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Icons – Edmundo

By 9 Ottobre 2019

Il costumino turchese mette in risalto i suoi muscoli, al resto ci pensa la tintarella che comincia a farsi vedere. Le sue mani vanno a tempo, i suoi piedi improvvisano qualche passo di danza, il suo bacino ondeggia da destra verso sinistra. E viceversa.

Edmundo balla.
Balla sulla spiaggia da sogno di Ipanema.
Balla mentre a diecimila chilometri di distanza Giovanni Trapattoni si siede in panchina nonostante una colica renale gli stia perforando la pancia.
Balla mentre la “sua” Fiorentina, priva di Gabriel Omar Batistuta, perde a Udine e si fa agganciare in vetta alla classifica dalla Lazio.

A lui questo non importa. Per niente. Edmundo ha in mente solo una sfida. Quella fra le sue “Feras de Praia” (le “Belve della spiaggia”) e le “Estrellas de aeria” (le “Stelle della Sabbia”). Una partita contro l’amico Renato Gaucho Portaluppi, ex meteora giallorossa, in quello che può essere considerato il suo sporto preferito: il futevolei, il calcio-pallavolo. Una passione che per lui viene prima di molte cose.

Anche per questo non ci ha pensato su due volte prima di rispedire al mittente la scommessa che gli aveva proposto Renato. «Se vinci tu, io non giocherò a futevolei per tutto il ’99. Se vinco io, tu non tornerai più in Brasile per le vacanze». La posta in palio è decisamente troppo alta.

Edmundo non prende nemmeno in considerazione l’idea di perdersi il Carnevale di Rio. Neanche se in quell’inverno fra il 1998 e il 1999 la sua squadra, dall’altra parte del mondo, è in lotta per vincere lo scudetto. Neanche se la sua squadra avrebbe bisogno delle sue giocate per continuare a sognare.

Edmundo è fatto così. Una testa calda che nemmeno la cura del Trap è riuscita a raffreddare. Una testa calda che quando spegne la mente e pensa con i piedi mostra di custodire un talento fuori dal comune.

Eppure tutti a Firenze sapevano a cosa andavano incontro. Quando i dirigenti viola sbarcano a Rio per trattare con il Vasco da Gama, sono perfettamente al corrente di avere per le mani un attaccante dai numeri straordinari e dai colpi di testa imponderabili. Una fama che Edmundo si è costruito sul campo. Con pazienza. Una partita dopo l’altra. E a 26 anni il suo curriculum di “pazzie” è già di tutto rispetto.

In un incontro di campionato del 1994, con la maglia del Palmeiras, l’attaccante ha prima speso una parte significativa del suo tempo a provocare la panchina del San Paolo e poi ha centrato un avversario. Un colpo secco al quale è seguito un cartellino rosso, un cartellino rosso al quale è seguita una rissa che solo l’intervento della polizia è riuscito a sedare.

Niente di speciale per un tipo come lui. Ordinaria amministrazione per un’attaccante che riesce sempre a trovare un motivo per dare in escandescenze. Così, sei mesi dopo, Edmundo ha deciso di esportare all’estero il suo marchio di fabbrica. Il Palmeiras è atterrato in Ecuador per la Copa Libertadores. Una trasferta contro il Nacional che ha portato in dote una rovinosa sconfitta per i brasiliani. La punta ha accettato con sportività il verdetto del campo, tanto da prendere a calci la telecamera di un operatore locale. Un accanimento che gli è costato due giorni ai domiciliari in un albergo di Guayaquil (La querelle si è risolta in con il ritiro della denuncia da parte dell’aggredito, da la Repubblica, Edmundo arrestato, 13 marzo 1995).

Giornate di stop che si sommano ad altre giornate di stop. Come in un vortice. Come se si trattasse della cosa più normale del mondo.

Come è successo anche nel novembre del 1995. Edmundo segna ed esulta, segna e fa gridare allo scandalo la Nazione. La Federcalcio guarda i filmati e decide di usare il pugno di ferro. Lui (che nel frattempo è passato al Flamengo) e Nelson (Vasco da Gama) vengono fermati per ben 40 giorni. Il motivo? “Atti volgari in pubblico”. Un modo edulcorato per dire che i due erano stati condannati per aver «afferrato con la mano i genitali propri o di alcuni avversari».

Un pedigree che avrebbe fatto scappare chiunque, una serie di bizzarrie che avrebbe messo tutti sul chi va là. Tutti tranne la Fiorentina. Così, mentre l’allenatore del Brasile Zagallo fa sapere al mondo intero che a Edmundo «non servirebbe uno psicologo, ma uno psichiatra», la Fiorentina comincia il suo lungo corteggiamento. Nell’estate del 1997 gli emissari viola sbarcano in Sudamerica con in tasca un assegno da 12 miliardi di lire. ‘O Animal è della Fiorentina. ‘O Animal è della Fiorentina ma potrà arrivare in Italia solo a gennaio.

In attesa di iniziare la sua nuova avventura, Edmundo festeggia il Capodanno insieme a Diego Armando Maradona. Poi sale su un aereo e atterra in Toscana. Si infila a fatica la maglia gigliata, si affaccia dal balcone della palazzina di piazza Savonarola e comincia a pontificare. «In Brasile mi hanno marchiato così per via di fatti accaduti quando ero più giovane – dice – Ma qui in Italia riuscirà a frenare il mio istinto e a fare il mio dovere per il bene della Fiorentina e per riconquistare un posto in Nazionale per i Mondiali. Ho avuto un grande dono da Dio. Per questo ho una missione: far divertire la gente».

Subito dopo si sfila la maglia gigliata e inizia ad aspettare. Aspetta che il transfer ufficializzi la sua nuova vita,  aspetta che Alberto Malesani riesca a ritagliargli un posto da protagonista nello scacchiere viola. Edmundo non si è ancora neanche allacciato gli scarpini, ma l’aria a Firenze già sembra essere cambiata. Il giorno della sua prima partitella in famiglia si presentano in cinquemila al campo di allenamento. Una festa che nessuno si vuole perdere, una festa rovinata da una scazzottata. Non una rissa fra due persone qualsiasi, una rissa fra il vicepresidente Ugo Poggi e il giornalista Massimo Sandrelli, responsabile delle relazioni esterne.

A far scoppiare la scintilla è stata una battuta che Poggi si è lasciato sfuggire di bocca in una trasmissione televisiva (“Fossi Cecchi Gori chiuderei Canale 10”). «Ero nervoso da morire perché da quando ho fatto quella battuta non dormo – racconta il vicepresidente – Sandrelli mi ha visto e mi ha fatto un buffetto amichevole. A me ha dato l’impressione di una presa in giro. È volata qualche parola grossa, Luna l’ha portato via e io li ho seguiti». Qualche tempo dopo Poggi si è avvicinato a Sandrelli e l’ha colpito. Due pugni in pieno volto che gli hanno spaccato l’arcata sopraccigliare, due pugni che fanno pensare ai maligni che non si tratti di un semplice caso, due pugni che qualcuno sostiene siano frutto del nuovo clima portato dal brasiliano.

Edmundo non si lascia impressionare più di tanto e ricomincia ad allenarsi. Vuole diventare importante per questa squadra, sogna di lasciare il segno, spera di andare in Francia con un posto assicurato nel suo Brasile. Ma le cose cominciano subito a girare in maniera diversa. Il suo inserimento non è dei più veloci. A rallentarlo ulteriormente ci pensa la Gold Cup. Dopo quarantuno giorni la punta ha messo insieme solo dieci minuti in Fiorentina – Lazio (finita 1-3 per gli ospiti) e novanta minuti in Coppa Italia contro la Juve al Delle Alpi.

Troppo poco per farlo sentire al centro del progetto, abbastanza per farlo infuriare. L’8 febbraio mister Malesani fissa una doppia seduta di allenamento. Di Edmundo nemmeno l’ombra. Il brasiliano prende la macchina e arriva a Roma. Sale su un aereo con destinazione Rio de Janeiro e chiude gli occhi. Edmundo si 1lascia alle spalle i problemi e prova a immaginare quello che lo aspetta una volta scese le scalette dell’aereo.

Di nuovo casa, di nuovo la felicità, di nuovo il Carnevale. Quel Carnevale al cui confronto anche una culla della Civiltà come Firenze può sembrare una topaia. Almeno ai suoi occhi. In Sudamerica non perdono tempo. Il Vasco da Gama conferma di aspettare impazientemente l’attaccante per la sfilata al sambodromo di Rio della scuola “Unidos de Tjuca”.

Edmundo balla e parla alla stampa. Tutti i giorni. Frasi al veleno contro la Fiorentina, parole imbevute di bile che inacidiscono i tifosi, frecciate che saettano sopra l’oceano e si conficcano nel loro bersaglio. «Non me ne frega niente, ho solo chiesto di giocare. Capisco le esigenze della squadra, della società, ma non mi si può chiedere tutte le domeniche di essere disposto a starmene a guardare. Se non vado in campo vivo male. Mi continuo a chiedere tutto il giorno cosa me ne sto a fare qui. Mi chiedo perché abbiano voluto portarmi in Italia se poi sono costretti tutte le volte a chiedermi di non giocare. Arrivati a questo punto sono disposto a perdere tutto, soldi, immagine, a rischiare pesanti sanzioni anche dalla Fifa. Non mi importa».

E ancora: «La Fiorentina ha speso dei soldi per me, credo convenga anche a loro risolvere il contratto altrimenti ci rimettono. Preferisco rimanere in Brasile, qui sarò sempre titolare». A Firenze prendono tempo. Nessuno vuole arrivare allo scontro frontale, qualcuno spera ancora di riuscire a ricucire lo strappo, in molti pensano che ci sia uno spiraglio per sistemare la faccenda.

Almeno fino a quando l’attaccante non annuncia urbi et orbi la sua volontà di appellarsi all’ONU perché venga riaffermato il suo diritto di giocare titolare. Come se una risoluzione internazionale potesse cambiare gli schemi di Alberto Malesani, come se bastasse un pronunciamento delle Nazioni Unite per farlo entrare nel cuore dei suoi tifosi.

Edmundo torna in Italia quando marzo è già inoltrato. Torna senza pentimenti ma con la voglia di mettere a tacere le critiche che gli sono piovute addosso nelle ultime settimane. Malesani gli regala una presenza in campo contro il Bologna. I tifosi non lo fischiano, anzi. Qualcuno riesce addirittura a trovare un motivo per battergli le mani.

Nonostante quella fuga, nonostante quelle parole, nonostante quel tradimento.

«Mi hanno commosso – spiega Edmundo nel dopopartita – ho un debito di riconoscenza con loro, con la società e con i compagni di squadra e spero di ripagarli subito. Sarebbe bellissimo segnare un gol contro il Napoli. Assicuro entusiasmo e massimo impegno per recuperare il tempo perduto». E la domenica successiva il gol arriva davvero.

All’Artemio Franchi la Fiorentina liquida il Napoli con un rotondo quattro a zero. Edmundo va in rete per ultimo, quando tutto è già deciso. Un gol inutile, un gol che fa battere il cuore dei tifosi, un gol che sembra essere l’inizio di un nuovo matrimonio.

I mesi successivi raccontano una storia molto diversa. La stagione della Fiorentina si conclude con un quinto posto. Troppo poco per Vittorio Cecchi Gori. Il presidente caccia Alberto Malesani (che andrà a vincere una Coppa Italia e una Coppa Uefa con il Parma) e decide di cominciare il nuovo campionato con Giovanni Trapattoni. Un’annata da dimenticare. Un’annata nella quale Edmundo è riuscito a salvare il salvabile.

Dopo un lungo tira e molla Zagallo decide di convocarlo per i Mondiali del 1998. Lui tira un sospiro di sollievo e si mette al servizio della squadra. A modo suo. A inizio giugno filtra l’indiscrezione di una rissa fra Leonardo ed Edmundo nel ritiro della nazionale. La stampa brasiliana conferma, lo Stato Maggiore della Federazione nega. Alla fine il coordinatore dell’area tecnica, Zico, si presenta davanti alle telecamere e prova a mediare. «Tutti i problemi sono stati risolti. Edmundo? Io parlo molto con lui: tutti abbiamo bisogno di una parola di appoggio, di tenerezza, ogni tanto».

Peccato che ogni volta che viene nominata Firenze, la tenerezza evapori dal corpo di ‘O Animal. «Con i viola ho chiuso – grida dal ritiro verdeoro – a Firenze non ci metto più piede anche se trovare una soluzione non sarà facile». Il Vasco da Gama annuncia l’acquisto della punta. Per Edmundo c’è solo un risveglio amaro. Il suo Brasile viene travolto in finale dalla Francia, l’offerta del suo Vasco non verrà neanche presa in considerazione. Il suo futuro non cambia, il suo futuro parla toscano, il suo futuro è tinto di viola.

Il Trap usa massicce dosi di carota per far sentire importante il suo asso. Ed Edmundo sembra ricambiare la sua fiducia. Nei trentaduesimi di finale della Coppa Uefa il brasiliano segna due gol contro l’Hajduk Spalato. Due perle che sembrano un presagio positivo, due perle che ribaltano il risultato e spalancano ai gigliati il portone del turno successivo.

L’allenatore sorride e non si nasconde. «Visto Edmundo? È ora di smetterla di chiamarlo con quel soprannome, anche perché è davvero un ragazzo straordinario». La Fiorentina vola e l’attaccante riesce finalmente a sfoggiare il suo repertorio di colpi a effetto. Il peggio sembra essere passato, la saudade sembra sconfitta, le bizze dell’anno prima sembrano essere solo un lontano ricordo. Ma è proprio in quel preciso momento che dal Sudamerica cominciano a riemergere i fantasmi.

Luiz Carlos, il fratello di Edmundo, viene arrestato a Rio de Janeiro. Viene arrestato a Rio de Janeiro dopo aver svaligiato un appartamento. Viene arrestato a Rio de Janeiro dopo aver svaligiato casa di Edmundo. Un bottino misero, fatto di uno stereo e di un paio di palloni, un bottino che Luiz Carlos è comunque disposto a difendere con tre colpi di pistola verso i vigilantes che provavano a fermarlo.

Edmundo non si scompone e prova a concentrarsi solo sul campo. «Nella Fiorentina sto vivendo un momento eccellente. Ultimamente non hanno preteso molto da me e ho ricevuto solo elogi. Non posso, invece, dire di essermi adattato al tipo di vita italiano: in inverno fa molto freddo e a Firenze non c’è mai niente da fare». I viola si arrampicano fino in cima alla classifica. Una scalata che li porta dritti alla conquista del titolo di campioni d’inverno.

Un titolo inutile, un titolo che porta con sé una maledizione. Raramente chi arriva primo al giro di boa taglia per primo il traguardo. Una legge che trova ferrea applicazione anche in questo caso. Il Carnevale si avvicina e ‘O Animal comincia a mostrare i primi segni di insofferenza. I tifosi viola riempiono una pagina de “La Nazione” con lettere, messaggi e qualche poesia in rima. Frasi come “Non ci lasciare”, “Ti facciamo noi una scuola di samba”, “Vuoi la spiaggia? Te la costruiamo noi, privata”. Messaggi che non scalfiscono neanche la corazza dell’attaccante.

A chi gli chiede: «Ma come fa uno che vive a Firenze a farsi prendere dalla saudade?», lui risponde con un’altra domanda: «Ma avete mai visto Rio?». A tre giorni dalla sfida col Milan Edmundo ha i nervi più tesi che mai. Durante la partitella in allenamento la punta si avvicina a Trapattoni. «Mister, visto che nessuno mi passa la palla, io me ne vado». Il Trap fa spallucce e risponde serenamente. «Vattene pure». Sul campo viola e rossoneri impattano per 0-0. Ma c’è qualcosa di peggio dei due punti persi per strada.

Gabriel Omar Batistuta si ferma per un infortunio. La diagnosi è impietosa: quaranta giorni di stop, quaranta giorni di sofferenza in tribuna. La situazione è grave, tutti sperano che Edmundo capisca il momento e resti in Italia, resti al servizio della squadra. Fatica sprecata. A mezzanotte in punto il brasiliano si è imbarcato su un jet della Varig con destinazione Rio.

«Se non vogliono che torni a Firenze, mi fanno soltanto un piacere, tanto con la Fiorentina a fine anno chiudo e non tornerò più, neanche se mi coprono d’oro come hanno fatto con Batistuta – dice prima di salire le scalette dell’aereo – è solo per i soldi che lui è sempre tornato, ma a me adesso i soldi non interessano più. Mi piace troppo il Brasile. Gabriel infortunato? Trapattoni è così bravo, che saprà inventare sicuramente qualcosa». Ma Edmundo è uno che non sa mordersi la lingua. Così prima di chiudersi alle spalle il portellone dell’aereo, ecco che regala una dose extra di veleno a Batistuta («Di lui non ci si può fidare») e a Rui Costa («È invidioso»).

L’amministratore delegato Luciano Luna prova una debole difesa del giocatore. «Non parte soltanto perché a Rio c’è il Carnevale, ma anche per motivi molto seri. I giudici devono decidere sul suo ricorso alla condanna per omicidio colposo a causa del famoso incidente stradale che già in passato ha provocato tanti problemi al giocatore. La sua presenza è indispensabile».

Il presidente Cecchi Gori dimentica in fretta le serenate cariche d’odio che il brasiliano suona alla società e al “Processo di Biscardi” difende ostinatamente il suo attaccante. «La posizione di Edmundo è chiara. Nel contratto, le parti hanno inserito una clausola in base alla quale ha dodici giorni di vacanza durante il campionato, uno stop che gli consente di saltare una partita. Quando sono sceso negli spogliatoi, ancora sotto choc per quanto era successo a Gabriel, abbiamo constatato che l’infortunio di Batistuta non era così grave da dover fermare Edmundo. D’altra parte, se non fosse partito adesso, il problema si sarebbe riproposto fra tre settimane, con Batistuta ancora infortunato. Quando mi ha salutato, Edmundo aveva le lacrime agli occhi e mi ha detto che tornerà il più presto possibile. Magari già a Udine. E con me ha sempre mantenuto le promesse».

Senza Gabriel e senza Edmundo la Fiorentina è solo la pallida copia di quella squadra che stava dominando il campionato. Il motore della fuoriserie viola si ingolfa poco a poco. Ben presto i sogni di gloria lasciano il posto ai rimpianti. Ormai più che i tabellini delle pagine di sport, di Edmundo si occupano le notizie di cronaca.

Il 7 marzo del 1999 i giornali riportano la notizia della condanna dell’attaccante. Una condanna a quattro anni e mezzo di carcere per omicidio colposo. I fatti risalgono al 2 dicembre 1995, Edmundo esce da una discoteca e si mette alla guida della sua Jeep Cherokee. L’attaccante pigia il piede sull’acceleratore e lancia l’auto lungo la Lagoa di Rio de Janeiro. Quando si accorge della Fiat Uno che procede in senso inverso ormai è troppo tardi. L’impatto è terrificante. Le due persone a bordo della Fiat muoiono sul colpo. La stessa sorte che tocca a una ragazza che viaggiava accanto a Edmundo. Rimangono feriti in tre. L’attaccante, che allora giocava al Flamengo, se la cava con dieci punti in testa grazie all’airbag.

Alla fine della stagione 1998/1999 ‘O Animal saluta la Fiorentina e torna a casa. Nella sua casa. In quel Vasco da Gama che non aveva mai smesso di amare. Quella che doveva essere una settimana speciale si trasforma in un piccolo incubo. A guastare la festa del calciatore ci pensa ancora il suo fratellino. Verso le 10 di mattina Luiz Carlos prima tenta la fuga dal carcere di Rio, poi guida una rivolta contro le insopportabili condizioni di vita nella prigione. Ma Edmundo non è da meno.

A luglio, durante un allenamento del Vasco, si scaglia contro un tifoso del Flamengo che gli dava dell’assassino. Poi, a settembre, viene denunciato per aver dato da bere birra ad uno scimpanzé durante la festa di compleanno del figlio. È solo una questione di tempo. A ottobre ‘O Animal finisce in gabbia. Sul serio. Dopo la conferma della condanna anche in appello, l’attaccante passa una notte in cella insieme ad altri cinque uomini. Per sua fortuna i compagni di sventura erano condannati per non aver pagato gli alimenti alle mogli separate.

Il centravanti rifiuta i pasti (carne al sugo, riso e fagioli) e mette sotto i denti un panino e un frullato al cioccolato. Edmundo presenta un ricorso e chiede la trasformazione della detenzione in una pena alternativa. Il brasiliano continua a giocare e a segnare. Solo che questa volta viene colto nuovamente dalla saudade. Una saudade al contrario. Una saudade che lo porta nuovamente in Italia.

L’8 gennaio del 2001 sbarca a Napoli. Corbelli e Ferlaino presentano il nuovo acquisto azzurro al San Paolo, davanti a diecimila persone. L’ultima volta che lo stadio era stato scomodato per una presentazione in pompa magna era l’estate del 1984. E il nuovo acquisto si chiamava Diego Armando Maradona. Edmundo sorride e rassicura i suoi tifosi. «Sono cambiato. La mia prima esperienza italiana fu particolare: non volevo giocare  nella Fiorentina. Anche se Cecchi-Gori si è comportato benissimo con me. Stavolta è diverso: vorrei stare qui tre o quattro anni. Non tornerò in Brasile per il Carnevale, in fondo Napoli è molto simile alla mia Rio».

Edmundo al Carnevale di Rio del 2016 (Photo by Raphael Dias/Getty Images).

Quello che doveva essere l’anno della rinascita si trasforma ben presto nell’ennesima stagione buttata. Edmundo si segnala per un calcio in petto al compagno Mondini e per un misero bottino di appena quattro gol. Un misero bottino di appena quattro gol che non riuscirà a salvare il Napoli dalla retrocessione.

Il resto della sua carriera sarà solo un lungo peregrinare fra Giappone e Brasile. Una carriera che l’ha visto cambiare 17 maglie in 18 stagioni. Una carriera in cui i punti persi sulla patente (217) sono stati più dei gol segnati (197). Ma tanto è bastato perché le sue impronte fossero custodite all’interno del Maracana insieme a quelle di Pelé, Zico e Garrincha.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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