allora la Dinamo fa visita al Barcellona per la quarta giornata del Gruppo C della coppa dalle grandi orecchie. Due settimane prima, a Kiev, i padroni di casa si erano imposti per 3-0  (reti di Rebrov, Maksimov e Kalitvintsev). Con appena un punto portato a casa in 3 partite, ora alla squadra di van Gaal serve un risultato diverso rispetto a quello dell’andata. Un risultato che arriva puntuale, anche se non è esattamente quello che speravano i blaugrana.

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Al Camp Nou, infatti, finisce 4-0. Per gli ospiti. Shevchenko ne segna 3 in un tempo. Due di testa e uno su calcio di rigore. E non basta. Perché quando non la butta dentro tormenta i difensori del Barça con una serie infinita di numeri. Sergi, Ferrer, Couto e Reiziger sembrano storditi, controfigure stanche di attori un tempo brillanti. Guardano i minuti scorrere sul tabellone nell’attesa di un triplice fischio liberatorio.

All’improvviso quel nome così difficile da pronunciare è sulla bocca di tutti. Qualcuno, però, non si fida. Perché quando si tratta di una squadra di Lobanovsky è difficile separare i meriti del collettivo da quelli del singolo. «Su Shevchenko grava un po’ l’incognita che, come per i giocatori dell’Ajax, pesa storicamente anche sugli elementi della Dinamo Kiev, una squadra che, guarda caso, sempre sotto la guida del colonnello Valeri Lobanovsky torna al vertice europei ogni 11 anni: accadde nel 1975 e nel 1986 con due Coppe delle Coppe vinte – scrive Sergio Di Cesare su La Gazzetta dello Sport – E cioè: non è che il rigido sistema di gioco collettiva del club ucraino e del suo tecnico facciano apparire i singoli giocatori migliori di come in realtà sono per le proprie qualità individuali? E il dubbio diventa sospetto se ricordiamo come i giocatori della migliore Dinamo Kiev di sempre fallirono clamorosamente in Occidente. I vari Dassaiev, Kutnetsov, Khidiatullin, Mikhailichenko, Protassov, Zavarov e Belanov furono la disperazione dei grandi club che non poggiavano affatto su quel collettivismo esasperato».

I grandi club europei sembrano farsi meno scrupoli. Si dice che il Barcellona abbia chiesto informazioni su Shevchenko subito dopo la partita del Camp Nou. Lo United avrebbe addirittura messo in pausa la trattativa per portare a Manchester Marcelo Salas, attaccante letale del River Plate, in attesa di capire se ci siano margini per arrivare alla punta ucraina. Il Milan, invece, lo segue già da diversi mesi. Sulle scrivanie di via Turati ci sono pile di report che lo riguardano. E tutti dicono la stessa cosa: il ragazzo va acquistato. Subito. Prima che le altre grandi si facciano avanti, prima che il suo cartellino diventi un bene di lusso.

 

Qualcuno però non si fida. Ogni settimana viene chiesto un parere in più, un’ulteriore osservazione da vicino, una nuova relazione. Il 29 ottobre, ad esempio, i rossoneri avevano spedito un collaboratore di Fabio Capello a osservare il ragazzo durante la gara d’andata dello spareggio fra Croazia e Ucraina in vista di Francia 1998. Solo che la missione era stata annullata in tutta fretta quando il Diavolo aveva scoperto che Shevchenko, in verità, era squalificato.

Sette giorni più tardi un’ondata di maltempo sferza la Spagna. In Extremadura la pioggia incessante gonfia due piccoli affluenti del Guadiana fino a farli straripare. Diverse persone muoiono, altre si ritrovano improvvisamente senza più niente. Poco dopo una tromba d’aria si abbatte sull’Andalusia. Ma è tutta la nazione ad avere problemi. Molti voli vengono cancellati, le altre linee di trasporto non sono garantite.

Italo Galbiati tira un respiro profondo e decide di salire ugualmente su un aereo diretto a Barcellona. Seduto in tribuna al Camp Nou, compila un nuovo rapporto e lo consegna direttamente a Fabio Capello. «Conosciamo bene Shevchenko – commenta il tecnico rossonero – sappiamo chi è, sappiamo qual è il suo valore». Anche perché la Dinamo aveva fissato già da subito il prezzo del suo attaccante: 34 miliardi di lire cash. Un’enormità.

Shevchenko

Shevchenko durante un’azione del match contro il Newcastle United al St James Park, partita vinta per 2-0 dai padroni di casa (Ben Radford /Allsport).

Il weekend successivo Ariedo Braida vola a Kiev per provare a capire se ci sono margini di trattativa. Il presidente Grigory Surkis lo riceve, lo ringrazia ma ribadisce la sua volontà di non cedere il giocatore. Così il Diavolo comincia a guardarsi intorno. A Fabio Capello piace, e anche parecchio, Cristiano Lucarelli, l’attaccante dell’Atalanta che tanto bene ha fatto con l’Under 21. Il tecnico ne ha parlato a lungo con Rossano Giampaglia, in quel momento allenatore degli azzurrini. Don Fabio ha voluto sapere tutto: carattere, attitudine, capacità di inserirsi e soffrire con il gruppo. Giampaglia sembra avergli dato le risposte che cercava. In caso di mancato arrivo di Shevchenko, il Milan punterà deciso sull’attaccante di Livorno.

Il 17 dicembre, a Ginevra, si decidono gli accoppiamenti per i quarti di finale di Champions League. Il cerimoniale dura poco e la Dinamo, che aveva messo dietro di sé PSV, Newcastle e Barcellona, pesca la Juventus di Marcello Lippi. Poteva andare peggio. Alla Juventus, ma non ai giornalisti italiani. Internet non è ancora così efficiente e il club ucraino sembra tenerci particolarmente a rimanere avvolto nel mistero. Spiegare chi è questo Andriy Shevchenko, dunque, diventa una missione molto complicata.

Qualche testata si confonde e lo ribattezza Oleg (in una chiara assonanza con Oleg Salenko, capocannoniere di USA 1994 con 6 reti, di cui 5 segnate nella gara contro il Camerun). Freud ci ha messo lo zampino, certo. Ma anche agli altri non va poi meglio. La Gazzetta dello Sport garantisce una certa somiglianza fra l’attaccante e Robbie Williams dei Take That. Un paragone a dir poco azzardato. E meno male che Lobanovsky non legge l’italiano, altrimenti sarebbe andato su tutte le furie.

L’andata dei quarti si gioca il 4 marzo, ma a metà gennaio del 1998 il Colonnello comincia a mettere pressione agli avversari. Tanto per far capire alla Juventus con chi avranno a che fare, l’allenatore spiega perché Shevchenko è indiscutibilmente più forte del Fenomeno. «I grossi nomi – dice – bloccano lo sviluppo del calcio, costano molto e mancano di motivazione. Guardate Ronaldo. Non migliora. L’ho visto una volta. Nel primo tempo è rimasto fermo ad aspettare finché 5 minuti prima dell’intervallo non ha segnato. Ma cosa sarebbe successo se non ci fosse riuscito? Perché si deve avere una stella se non fa alcun lavoro?». E ancora: «Anche se Shevchenko non segna è comunque utilissimo alla squadra: questo è il futuro del calcio. Alan Shearer? Non sono sicuro che lo vorrei nella mia Dinamo. Abbiamo fatto un video di una sua partita. Ha toccato 10 palloni in tutto, 9 dei quali voltando le spalle alla porta. Non ha fatto un solo tiro. Senza speranza. Ma è una stella».

«Non sono sicuro di volere Alan Shearer nella mia squadra. Abbiamo fatto un video di una sua partita. Ha toccato 10 palloni in tutto, 9 dei quali spalle alla porta. Non ha fatto un solo tiro. Senza speranza». Valeri Lobanovsky

Il Milan, intanto, continua  lavorare a fari spenti sul mercato. Ma in attesa di disegnare il futuro, il presente comincia ad assomigliare a un quadro dalle tinte fosche. Il 25 gennaio i rossoneri perdono per 0-2 in casa contro la Fiorentina di Alberto Malesani. A metà campionato il Diavolo è nono in classifica con 24 punti, 14 in meno della Juventus capolista. Patrick Kluivert è in crisi, Capello è in bilico, così a fare autocritica è capitan Paolo Maldini. «Qualcuno dei miei compagni quando scende in campo a San Siro perde sicurezza – dice alla Gazzetta – non mi riferisco solo a Kluivert. In passato è capitato anche a me». Eppure il tackle più pesante Maldini lo affonda a fine intervista: «Voi pensate che la società sia disposta a fare un simile investimento per Shevchenko? Tra l’altro su un giocatore che dovrebbe ambientarsi? Il suo acquisto – spiega – non garantirebbe la conquista dello scudetto. Preferirei uno come Batistuta. Un cannoniere già vaccinato che la butta sempre dentro».

«Voi pensate che la società sia disposta a fare un simile investimento per Shevchenko? Tra l’altro su un giocatore che dovrebbe ambientarsi? Il suo acquisto non garantirebbe la conquista dello scudetto. Preferirei uno come Batistuta. Un cannoniere già vaccinato che la butta sempre dentro». Paolo Maldini

Sarà, ma il prezzo dell’attaccante ucraino è salito ulteriormente. Il 23 gennaio il Milan ha provato a intavolare una nuova trattativa ma si è sentito chiedere 54 miliardi di lire. Venti in più dell’ultima volta. E intanto, a un mese esatto dalla sfida contro la Juventus, la Dinamo resta un rebus. Con il campionato ucraino fermo, la squadra del Colonnello ha svolto un ritiro in Germania dal 5 al 22 gennaio, poi è volata a Ginevra per il “Torneo dei Re”, un quadrangolare con Sampdoria, Servette e Vitoria Setubal che non sembra avere molti punti di contatto con il calcio. Si tratta di un torneo di football-sala con regole singolari: è consentito il gioco di sponda, i tempi durano 20′, le squadre sono composte da 6 giocatori e il fondo è sintetico, steso sul ghiaccio di una pista da hockey.

Shevchenko vince il titolo di miglior giocatore del torneo e il presidente della Dinamo continua a tenerlo nascosto. L’attaccante, per ordine di Surkis, è blindato nella camera numero 608 dell’hotel Intercontinental e nessuno può avvicinarlo, intervistarlo o semplicemente parlargli. Anzi, il numero uno della Dinamo, al telefono, ha provato a far credere che la Dinamo fosse già partita per il ritiro in Israele.

«Tecnicamente Shevchenko è bravo, possiede una grande velocità. Qui a Ginevra l’ho visto all’opera di persona per la prima volta. Fra l’altro credevo che fosse più alto, alla luce dei tre gol segnati al Camp Nou, ma evidentemente è molto bravo di testa. Con gli elogi, comunque, sarei più cauto». Beppe Signori, 5 febbraio 1998.

Vista la fase di stallo, qualche club cerca di inserirsi nella trattativa. Il Parma chiede timidamente informazioni a Surkis. E altrettanto timidamente batte in ritirata quando si sente chiedere 63 miliardi di lire per il giocatore. Il 4 marzo, però, è il campo a parlare. Al Delle Alpi si gioca l’andata dei quarti di finale di Champions League. Per Shevchenko è una specie di prova del nove. Se dovesse fare bene anche contro i bianconeri significherebbe che il ragazzo ha davvero la stoffa del fuoriclasse. La partita, però, è orrenda. La Dinamo si chiude dietro e cerca di sfruttare le ripartenze e, soprattutto, la gara di ritorno in casa.

«Ogni tanto ci arriva, col vento dell’Est, la favola del calcio del Duemila, prodotto in laboratorio a Kiev, diretto da un uomo serio, grasso e un po’ triste che sembra uscito da un vecchio ritratto del Cremlino» scrive il giorno dopo Candido Cannavò sulla Gazzetta, etichettando il calcio di Lobanovsky come il “Catenaccione del Duemila”. Al fischio finale è 1-1, con il discorso qualificazione rimandato alla gara di ritorno. Il Milan cerca di sfruttare la trasferta della Dinamo in Italia per provare a piazzare il colpo. Galliani offre 40 miliardi di lire a Surkis, che anche stavolta rifiuta. Oltre ai soldi, infatti, c’è anche un’altra chiave di lettura. Quella politica. Surkis è candidato al parlamento ucraino e teme che vendere ora il calciatore possa essere un attentato alla sua popolarità. L’idea è quella di tenere Shevchenko fino alle elezioni di fine marzo 1998, poi si vedrà.

Il Diavolo, invece, è convinto che ci sia uno spiraglio. Sarebbe sufficiente anche solo strappare una promessa, un diritto di prelazione. Ma bisogna fare alla svelta. Il giorno della partita, infatti, si è trasformato in una piccola spy story, con tanto di pedinamenti. Fonti certe raccontano che le società interessate all’attaccante hanno bussato alla porta di Surkis con qualche uomo poco riconoscibile. Il Barcellona, invece, ha inviato direttamente Sir Bobby Robson, ex allenatore dei catalani che ora ricopre ruoli manageriali. È stato l’ultimo a incontrare il presidente della Dinamo. Alle 18. I due hanno parlottato per circa un’ora prima di salutarsi. Anche Larini, il ds del Parma, ha provato a imbastire una trattativa. Senza troppo successo. «Al momento è dura – dice alla Gazzetta – secondo me si stanno divertendo a prendere in giro tutti, hanno troppi soldi per cercarne a tutti i costi altri».

Ed è vero. Nel 1995 la Dinamo è iniziato la costruzione del nuovo centro sportivo. Costo: oltre 30 miliardi di lire. Surkis, che ha rilevato il club nel 1993, non ha bisogno di vendere per fare cassa. Dopo essersi laureato all’istituto di tecnologia di Odessa, Surkis ha fatto diversi affari: sottomarini, vino, ristrutturazioni edili. Poi, il crollo dell’Unione Sovietica l’ha trasformato in uno dei “nuovi ricchi” del paese. Ora ha deciso di candidarsi alle elezioni parlamentari ed è il quinto nella lista dei socialdemocratici. E fa propaganda attivamente anche grazie al suo club.

La soluzione, secondo gli operatori, è arrivare a parlare direttamente con il giocatore. Non proprio un’impresa semplice, visto che il presidente della Dinamo lo tiene blindato. E non c’è neanche modo di ottenere informazioni sul contratto dell’attaccante. Si dice che abbia un accordo per i prossimi 5 anni, ma che ci siano delle firme che consentano una serie infinita di rinnovi. Inoltre il suo stipendio sarebbe di circa 1.500 dollari al mese, con casa, auto, vitto e vacanze pagate dal club.

Tutto troppo complicato, così il Milan decide di cambiare obiettivo. Archiviato Lucarelli, si punta forte su Oliver Bierhoff dell’Udinese. Solo che anche qui le trattative non procedono spedite. I bianconeri vogliono 30 miliari di lire per liberare il tedesco. Il Diavolo ne offre 22, senza contropartite tecniche. Prendere o lasciare. Anche perché i rossoneri hanno già un accordo da due miliardi e mezzo a stagione con il giocatore. I rossoneri sono a un binario morto. Galliani annuncia la resa. «Shevchenko è un fuoriclasse – dice – Se è da Milan? Lo sarebbe se non costasse 60 miliardi. E questo prezzo esorbitante costituisce la classica risposta di chi vuol fare capire che vuole tenersi l’argenteria».

L’uva sembra davvero impossibile da raggiungere, così l’attenzione sulla trattativa si dissolve. Lobanovsky non ama il fatto che i suoi giocatori vadano in giro con macchine potenti e si ritrova a gestire una grana. Dopo l’andata contro la Juventus, Shevchenko viene coinvolto in un incidente. Il ragazzo se la cava senza neanche un graffio, ma la sua Mercedes 200 è distrutta. La punta ha il morale sotto i tacchetti. Anche per via della prova incolore al Delle Alpi. «Mi sono fatto tradurre i giudizi della stampa italiana e devo ammettere: hanno ragione – spiega – Però i voti erano così bassi perché ci si aspettava più di quanto potessi dare». L’aria si fa pesante. A Kiev finisce 1-4 per la Juventus (che poi perderà in finale contro il Real Madrid). Sembra il momento buono per piazzare l’attacco finale.

Il 24 maggio, però, ecco il colpo di scena. Anche la Roma si è messa sulle tracce dell’attaccante ucraino. Franco Sensi ha promesso una grande punta a Zdenek Zeman. Qualcuno parla già di Batistuta, altri di Cruz. Il Boemo, però, rilancia. I giallorossi stanno trattando Alenichev, così qualcuno avanza l’ipotesi che l’acquisto del centrocampista possa essere un’operazione utile per parlare di Schevchenko. «Ci stiamo arrivando per altre strade» sorride Zeman, facendo capire che la Roma è ben presente sul mercato. In quella campagna acquisti arriveranno nella Capitale Sterchele, Zago, Wome, Alenichev, Tomic e Frau. La punta che Sensi regala ai giallorossi è effettivamente straniera. Peccato, però, che non si tratti dell’attaccante della Dinamo, ma di Gustavo “El Facha” Bartelt.

La soap opera, tuttavia, si traveste improvvisamente da spy story. Il 31 maggio la Gazzetta parla di una non meglio definita spedizione a Kiev. «Ieri è partito per la capitale ucraina un amico di due giocatore russi che giocano in Italia e che, di tanto in tanto, è in contatto con il Milan – scrive Bruno Bartolozzi – Cerca di capire meglio la situazione per aprire la strada a una eventuale trattativa con Surkis, potente lobbista ucraino, deputato del partito al governo (ex comunista)». La speranza è che al misterioso intermediario vada meglio che agli emissari dei Rangers. Qualche settimana prima, Vincenzo Morabito e un altro agente Fifa avevano ottenuto mandato dalla squadra di Glasgow per chiudere l’operazione a 30 miliardi di lire. I due erano erano stati alloggiati nella foresteria della Dinamo ed erano stati sorvegliati a vista. Alla fine Surkis aveva respinto l’offerta senza neanche organizzare un incontro con il calciatore.

Shevchenko

«Shevchenko? Ci stiamo arrivando per altre strade». Così Zdenek Zeman ha annunciato l’interesse della Roma di Franco Sensi per la punta ucraina (Foto: LaPresse).

Ora, però, le prospettive dei rossoneri sono cambiate. Il decimo posto finale in campionato è costato la panchina a Fabio Capello. Berlusconi ricomincia dall’artefice del miracolo Udinese. E Alberto Zaccheroni decide di portarsi dietro due pedine fondamentali come Bierhoff e Helveg. Il 2 giugno c’è il primo summit di mercato fra Galliani, Braida e il nuovo tecnico. I rossoneri avrebbero in mano il sì di Shevchenko, ma resta da convincere la Dinamo. La sensazione è quella di poter chiudere l’affare intorno ai 40 milioni per regalare la punta ucraina al mister e completare un tridente offensivo con Bierhoff e Weah. Al termine del vertice Galliani incontra i giornalisti e si lascia scappare un «siamo sulla buona strada». E a fine mese il Milan piazza il colpo. Il suo nome è Andres Guglielminpietro e pare sia stato suggerito da Zaccheroni in persona. Si tratta di un acquisto di contorno, di un giocatore interessante che può dare una mano. Ma il pezzo da novanta deve ancora arrivare.

Prima bisogna vendere. Così alle 22.10 del 29 agosto il Milan centra un colpo quasi insperato. Dopo una trattativa piuttosto complessa, il Diavolo era riuscito a cedere Patrick Klivert al Barcellona. Il giocatore si era messo di traverso e aveva rischiato più volte di far saltare il trasferimento. Ogni volta che i due club arrivavano a un accordo, l’attaccante olandese rilanciava chiedendo una macchina diversa, una casa più grande. Fino al colpo di scena. Al momento di mettere la firma sul contratto, infatti, Kluivert aveva cambiato idea dicendo di non volere più un contratto di 7 anni come un presidente della repubblica qualsiasi, ma per 4 stagioni. Ma d’altra parte la giornata era iniziata con un equivoco degno di Totò e Peppino. Secondo la Gazzetta, Alberto Zaccheroni avrebbe chiamato Kluivert per fargli gli auguri in vista del suo futuro al Barça. L’attaccante, però, avrebbe frainteso. Così, pensando che il mister gli avesse chiesto di restare, aveva detto alla dirigenza di far saltare la trattativa. Ci sarebbe voluta una seconda telefonata di Zaccheroni per convincere il giocatore dei reali intenti del mister. Una storia che ha mandato in estasi i dirigenti del Barcellona che, con il sorriso sulle labbra, hanno iniziato a raccontarla ai quattro venti.

Nonostante la cessione dell’olandese, il mercato del Milan non si sblocca. Il 1° settembre Zaccheroni si presenta in conferenza stampa e parla chiaro. «Di Shevchenko so poco – dice – mi pare più mezzapunta che punta, ma l’ho visto giocare in tv e in tv si vede solo il movimento con la palla. Poco per dare giudizi. Gioca con una squadra che disputa la Coppa dei Campioni e il suo acquisto in questo momento mi sembra meno che un’ipotesi. Guglielminpietro? Sta andando molto meglio rispetto alle prime uscite. È giovane, viene da un altro calcio e ha bisogno di tempo per adattarsi».

Il tecnico, però, deve già fare i conti con qualche grana. George Weah, ad esempio, non gradisce poi molto la sua nuova posizione di esterno sinistro. Lui ha sempre giocato centravanti e, a 32 anni, non ha nessuna voglia di partire decentrato. E mentre Zac si trova a dover trovare la formula magica per far convivere i suoi campioni, la Dinamo Kiev riprende a volare in Champions League.

Dopo essere caduta in casa del Panathinaikos nella prima giornata del Gruppo E, la squadra di Lobanovsky pareggia 1-1 con Lens e Arsenal. Il 5 novembre, a Kiev, si gioca quello che assomiglia molto a uno spareggio. I gunners devono rinunciare a Dennis Bergkamp (che non se l’è sentita di salire su un aereo per raggiungere l’Ucraina) e agli infortunati Adams, Overmars e Anelka. E si vede. La Dinamo si impone 3-1 grazie alle reti di Rebrov, Horovko e Shevchenko (di Hughes il gol della bandiera inglese) e si prende la testa del girone. Esattamente il risultato che il Milan sperava di evitare. Perché con gli ucraini in corsa per il passaggio del turno, mettere le mani sul numero 10 diventa praticamente impossibile.

L’unico a crederci ancora è Adriano Galliani. E il 7 novembre 1998 il dirigente rossonero riesce a strappare un “accordo sulla parola” con Surkis. Se la Dinamo non dovesse passare il girone di Champions, allora Shevchenko sarebbe a Milano già il 4 gennaio, giusto in tempo per essere schierato contro la Juventus nella sfida di San Siro in cartellone per il giorno della befana. E Surkis questo accordo intende rispettarlo davvero. Il Chelsea, che aveva provato a inserirsi nella trattativa, si era sentito rispondere che il futuro del giocatore era già stato deciso, che presto sarebbe andato in Italia.

Dopo una decina di incontri fra Kiev, Montecarlo, Ginevra e Milano, si aspetta un’ultima riunione. Stavolta decisiva. L’unica certezza riguarda il prezzo del cartellino. 50 miliardi di lire cash. E Shevchenko si sarebbe sfilato finalmente la maglia della Dinamo per vestire quella del Milan. Fanno 13 miliardi in meno rispetto a quanto chiesto al Parma qualche mese prima. Così il Diavolo decide di accelerare. Secondo la Gazzetta «una cifra molto altra è stata depositata in un istituto di credito milanese» circa un mese prima.

Adriano Galliani, però, è riuscito a dribblare tutti. L’incontro decisivo è già avvenuto. A Milano, prima del derby dell’8 novembre. Ed è durato addirittura 3 giorni. La dirigenza rossonera ha trattato con Viktor Medvedciuk, vicepresidente vicario del club ucraino, e con Valentin Sgurski, amministratore delegato. Tutto definito, dunque. Ora bisogna aspettare l’ultima incognita: il cammino della Dinamo in Champions League.

«Confesso di aver chiesto una cassetta di Shevchenko, di essermela portata dietro nei miei tanti spostamenti in aereo senza avere il tempo di guardarla. Ora l’ho pure persa». Silvio Berlusconi, 29 novembre 1998.

E le notizie non sono positive. Il 26 novembre gli ucraini battono 2-1l Panathinaikos e si confermano in testa al girone. Per l’occasione Galliani vola a Kiev in “missione diplomatica”. Poco più di una formalità. Anche perché Alberto Zaccheroni non ha molta fretta di avere a disposizione l’attaccante. L’ex allenatore dell’Udinese è un fiero sostenitore della teoria secondo la quale ogni attaccante straniero, a prescindere dal suo spessore, necessita di un periodo di adattamento al calcio italiano di circa 6 mesi.

Qualcosa, però, stona. Silvio Berlusconi infatti non si è ancora esposto in prima persona. Così a fine novembre i giornalisti gli chiedono un commento su un’operazione analoga a quella che aveva portato Ronaldo all’Inter. «Confesso – dice il numero 1 rossonero – di aver chiesto una cassetta, di essermela portata dietro nei miei tanti spostamenti in aereo senza avere il tempo di guardarla. Ora l’ho pure persa».

A dicembre tutto diventa più chiaro. La Dinamo batte anche il Lens (1-3 in Francia) e vola ai quarti di finale di Champions. Shevchenko resta dov’è. Almeno fino a giugno. Intanto, però, pochi giorni prima di Natale l’attaccante sbarca a Milano per sostenere le visite mediche con i rossoneri. Alcuni tifosi lo avvistano in via della Spiga, lui li saluta con un semplice «Forza Milan» seguito da uno zoppicante «Oggi visite mediche». Andriy gira per il centro, si ferma davanti alle vetrine del triangolo della moda. Qualcuno giura di averlo visto con le mani piene di buste. Poi, dopo la cena in un ristorante tipico, l’attaccante e Surkis salgono di nuovo su un aereo e tornano in patria. È un arrivederci.

Intanto anche Silvio Berlusconi recupera. Il 23 dicembre all’Hotel Marriott è fissata la festa di Natale del Milan. Il Cavaliere, che si era perso le ultime due edizioni, stavolta ha molta voglia di parlare del suo nuovo acquisto: «Quando ha la palla fra i piedi Shevchenko fa sempre accadere qualcosa», dice. E ancora: «Se ci saranno altri colpi? Galliani in questo periodo non ha altro da fare che spendere soldi». Fra i 330 invitati ci sono anche Teo Teocoli, Emilio Fede e proprio il presidente della Dinamo, Surkis. Che però è arrivato senza Shevchenko. Ma anche Galliani vuole il suo spazio. Così racconta alla Gazzetta il primo incontro fra il Cavaliere e il presidente del club ucraino: «Quando Berlusconi ha conosciuto il presidente della Dinamo – svela Galliani – gli ha detto: “Ah, lei è quello che mi farà diventare povero”»·

«Quando Berlusconi ha conosciuto il presidente della Dinamo, Grigory Surkis gli ha detto: “Lei è quello che mi farà diventare povero”». Adriano Galliani, 23 dicembre 1998. 

Il 10 febbraio del 1999 la Dinamo sbarca a Malpensa. La squadra di Lobanovsky, che ha ripreso la preparazione da appena 20 giorni, giocherà in un’amichevole contro il Milan e poi, il giorno successivo, si sposterà a Monza. Due tappe rapidissime prima di volare in Israele per l’ultima parte del ritiro necessario a preparare la sfida di andata dei quarti di finale contro il Real Madrid. Il Colonnello cammina alla testa del suo piccolo plotone. Un manipolo di combattenti così autarchico che si è portato anche il vino (georgiano) da casa. Nessuno ha il permesso di parlare, così per non irritare Lobanovsky ma per accontentare comunque i giornalisti l’attaccante si lascia scappare addirittura un «ciao».

L’attaccante sa di avere gli occhi di tutta Milano (e non solo) addosso. In campo regala qualche perla ma non incide. Poi, all’82’, Lobanovsky lo richiama in panchina mentre la Curva gli dedica un coro. A fine partita il Colonnello gli permette di scambiare due parole con i cronisti. Niente di troppo elaborato. Frasi come «San Siro mi ha fatto una bella impressione», «credo di potermi inserire bene negli schemi di Zaccheroni» o «La forza del Milan è il collettivo».

Come al solito Shevchenko preferisce parlare sul campo. A marzo la Dinamo affronta un Real Madrid in crisi nera. Al Bernabeu finisce 1-1, in Ucraina i padroni di casa si impongono per 2-0. L’attaccante segna tutti e tre i gol della sua squadra e diventa un santino vivente, un’icona del calcio internazionale. Tanto che la Gazzetta decide di inviare un suo giornalista a Kiev per cercare di tracciare un profilo ancora più dettagliato del prossimo fuoriclasse rossonero.

Per riuscirci il giornalista chiede aiuto ad Alessio Frolov, ex funzionario della Parmalat ucraina che ora vive di commercio. Si apprende subito che il “gancio”, che si è sposato con una donna siberiana, condivide con Shevchenko la passione per la pizza “quattro stagioni”. E mentre il contatto traduce un’intervista alla mamma del calciatore, a qualche giocatore del Milan viene chiesto un parere sul nuovo compagno. «Per ora è un club che ha poche partite importati – dice Oliver Bierhoff – e perciò può concentrarsi su certi impegni. Inoltre Shevchenko ha una squadra che gioca per lui. In Italia sarà diverso».

Le ultime due grandi partite di Shevchenko con la maglia della Dinamo vanno in scena ad aprile. Semifinali di Champions League contro il Bayern Monaco. L’andata si gioca in Ucraina. E finisce 3-3. Il numero 10 segna 2 gol (sono 11 in tutto in quella sola Champions League), i padroni di casa giocano alla grande e si portano addirittura sul 3-1. Poi, a 12′ dalla fine, ecco il crollo. Effenberg accorcia le distanze, Jancker pareggia a 60 secondi dalla fine. Il 3-3, ovviamente, è un tesoro chiuso nel forziere dei bavaresi. Che nel return match si impongono 1-0 grazie a un gol di Mario Basler. Game over. Senza la possibilità di inserire un altro gettone.

Mentre il Bayern perderà in finale contro il Manchester United, in una partita diventata autentica leggenda, il futuro di Shevchenko è diventato presente. Il 2 giugno il Milan di Zaccheroni, fresco campione d’Italia, decide di facilitare l’inserimento del suo nuovo fenomeno concedendogli la compagnia di un connazionale che da tempo vive nello Stivale. Il 16 giugno la punta arriva di nuovo a Malpensa. Stavolta per restare. L’obiettivo è fare il turista per qualche giorno, prendere confidenza con la città e con la sua nuova società, imparare i rudimenti della lingua e trovare una casa. Poi, dopo una tappa a Kiev, il 1° luglio si aggregherà alla squadra in Sardegna per l’inizio della preparazione.

All’inizio il ragazzo passa inosservato. Gli unici a riconoscerlo fra le vie di Milano sono dure tifosi albanesi. I giornali, però, non si perdono neanche un suo spostamento. La Gazzetta, ad esempio, intervista il suo insegnante di italiano e la responsabile dell’associazione Italia – Russia, dove l’attaccante sta cercando di imparare la grammatica. La prima parola che ha provato a trascrivere in italiano è stata “spogliatoio”. La prima frase che ha provato a dire è stata “sono stanco”. In una pausa fra una lezione e l’altra decide di visitare Milanello. E di allenarsi.

Il 22 giugno ecco la prima intervista. Preceduta da una puntualizzazione del vicepresidente Adriano Galliani. «L’avvocato Cantamessa si raccomanda di dire che è il futuro auspicabile attaccante del Milan. Perché lui è qui, ma la sua Dinamo Kiev, pur avendo già vinto lo scudetto, gioca il campionato fino al 15 luglio e quindi dobbiamo rispettare i termini». La telenovela, dunque, non è ancor finita.

«Berlusconi mi ha detto: “Io vedo in te un altro Marco van Basten. E ti auguro di diventare come lui. Ricorda: van Basten è arrivato al Milan che era già un campione. Ma nel Milan è diventato un fuoriclasse mondiale”. Ho tirato il fiato, ho sentito i brividi perché lì ho capito il senso d una missione che Berlusconi mi stava affidando». Andriy Shevchenko, 22 giugno 1999.

Il lieto fine arriva il 21 luglio, con la presentazione ufficiale del Milan, la squadra che entrerà nel nuovo millennio con lo scudetto cucito sul cuore, che è anche l’occasione per festeggiare i 100 anni della società. E la festa non è esattamente nel segno della sobrietà. In occasione dei 30 anni dallo sbarco sulla Luna, i rossoneri hanno preparato una giornata speciale. Tutto parte da uno sponsor: il Milan prende in prestito dall’Omega il fuoristrada lunare che accompagnò gli astronauti della missione Apollo XVII.

A guidarlo c’è Eugene Cernan, uno dei 12 uomini ad aver camminato sulla Luna, che accompagna Zaccheroni sul prato di San Siro mentre i giocatori lo seguono a piedi. Poi Cernan regala all’allenatore un orologio con scritto “Ciao Houston l’aquila è atterrata”, mentre poco prima Cesare Cadeo e Gerry Scotti avevano dato il via alla presentazione della serata.

Due giorni più tardi ecco che la festa si trasferisce all’Hyper, il locale ricavato all’interno dell’ippodromo. Silvio Berlusconi si prende la scena, come al solito. «Devo fare una comunicazione semiufficiale alla squadra – dice – attenzione perché ora taglieremo la torta del centenario, ma se non vincete, con lo stesso strumento a fine stagione forse vi taglieremo qualcos’altro».

L’inserimento di Shevchenko procede spedito. Nel precampionato l’attaccante segna e fa segnare i compagni. Poi, durante il Trofeo Berlusconi, la punta esce zoppicando dal campo. Il giorno successivo, a Milanello, mostra una fasciatura al polpaccio destro. Ma Andriy assicura la sua presenza contro il Parma, nella sfida che mette in palio la Supercoppa, che si gioca a San Siro il 21 agosto 1999.

Il Diavolo gioca bene, a volte domina la partita, ma non riesce a chiudere il match. Così ad approfittarne sono i ducali, che ribaltano in vantaggio iniziale di Guglielminpietro grazie alle reti di Crespo e Boghossian, al  secondo minuto di recupero. Un risultato che fa andare su tutte le furie Silvio Berlusconi, che per qualche minuto deve aver ripensato a quella frase sul coltello e sulla torta del centenario. «C’è poco da fare – dice il Cavaliere – Shevchenko si sta sacrificando come un centrocampista. Guardate il Parma, invece: dal piede di Ortega può sempre partire la palla buona. Sentiamo incredibilmente la mancanza di un uomo dietro le punte. Con Weah, Bierhoff e Shevchenko  in campo il tridente non si può fare: io non boccio il modulo, ma il modulo in relazione alle nostre individualità».

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