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Icons – Gianluigi Lentini

By 26 Marzo 2020
Gianluigi Lentini

Genesi di un fuoriclasse mancato

Nella vita di tanti campioni c’è un momento di svolta, un passaggio che segna un prima e un dopo. Quando ci si imbatte in un personaggio come Gianluigi Lentini, indicare il terribile incidente del 2 agosto 1993 come il crocevia di una carriera fin lì esaltante e, da quel momento, in declino più o meno costante, pur con qualche sprazzo d’eccellenza, è l’esercizio più semplice e sterile di questo mondo. La corsa in autostrada sulla Torino-Piacenza, dopo aver sostituito una gomma della sua Porsche con un “ruotino”, e la leggerezza di non avere idea di dover procedere al massimo a 70 chilometri orari. Lentini che corre veloce e si schianta a poco meno di 200 kmh è uno dei più grandi “what if” della storia recente del calcio italiano, ma c’è un altro viaggio in autostrada che gli ha cambiato la vita.

Con il mercato 1992 agli sgoccioli, Gigi è in macchina con i suoi procuratori, Claudio Pasqualin e Andrea D’Amico. Nella sede del Milan lo attendono Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, per mettere fine a una telenovela durata un mese, forse più. La macchina supera il casello di Milano, Lentini ferma tutti. «No, al Milan non vado più, torniamo indietro». I due procuratori si guardano, non capiscono, chiamano il padre del calciatore per convincerlo a rinsavire. E se è vero che non sapremo mai cosa sarebbe diventato Lentini senza quell’incidente terrificante, arrivato dopo una prima stagione eccellente con la maglia del Milan, non sapremo nemmeno come sarebbe finita se fosse rimasto al Torino, o se avesse trovato un’altra squadra in Italia. «Se avessi seguito il cuore, sarei rimasto al Toro», ha detto spesso quello che, visto a posteriori, era un giocatore che sembrava provenire da un’epoca successiva alla sua.

 

La costruzione di un talento

Gianluigi Lentini

LaPresse.

 

Arrivato in granata grazie a un provino nel 1979, Gigi Lentini da Villastellone – gli annali lo riportano giustamente nativo di Carmagnola, ma solo «perché lì c’è l’ospedale: vengo dalla piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case», e il cognome non nasconde certamente le origini siciliane – si mette in mostra in un settore giovanile che sta vivendo i migliori anni della sua vita.

Sono tanti i talenti che crescono col granata addosso, e questo esterno di fascia che quando parte sembra un cavallo imbizzarrito, ma sempre bravo a tenere il pallone incollato al piede, viene notato anche da Gigi Radice quando è già uno dei perni della Primavera di Sergio Vatta, nel novembre del 1986. Un paio di panchine in emergenza, poi viene aggregato in pianta più o meno stabile quando si infortuna l’olandese Kieft. Il gigante dell’attacco si è fatto male dopo una qualificazione agli ottavi di finale di Coppa Uefa messa in ghiaccio in casa del Raba ETO, in Ungheria. Avrebbe potuto riposare dopo il 4-0 dell’andata ma non siamo ancora ai tempi del turnover.

Due mesi ai box, Radice deve sfogliare una margherita con sempre meno petali: «Ho tre soluzioni: Comi unica punta, Lerda al posto di Kieft oppure il giovane Lentini. In ogni caso, credo sia meglio cambiare il meno possibile». Gigi, classe 1969, è davvero giovanissimo. Sulla Stampa del 7 novembre 1986, Fabio Vergnano lo descrive così: «Stella del settore giovanile, Lentini è un piccolo Claudio Sala, abilissimo nel dribbling e nei cross da fondo campo». Il 24 novembre scocca l’ora di Gigi, 8 minuti più recupero in casa del Brescia in una giornata da cancellare per il Torino, che perde 2-0. Trova spazio tra panchina e campo (poco), ma viene reclamato dalla Primavera per affrontare il Viareggio. Il Toro vince il torneo in grande stile, spazzando via la Fiorentina in finale. Il protagonista dell’ultimo atto è Diego Fuser, autore di una doppietta nel 4-1 finale, ma in quella squadra ci sono elementi importanti della squadra che verrà: oltre al miglior giocatore del torneo, anche Bresciani, ovviamente Lentini e Venturin, con un cambio di livello per l’attacco come Frederic Massara.

 

 

Il secondo tempo della finale del Viareggio 1987. Lentini è il numero 7 del Torino, in azione stabilmente sulla fascia sinistra.

 

Pian piano, Lentini torna a mettersi in mostra in prima squadra. Dopo un incoraggiante spezzone contro l’Inter, si guadagna le lusinghe di Bruno Bernardi, storica firma de “la Stampa”: «L’ingresso di Lentini ha permesso a Radice di valutare la potenzialità di questo giovane talento. È vero, come sostiene il tecnico, che è ancora troppo innamorato del dribbling, ma la sua spregiudicatezza unita all’abilità nella difesa del pallone hanno impresso alle controffensive granata un cambio di marcia […] I suoi estimatori lo indicano come l’erede di Claudio Sala. Certo, il “poeta” aveva un repertorio ricchissimo, i suoi slalom venivano rifiniti da palloni dosatissimi per Pulici o Graziani. Lentini, che ha compiuto 18 anni venerdì scorso, ha ampi margini di miglioramento. Ma è più di una promessa».

Per il Torino è una stagione tribolatissima, la squadra esce ai quarti di finale di Coppa Uefa mentre in campionato deve sbuffare per la salvezza. A inizio aprile, con l’eliminazione in Coppa Italia per mano del Cagliari, esplode la contestazione, culminata in una sassaiola che devasta l’auto di Radice e il pullman della società. Lentini è una delle poche note liete di un’annata complicata, a fine stagione le presenze sono 11. Il tecnico viene confermato e vuole ripartire da tanto sangue giovane. Gigi resta in prima squadra a fare esperienza, Bresciani viene promosso insieme a Fuser, dal Pavia arriva la corsa inesauribile di Massimo Crippa. Il 9 titolare è Toni Polster, fisicatissimo centravanti austriaco che ha messo a soqquadro le porte della nazione con l’Austria Vienna (95 in tre anni).

Anche il nuovo c.t. dell’Under 21 guarda con curiosità al Torino, Lentini entra nel giro insieme a Fuser e Crippa, in una Nazionale che ha in Scarafoni e Rizzitelli il tandem d’attacco designato. L’ala granata deve però fermarsi presto per una frattura al metatarso del piede sinistro, che lo costringe ai box mentre il Toro prende forma. I media fanno fatica a leggere il personaggio Lentini, sbruffone in campo per il materiale che madre natura gli ha messo a disposizione: forza fisica, velocità, allungo, dribbling. Il prototipo del talento innato, che tende però un po’ troppo a piacersi. È schivo, gli piace giocare ma non guardare il calcio, e la sua tendenza a voler strafare lo rende inviso ai critici. C’è chi lo accusa di essersi già montato la testa. «Non è vero, ho la testa sul collo, non mi esalto nei momenti felici e non mi deprimo quando gira storto», dichiara alla vigilia del ritorno da titolare, una partita contro il Pisa in cui i suoi vincono ma lui soffre tremendamente le scorribande di Lucarelli.

 

 

Come nell’anno precedente, Radice “restituisce” a Vatta Lentini, oltre a Bresciani, Fuser e Di Bin, per il Viareggio. La finale è la stessa dell’anno precedente, contro la Fiorentina, ma i granata stavolta perdono, nonostante una squadra fortissima, cui si è aggiunto anche l’astro nascente Alvise Zago. La sfida viene risolta da Claudio Clementi, prestato alla Fiorentina per il Viareggio dal Vicenza. L’ottima stagione del Toro di Radice si scioglie nel finale: la qualificazione Uefa sfuma ai calci di rigore dello spareggio contro la Juventus, la Coppa Italia prende la strada della Genova blucerchiata a 8’ dalla fine dei supplementari della finale di ritorno, grazie a un gol di Salsano, dopo che i granata avevano recuperato il 2-0 dell’andata.

Per Lentini altre 11 presenze, forse un passo indietro. Radice decide di fargliene fare un altro, per affinare la rincorsa al calcio che conta: dopo un abboccamento con l’Empoli, Lentini viene spedito ad Ancona. «Quella è stata l’annata in cui ho fatto il servizio militare, un anno importante perché fu la mia prima stagione fuori da Torino. Sono passato dal calcio del settore giovanile al professionismo della prima squadra, è stato il mio primo vero campionato, un trampolino di lancio molto importante», ha ricordato a distanza di anni.

L’Ancona di Giancarlo Cadé chiude a metà classifica in Serie B, il fatto di poter partire costantemente titolare gli permette di diventare padrone della sua esuberanza: gioca 37 partite e segna 4 gol, ma soprattutto guadagna l’esperienza necessaria per gestire i suoi spunti nell’arco dei 90 minuti, rendendosi letale quando il momento lo richiede. Assiste da lontano al tracollo dei suoi ex compagni, che scendono in Serie B in maniera rocambolesca in una stagione che continua ad affollare gli incubi dei tifosi granata a distanza di più di trent’anni. Il nuovo presidente, Gian Mauro Borsano, riparte da un allenatore specialista in promozioni come Eugenio Fascetti. C’è un clima tossico, alimentato da un’uscita del patron dopo il match retrocessione con il Lecce. Borsano dichiara di aver ricevuto, da parte dei veterani, la richiesta di un premio salvezza prima della sfida decisiva in Salento: «Mi sono sentito chiedere oltre un miliardo lordo in caso di vittoria, sono rimasto di sasso. Avevamo già pagato 2 miliardi complessivi in premi-punto, con il risultato di essere sull’orlo della B. Ho ritenuto immorale la richiesta ma ammetto di aver ceduto, e sapete tutti come è andata».

 

Diventare Lentini

Gianluigi Lentini

©DELMATI/LAPRESSE

Il Torino vive un’estate complicata, caratterizzata dalla telenovela Muller, con il bizzoso brasiliano che non vuole scendere in B e anzi, gradirebbe la corte della Juventus. Borsano riesce a trattenerlo, mettendo insieme una squadra dall’organico decisamente fuori scala per la Serie B, con l’aggiunta di giocatori di grande esperienza come Francesco Romano, Pacione, Martina e Policano, l’arrivo di due esterni interessanti dal Milan (Mussi e Bianchi) e la decisione di puntare su alcuni dei cavalli di ritorno dai prestiti: Sordo, Venturin e, ovviamente, Lentini. L’Ancona preme per riaverlo in prestito ma Fascetti si oppone, la prima casalinga del nuovo Toro è proprio contro i marchigiani, per Gigi però non c’è spazio: «Continui ad allenarsi come sta facendo e verrà presto il suo turno: nessuno ha dimostrato che non possa coesistere con Skoro», avverte Fascetti.

Nei primi mesi non sembra esserci modo di inserire stabilmente Lentini in formazione e l’Ancona torna alla carica in vista del mercato di riparazione, la cui apertura è fissata per ottobre. «Il mio desiderio è giocare, dire che voglio andarmene sarebbe fare un’inutile polemica. Se questa situazione si protraesse per tutta la stagione allora sì, desidererei cambiare. Tornerei volentieri ad Ancona, se la società ritenesse opportuno prestarmi per fare ancora un po’ di esperienza», dichiara l’esterno. Fascetti non è tipo da mezze misure: «Se non ha la forza per accettare la rivalità, è meglio che cambi mestiere. Lentini è un grosso giocatore, ma penso non lo sappia ancora. Non gli manca nulla per rubare il posto agli attaccanti che abbiamo. Rimane al Toro, non voglio assolutamente privarmene».

Parte finalmente titolare a Cosenza, complice l’assenza di Muller: Fascetti lo piazza sulla corsia, dal lato opposto rispetto a Skoro, con Pacione in mezzo. Su Lentini pesa un paragone scomodo: non tanto quello prematuro con Claudio Sala, quanto quello con il suo amico Fuser, che ha sfruttato la nefasta annata della retrocessione per mettersi in mostra in Serie A e spiccare il volo verso il Milan di Sacchi. «Diego ha grosse possibilità – dice Gigi – e si imporrà sicuramente anche a Milano. Se l’anno scorso fossi stato io a giocare al posto suo per sostituire gli infortunati e gli squalificati, magari oggi mi troverei al suo posto».

Gianluigi Lentini

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Eppure Lentini non riesce a entrare nel cuore di Fascetti, che ne intravede le grandi doti ma fatica a trovargli una collocazione. Sul suo ruolo c’è ancora qualche dubbio, e il carattere del ragazzo non è dei più semplici. A novembre, dopo qualche discussione di troppo, Fascetti lo spedisce per due settimane ad allenarsi con la Primavera. Non ne parla in pubblico, il tecnico, lasciando che sia la società a sbrogliare la matassa: «Il provvedimento punitivo non vuole essere fine a se stesso, ma si pone l’obiettivo di far riflettere e maturare il giocatore», dichiara il d.g. Casasco.

Ma c’è bisogno di lui per il big match con il Pisa, quando in campo scende un Toro tutto italiano. Cravero sbaglia un rigore procurato proprio da Gigi e si fa anche espellere nella ripresa, Lentini giganteggia, lo 0-0 con gli ultimi 20’ giocati in inferiorità numerica sa di vittoria per i granata. «Quando ho saputo che sarei sceso in campo mi sono detto che era la volta buona per rispondere alle attese del mister. Mi sono attenuto alle sue istruzioni e alla fine i conti sono tornati», dichiara un finalmente raggiante Lentini, anche se ha sempre il volto troppo serio. Quando tutto sembra andare per il meglio, un altro crac: piede destro fratturato a metà dicembre dopo uno scontro in allenamento con Cravero, almeno due mesi di stop.

Torna in gruppo ai primi di marzo, con Fascetti che vede dense nubi all’orizzonte: il Toro sente la promozione in tasca e pensa a un futuro di nome Emiliano Mondonico. In concomitanza con il rientro in campo, Gigi parla ai microfoni de La Stampa: «Avrei bisogno di maggiore fiducia, dover ogni giorno lottare per un posto non mi giova. All’Ancona mi sentivo più considerato, nel Torino è tutto più difficile, soprattutto per un giovane che deve conquistare un posto a scapito di colleghi più anziani ed esperti. Non dico di non voler combattere o di desiderare di trovare la pappa pronta, ma per dare il massimo avrei bisogno di continuità, e di non essere sempre nella situazione di dover dimostrare qualcosa ad ogni costo».

Gianluigi Lentini

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È un’intervista che ci racconta molto dei problemi di Lentini a prendersi la scena: «A volte ho un temperamento combattente, altre mi lascio sopraffare e mi abbatto. Sono un po’ lunatico, mi capita spesso di iniziare la partita con la giusta carica per poi crollare». È proprio Lentini, però, ad avere ben presenti i propri difetti tecnici: «Il mio peggior difetto è quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione, è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali».

Ritrova una maglia da titolare contro il Cosenza, semina il panico sulla fascia e raccoglie, finalmente, un po’ di carota dopo tanto bastone: «Può diventare il Donadoni del Torino», dichiara Fascetti. Contro la Reggina, il 25 marzo, arriva anche il primo gol in granata. Segna insieme all’amico Sordo nel 2-0 finale. Settima vittoria di fila al Comunale, aperta da una magia di Gigi che spolvera l’incrocio dei pali: «Volevo segnare, ma non pensavo che sarei riuscito a mettere la palla proprio lì. Per me è la ciliegina sulla torta: dopo un passato da dimenticare, sta andando tutto per il verso giusto».

Mentre l’Italia sogna il Mondiale e assiste alla galoppata di Sampdoria, Juventus e Milan verso il trionfo in Coppa delle Coppe, Coppa Uefa e Coppa dei Campioni, il Torino ha nel mirino un obiettivo forse meno nobile ma cruciale, il ritorno in A. Gigi segna ancora contro il Licata, la squadra è sempre più legata ai suoi giovani del vivaio, con Muller tornato momentaneamente in Brasile, Skoro in modalità ectoplasma e Pacione che arranca.

 

 

Il finale di stagione di Lentini è così dirompente da far drizzare le antenne al Napoli, che si accinge a vincere il suo secondo scudetto e segue con attenzione la cadetteria: non a caso metterà le mani su Andrea Silenzi, bomber della Reggiana. I granata procedono praticamente per tutta la stagione rispettando la media inglese: ritmo impressionante in casa, tanti pareggi fuori. Il primo match point, dopo il 2-0 sul Licata, arriva a Trieste, e le cose si mettono maluccio. Catalano apre le danze su rigore, un altro prodotto del vivaio granata sale sugli scudi, ma gioca con la Triestina: doppietta di Lerda, intervallata dal momentaneo 2-1 di Lentini. Romano accorcia al 45’, è ancora Gigi, con il suo primo bis granata, a trovare il punto che vale la promozione in Serie A. Sono due gol più da rapinatore d’area che da esterno di talento, ma è quel che serve al Toro per strappare il pass con quattro turni d’anticipo.

Sette giorni più tardi, in casa, contro l’Avellino, Fascetti conferma l’addio: «Mi hanno fatto fare un giro al luna park, appena messo un piede sulla giostra della Serie A mi hanno fatto scendere. Con Borsano ho ottimi rapporti, forse ci siamo parlati troppo tardi. Al presidente hanno soffiato troppo nelle orecchie, io avevo posto delle condizioni ma sapevo di perdere. Il prossimo anno non dite che il Torino è una neopromossa, la caduta in B è stato solo uno sbandamento».

 

La consacrazione

Gianluigi Lentini

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Borsano blinda Lentini con un rinnovo fino al 1995, il ragazzo risponde segnando anche contro Avellino e Catanzaro prima di fare la conoscenza di Emiliano Mondonico. Il nuovo tecnico ottiene rinforzi preziosi: Annoni, Pasquale Bruno, Fusi – a Napoli, alla fine, non va Lentini ma Venturin – e, soprattutto, la ciliegina che risponde al nome di Rafael Martin Vazquez, in arrivo dal Real Madrid.

Torna anche una vecchia (si fa per dire, vista la giovane età) conoscenza granata, Giorgio Bresciani, che Mondonico aveva allenato con piacere a Bergamo. Classe ’69 come Lentini, l’attaccante è pronto a ritagliarsi un ruolo importante, pur dovendo convivere con il fantasma del colpo mancato: Borsano ha infatti inseguito a lungo Gary Lineker e Hugo Sanchez. Lentini è uno dei più concentrati nel ritiro di Aosta. Così come i compagni e la società, fissa in alto, a un piazzamento in zona Uefa, l’asticella.

A livello personale non ha dubbi: «Per prima cosa devo lottare per conquistare un posto fisso. Sono l’unico tornante puro a disposizione del mister, tatticamente ci possono essere però diverse soluzioni di gioco, pertanto non mi ritengo padrone assoluto della maglia numero 7». Quella 7 che, nella storia del Torino, riporta sempre a un altro Gigi, Meroni, paragone azzardato con meno frequenza rispetto a quello con Claudio Sala. «Non ho alcuna intenzione di cambiare squadra, ho passato la mia gioventù imparando ad amare questa società, devo dimostrare di essere all’altezza dei miei nuovi compagni», dice con un pizzico di umiltà. La prima figurina di Lentini in Serie A è perfettamente coerente con il tempo, specialmente a partire dall’acconciatura di Gigi, che ricorda vagamente quella di Chris Waddle.

Si riaffaccia in Serie A con una nuova convinzione: «Sono migliorato moltissimo in fase di copertura, ho una buona corsa, le doti fisiche non mi mancano: quando debuttai in A in prima squadra non mi sognavo neppure di sacrificarmi». Il primo incrocio ufficiale è contro il Verona di Fascetti in Coppa Italia, il Toro passeggia al Bentegodi (0-4) e il vecchio tecnico fa un augurio speciale ai suoi giovani: «Sarà la stagione di Sordo e Lentini: lo scorso anno il pubblico era freddo con loro, poi si è ricreduto. Sarà anche il campionato di Dino Baggio, faccio gli auguri a tutti e tre». In campionato arriva un pari con la Lazio e la sconfitta in extremis a Bari. Il 23 settembre, nel nuovissimo Delle Alpi, c’è l’Inter. I granata giocano una partita perfetta nonostante i tanti aggiustamenti fatti da Mondonico a gara in corso, sbloccano lo stallo con una sberla di Martin Vazquez su punizione e chiudono la sfida con il primo gol di Lentini in Serie A.

 

 

Lentini vola con il passo svelto verso la porta interista, ha una falcata elegante ed è bravo a trovare il tempo giusto per la conclusione. È la rete che lo consacra a livello nazionale

 

Nella stagione che lo proietta verso l’elite del calcio italiano, Lentini sceglie scalpi di qualità. Il 25 novembre, sotto gli occhi di Azeglio Vicini, punisce di testa il Milan, in una partita riagguantata dai rossoneri campioni d’Europa a 15” dalla fine con un capolavoro da fuori area di Maldini. Lentini ha finalmente quella continuità che tanto agognava, Mondonico gli ha dato una maglia da titolare e la fiducia di cui aveva bisogno. L’ala riconosce però l’importanza delle legnate prese nell’anno in B: «Ci sono stati momenti in cui mi sentivo un incompreso, mi sembrava che tutti fossero contro di me. Mi sono reso conto che la parte della vittima non mi giovava, se le cose giravano storte era soprattutto per colpa mia. Ora sono più tranquillo, non ho timore delle critiche, ho capito che nella maggioranza dei casi sono costruttive. A Fascetti devo molto. A distanza di tempo ho capito che se mi puniva lo faceva per stimolarmi, per spronarmi a fare meglio. I suoi metodi possono essere discutibili, magari anche indisporre o dare fastidio, ma lo devo comunque ringraziare».

Il Toro alterna risultati a sensazione, come il successo in casa della Sampdoria, futura scudettata, a rovesci che mostrano ancora la fragilità di un gruppo che, per quanto talentuoso, arriva comunque in buona parte dalla B. Lentini approda in Nazionale a inizio febbraio, 67 minuti nell’amichevole contro il Belgio, mentre i granata procedono a passo spedito verso la qualificazione in Uefa, centrata con merito: quinto posto finale, e Gigi è il più presente, non avendo saltato neanche un match in campionato.

Di Lentini si fa un gran parlare sul mercato – lo vogliono Milan e Juventus, e Borsano respinge i colpi come un boxeur consumato – e non solo. Gli piace vestirsi alla moda, e nell’Italia di inizio anni ’90 si fa notizia anche per un orecchino un po’ troppo appariscente al lobo sinistro. Deve addirittura toglierlo quando torna in Nazionale a giugno, pur non avendo ricevuto direttamente l’ordine da Vicini. Fissa le vacanze a Ibiza, si fa vedere in giro con un’auto sportiva, gli viene cucita addosso un’immagine che non corrisponde al vero. Il mondo del calcio italiano sta giudicando Gigi dalla copertina. «A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. È vero, ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, come questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato».

Gianluigi Lentini

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Riceve un’investitura da far venire i brividi, quella di Enzo Bearzot: «Che giocatore, Lentini. Un attaccante che sa difendere, il massimo. È come Domenghini o Bruno Conti, non è una razza estinta. Non ha solo la corsa potente, ma anche invenzioni incredibili. Punta dritto sull’uomo palla al piede, se lo salta non gli concede possibilità di recupero e crea grossi problemi alle difese. I suoi dribbling ammazzano psicologicamente l’avversario», racconta a Bruno Perucca.

Il Toro si ridisegna, molla Skoro e Muller per puntare su un brasiliano atipico come Walter Casagrande e sul ritorno in Italia di Vincenzo Scifo, con il rientro alla base di Venturin dal Napoli e l’addio a Dino Baggio. Mondonico costruisce una squadra granitica, che non solo macina successi in Europa, ma riesce anche a restare ai vertici della classifica. Lentini in campo vola, sta diventando un esterno in grado di spostare gli equilibri a livelli internazionali, ha capito quando dar via il pallone, eppure non sembra esserci modo di raccontarlo, fuori dal campo, con toni diversi da quelli che vogliono descriverlo a tutti i costi come un modello da non seguire.

Non sembra servire a nulla leggere le sue parole, che sono quelle di un ventiduenne che cerca disperatamente di restare normale: «Non ho abbandonato gli amici di infanzia, per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà», dice a Fabio Vergnano nel novembre del 1991, raccontando dell’importanza che hanno avuto nel suo percorso formativo i vari Vatta, Cadé e Fascetti. Fa un po’ di fatica con Arrigo Sacchi, che cerca di incasellarlo nel suo rigido 4-4-2: Arrigo è il nuovo c.t. azzurro dopo la chiusura dell’era Vicini. «Non ho mai giocato a zona, ora tutto sembra difficile e complicato davanti a Sacchi che spiega alla lavagna e con le frecce. Magari sul campo sarà la cosa più facile del mondo». La pubalgia, però, lo frena. Si sospetta ci sia anche una punta di ernia inguinale, il ragazzo si innervosisce e con lui anche Mondonico, che arriva allo scontro con lo staff medico. È anche l’anno in cui Lentini evita a Pasquale Bruno una probabile accusa di tentato omicidio, placcandolo insieme a Cravero dopo l’espulsione nel derby.

 

 

La sosta natalizia fa bene alle condizioni di Lentini e a tutto il Toro, che magari non dà spettacolo ma porta sempre a casa la pagnotta, sia in Italia che in Europa, superando comodamente il BK Copenaghen nei quarti di finale di Coppa Uefa e regalandosi la semifinale contro il Real Madrid. Dal crocevia del Bernabeu, a inizio aprile, i granata escono leccandosi le ferite: vantaggio firmato da Casagrande, poi il ribaltone con i gol di Hagi e Hierro. L’infortunio di Cravero (otto punti di sutura) e l’espulsione di Policano contribuiscono ad avvelenare il clima in vista del ritorno, considerando che in mezzo c’è anche da giocare il derby con la Juventus dopo la “guerra” dell’andata.

Una doppietta di Casagrande estromette la Juventus dalla corsa scudetto e rianima il morale della truppa in vista della rivincita con il Real, in mezzo c’è anche il successo di Verona (1-2, di Lentini il secondo gol). Gigi gioca quello che negli Stati Uniti verrebbe ribattezzato “statement game”. Semina il panico a destra e a sinistra, a seconda delle necessità. Suo il cross che dà origine all’autogol di Rocha, così come la galoppata che lo porta a saltare secco Chendo e a mettere in mezzo dal fondo per la stoccata vincente di Fusi. Il Toro raggiunge la prima finale europea della sua storia.

 

 

La voce di Bruno Pizzul, l’ipernostalgica grafica Rai, Gigi Lentini che sembra in grado di volare

 

Il 29 aprile 1992 arriva l’Ajax al Delle Alpi, e un missile terra-aria di Jonk sorprende Marchegiani da 35 metri dopo nemmeno un quarto d’ora di partita. Ma il Toro ha sangue caldo e un centravanti che sta vivendo la stagione della vita: Casagrande pareggia con una zampata in area di rigore. L’Ajax torna avanti con un penalty di Petterson a 15’ dalla fine, concesso per lo sgambetto di Benedetti su Bergkamp. Ancora Casagrande, però, regala la rete della speranza: il 2-2 non è certo un bel risultato in vista del ritorno, ma c’è una chance di farcela.

La galoppata della squadra nasconde i buchi nelle casse del club, buchi che Borsano conosce benissimo. Il patron sta cercando da mesi di strappare le offerte migliori per le sue stelle, e Lentini è quella più brillante. Ma Gigi, di lasciare il Toro, non ne ha la minima intenzione. Dall’aereo per Amsterdam, prima della gara di ritorno, fa sentire la sua voce: «Non voglio andarmene da Torino perché ci sono cresciuto, ho la famiglia, tutti i miei amici e una vita che è già avviata. Perché dovrei cambiare? Non mi interessa Milano».

Alain Gadoffre / Icon Sport

Finisce però per scatenare un pandemonio con la frase successiva. «Si dice che c’è anche la Juve a volermi, non soltanto il Milan. Se è vero, nella Juve potrei trovare lo spazio che ho nel Toro, mentre al Milan continuano ad arrivare giocatori e io finirei per non avere un posto. Non voglio. Alla mia età conta giocare molto e non posso permettermi di stare fermo a guardare gli altri. La mia volontà è di giocare a Torino. Lo dirò al presidente, mi deve ascoltare».

Ajax-Torino, secondo alcuni, è la partita emblema della storia dei granata. La squadra di Mondonico gioca decisamente meglio dei Lancieri, privi di Bergkamp. È la “partita dei tre pali” e, soprattutto, quella della protesta vibrante del tecnico, che per chiedere un rigore (decisamente dubbio) alza al cielo di Amsterdam una sedia. Lasciamo che sia Mondonico a spiegare i motivi di un gesto che è impresso nei cuori granata: «Quella sedia è il simbolo di chi tifa contro tutto e tutti. È il simbolo di chi non ci sta e reagisce con i mezzi che ha a disposizione. È un simbolo-Toro perché una sedia non è un fucile, è un’arma da osteria».

Finisce 0-0, con l’Ajax che festeggia e i granata che piangono. Per Lentini è la ferita di una carriera, e ora inizia la rumba del mercato. Dopo il 5-2 all’Ascoli, ultima di campionato con il Torino che chiude al terzo posto, Gigi sale in braccio ai compagni sventolando una bandiera granata. «Era il minimo che potessi fare. Non ho pianto, riesco a custodire le emozioni tutte dentro di me. Mi auguro di rimanere al Torino, ma prima devo parlare con il presidente».

Alain Gadoffre / Icon Sport

Va sotto i ferri a fine stagione per la famosa ernia, prima di affrontare un mese sulle montagne russe. Borsano vende tutto quello che può: Benedetti alla Roma, Cravero alla Lazio, Martin Vazquez al Marsiglia, Policano al Napoli, Bresciani al Cagliari. Si arriva con il fiato sospeso al 30 giugno, con Lentini ancora del Torino, un viaggio in autostrada, la retromarcia, infine la “resa”, ammesso che tale la si possa definire. Ventitré miliardi nelle casse del Torino, tre e mezzo a stagione a Lentini più cinque alla firma (stando a quanto dichiarato da Borsano), e il picciotto di Carmagnola si veste di rossonero.

Il contratto viene depositato alle 19.20 dell’ultimo giorno utile, 20 minuti più tardi l’addetto stampa del Torino annuncia alle redazioni un’imminente dichiarazione di Borsano. «A marzo firmai un preliminare con il Milan per il trasferimento di Lentini. All’epoca il calciatore non aveva ancora espresso tutto il suo valore, pensavo che la sua vendita sarebbe bastata per rafforzare il Torino senza ricorrere ad altre cessioni. Nella bozza fu inserita la clausola che prevedeva il pagamento di una nostra penale se il giocatore avesse rifiutato. Come tutti sanno, Lentini ha detto no, e sono stato costretto a cercare i soldi che ci avrebbe procurato la sua vendita dando via altri giocatori. A mia insaputa il Milan, malgrado i ripetuti rifiuti di Lentini, ha continuato a insistere con il giocatore e con il suo manager. Alle 13.00, Gigi si è presentato con il procuratore Pasqualin e mi ha detto: “Berlusconi mi ha fatto venire a prendere in elicottero con un contratto che non posso rifiutare”. Mi ha parlato di 8 miliardi lordi a stagione, 5 miliardi netti alla firma, e ha detto che a quelle condizioni sarebbe rimasto al Toro. Condizioni impossibili per me, oltre che immorali. Il contratto può essere invalidato, darò battaglia in Lega e spero che Nizzola sostenga la causa del piccolo Torino contro i grandi».

Non ci crede nessuno, e a Torino esplodono gli scontri nei pressi della sede della società. Viene subito definito il più grande colpo di mercato della storia del calcio italiano, mentre Lentini viene assaltato da tifosi del Toro che gli lanciano insulti e monetine in occasione delle prime dichiarazioni da calciatore del Milan: la sede scelta per la conferenza stampa è la casa torinese dell’Ansa, dove cinquanta sostenitori granata danno un pessimo spettacolo.

(Photo by Rui Vieira/EMPICS via Getty Images)

«Me ne sono andato perché un Toro che smobilita non ha futuro – dichiara – ma è vero che Borsano non mi ha potuto garantire i soldi che ho chiesto. A parità di guadagno, nonostante tutto, sarei rimasto. La Juventus mi ha contattato, un incontro non è un peccato mortale. Se ci fosse stato un vero interessamento della Juve, adesso non sarei del Milan, ero pronto al bianconero. Il fatto è che il Milan aveva un contratto e Borsano non può essere sorpreso: da tempo sapevo dell’accordo fra i club». Sparare su Lentini diventa sport nazionale, gli viene chiesto se si sente un modello negativo per i giovani: «Mi sento un tipo normale e fortunato. I modelli negativi sono i drogati». Poi torna fuori, a prendere insulti, sputi e monetine. «Li capisco, li capisco. Devono pure sfogarsi. Ma cosa avrebbero fatto se fossi passato alla Juventus?».

Non lo sapremo mai, così come non sapremo cosa sarebbe stato del Lentini giocatore se avesse preso una scelta diversa quel giorno, sull’autostrada, un anno prima dell’altra scelta, sempre in autostrada, di spingere troppo il pedale su una macchina che non poteva permettersi tutta quella velocità. Con la sua decisione di andare al Milan, Lentini ha impresso il primo punto di svolta a un’esistenza che ne avrebbe poi vissuto un altro decisamente più traumatico, prestando il fianco a tutti quelli che non vedevano l’ora di registrare un suo passo falso per tornare a indicarlo come un reietto da allontanare.

Forse anche per questo, nel 2015, in un’intervista a Maurizio Crosetti di Repubblica, ci ha tenuto a ribadire un concetto: «Del calcio mi piaceva solo il campo, tutto il resto no. Sono sempre stato un ragazzo tranquillo. E, chi mi conosce lo sa, non ero una testa di cazzo».

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