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Icons – Manu Ginobili, un romanzo di formazione

By 13 Settembre 2019

Smunto. Asciutto. Irresistibile. Gaetano Gebbia si è innamorato di un argentino smilzo, dal viso definito sul quale si staglia un naso prominente. C’è una Viola Reggio Calabria da ricostruire per tentare l’assalto alla promozione in A1 e quel ragazzo di Bahia Blanca sembra fatto dal sarto per centrare l’impresa. La nuova società, dopo il fallimento, è nelle mani di Santo Versace. Gebbia è di casa in Argentina, e Reggio è stata la patria adottiva anche di un altro prodigio di quelle parti come Hugo Sconochini, che in terra di Calabria aveva vissuto alti e bassi, fino a portare la Viola a un passo dalle semifinali scudetto agli ordini di Charlie Recalcati.

Da lì aveva spiccato il volo verso Milano e una carriera di altissimo profilo, lo stesso sogno portato nel cuore da Emanuel David Ginobili al momento del suo sbarco in Italia. È il 1998, Gebbia ha raccolto l’indicazione di un suo ex giocatore, Giorgio Rifatti, e ha messo le mani sul più incredibile diamante grezzo della sua carriera: l’avventura di Manu, il cui cognome non cela affatto la discendenza italica, parte dalla Viola e dalla Serie A2.

 

Sulle orme di Hugo
Carlo Annese, apprezzata firma della Gazzetta dello Sport, lo intercetta subito, preconizzando un cammino sulle orme di Sconochini: «Hugo è un amico, abbiamo diviso spesso la stanza nei raduni delle nazionali argentine, ma non mi sento il nuovo Sconochini, anche perché in campo abbiamo due modi di giocare abbastanza diversi. Di Hugo ripeterei il successo che ha ottenuto qui in Italia: voglio giocare presto in A1, contro le squadre più grandi. È il mio obiettivo principale».

Quando approda a Reggio, Ginobili è ancora ben lontano dall’aver affinato il suo modo di stare sul parquet. È abituato a un basket giocato a ritmi altissimi, quelli assecondati dall’Estudiantes de Bahia Blanca, e l’impatto con le sabbie mobili della Serie A2 rischia di non essere semplicissimo. Ha soltanto 21 anni e interpreta il gioco in maniera nervosa, quasi frenetica, portando a spasso sul campo i suoi 2 metri di altezza con estrema facilità.

A Gebbia brillano gli occhi: «Ha tante soluzioni diverse ed è avvantaggiato dal fatto di essere mancino. Non può essere paragonato a Sconochini perché è un giocatore con personalità propria, meno potente di Hugo, ma è già completo per i suoi 21 anni. Per la sua età, è più pronto di Sconochini al salto in A1». È scattante, agile, va al ferro con una facilità disarmante, ma deve ancora imparare a leggere le situazioni proposte dalle difese avversarie. Lo ammette lui stesso: «A 18 anni, per fare esperienza, sono stato ceduto alla squadra de La Rioja e poi sono tornato alla base, dove ho iniziato a giocare 30-35 minuti a partita. Correvamo tanto, anche troppo: contropiede oppure un passaggio e tiro contro le difese schierate, un divertimento. Ma il mio sogno è sempre stato venire in Europa. […] Per questo, l’anno scorso, ho preso la cittadinanza italiana. Aspettavo che qualcuno mi chiamasse e per prima è arrivata una squadra spagnola, avrei potuto parlare la stessa lingua, ma avevo dei dubbi e ho rifiutato. Poi, all’improvviso, è arrivata Reggio».

Ha tempo, l’età è dalla sua, eppure in A2 diventa subito dominante, agevolato dal fatto di non avere tutto il peso dell’attacco sulle sue spalle. È alleggerito, e non di poco, dalla vecchia volpe Brian Oliver e da un centro di riferimento come Brent Scott. Ginobili può divertirsi, divertire e sconquassare le difese della A2: «In campo ho molta libertà e la possibilità di giocare spesso in contropiede, come facevo a Bahia Blanca. Devo migliorare in difesa, adesso sto facendo un lavoro con i pesi per prendere 3 o 4 chili. Sono ancora “flaco” per giocare in A1». Reggio è una squadra fuori scala per la categoria e ottiene la promozione. La stagione finisce in gloria per Ginobili, qualcuno ha messo gli occhi su di lui dall’altra parte del mondo.

Il 30 giugno 1999, con la scelta numero 57, i San Antonio Spurs di Gregg Popovich e R.C. Buford scommettono su di lui. Un azzardo a lungo termine che frutterà non pochi dividendi ai neroargento. «La Nba non mi toglie il sonno, prima voglio giocare in Italia alla pari con i più grandi», aveva dichiarato Ginobili a inizio anno. Dentro questa breve frase, c’è tutto il filo conduttore della carriera di Manu: un passo alla volta, fino al tetto del mondo. Resta sereno anche dopo la chiamata al draft: «Popovich è venuto a conoscermi a Portorico, durante le qualificazioni olimpiche, per dirmi con chiarezza che non ha bisogno di me per i prossimi due anni. Mi ha detto che mi seguiva dai Mondiali Under 22 del 1997 e ha visto che ho fatto progressi tecnici davvero notevoli, la loro scommessa è che nei prossimi due anni in A1 possa fare altri passi in avanti con la medesima rapidità. Questo è il mio stesso obiettivo, a prescindere dall’Nba. Sono arrivato pensando a fare il massimo possibile in Europa, la promozione dalla A2 non è niente: è il confronto con campioni come Abbio, Rigaudeau e Danilovic quello che conta».

Ispirato dal colpo dell’anno precedente, Gebbia si concede il bis: dentro un altro argentino con passaporto italiano, Alejandro Montecchia. Ginobili ritrova anche un vecchio amico dei tempi dell’Andino, l’ala Brian Shorter, anch’egli naturalizzato italiano anche se grazie a un matrimonio. Per la città è un anno esaltante, la Reggina ha appena centrato la storica promozione nella Serie A calcistica e la Medinex è una delle corazzate del campionato di pallavolo. Si respira un’aria magica. «Già prima che mettessi piede a Reggio, mi era stato detto che tornare in A1 era l’unico obiettivo da raggiungere. Adesso ci siamo ed è naturale che l’attesa sia così forte. Conosco bene Brian, nel mio primo anno in Serie A argentina era lo straniero della mia squadra. Montecchia è uno dei giocatori che piacerebbero a tutti gli allenatori, lavora tanto, difende, passa la palla molto bene».

«Ginobili è probabilmente la persona più competitiva che io abbia mai visto». Gregg Popovich

Il calendario è tostissimo, subito una trasferta a Roma (con sconfitta) e per la prima al PalaPentimele arrivano i giganti della Kinder Bologna. Ginobili gioca una partita esaltante, va al ferro appena può ma punisce anche dall’arco (3/5 a fine serata). Chiude con 23 punti, miglior realizzatore della serata. Meglio di Rigaudeau, di Stombergas, di Sasha Danilovic. Davanti a 6.000 persone, nonostante la rimonta rabbiosa della Virtus, la Viola vince ed esulta. Reggio diventa l’ammazzagrandi, piega anche Treviso in volata, sbanca il PalaSharp di Milano contro un’Olimpia lontana dai tempi di gloria, a marzo tiene testa alla Fortitudo cedendo soltanto allo sprint punto a punto. Quello è un mese decisivo, perché la Viola perde quattro partite giocate sul filo dell’equilibrio che avrebbero potuto dare ben altra classifica a fine anno: 78-77 a Verona, 70-71 con la Effe, 84-83 a Trieste, 90-88 a Montecatini.

Sono colpi in grado di stendere un bisonte, eppure la squadra di Gebbia riparte e strappa un piazzamento playoff con i due acuti casalinghi alla dodicesima di ritorno (88-82 su Imola) e alla quattordicesima, un cruciale 74-72 contro Pesaro. L’ultima, a Varese, è l’antipasto degli ottavi di playoff: Reggio perde e chiude settima, i lombardi hanno vinto la Supercoppa e hanno pur sempre lo scudetto sul petto. C’è Pozzecco in regia, Andrea Meneghin è l’altra stella. Gli ottavi si giocano al meglio delle tre partite, la Viola ha il fattore campo dalla sua e vince Gara 1 con 21 punti di Manu e 19 di Montecchia (75-63 il finale). Varese impatta in Gara 2 nonostante una prestazione irreale di Ginobili da 31 punti. Il 19 aprile, per Gara 3, non c’è storia: 93-65 per Reggio Calabria, l’argentino ne mette altri 25 e prenota il quarto di finale contro la Kinder Bologna. Le Vu Nere arrivano rabbiose dopo aver perso in finale la Coppa Saporta contro l’Aek Atene di Dusan Ivkovic ed Anthony Bowie, che nel gennaio 2001 sparerà le ultime cartucce di una carriera da giramondo con la maglia della Fortitudo.

In Gara 1 si impone 75-70 la Kinder, ma la Viola cede soltanto nel finale, dopo aver condotto per 30 minuti. Il break decisivo della Virtus arriva con Danilovic seduto in panchina, è un parziale di Mee a piegare Ginobili e compagni. Manu mette 16 punti ma sparacchia dall’arco (2/8), a Bologna sono certi di andare in Calabria per ipotecare la serie. Del futuro di Ginobili non si sa ancora nulla, ma è uno degli uomini mercato del momento insieme a Meneghin, in uscita da Varese. Ha ancora l’ultimo anno del triennale con la Viola, eppure tutti, a Reggio, sanno che è diventato troppo grande anche per una squadra ambiziosa come quella di Santo Versace.

«Sono stato fortunato ad arrivare a Reggio non solo per l’ambiente splendido ma soprattutto perché il basket di Gebbia è perfetto per me. In un gioco ai 60 punti avrei fatto più fatica a esprimermi, qui ho potuto giocare tanto, prendere decisioni importanti e sbagliare molto. Credo sia l’unico modo per imparare e crescere. La possibilità di giocare in Europa con la Viola mi piacerebbe moltissimo, conosco bene i grandi giocatori Nba ma non posso paragonarmi a loro, dovrei misurarmi con l’ottavo o il nono di ogni squadra. Io voglio provare, ma non posso buttare via tutto quello che ho».

 

El Narigon arriva a Gara 2 consapevole di aver qualcosa da farsi perdonare: «Non ho fatto grandi cose in Gara 1 a Bologna, sono un critico di me stesso ma non voglio neppure essere troppo duro. È abbastanza normale che un giocatore giovane soffra di alti e bassi. Sono contento, però, che la gente guardi a me con interesse, perché vuol dire che mi sono guadagnato queste attenzioni. Sono consapevole di dover migliorare tantissimo ma, anche, di avere dei margini di crescita che non tutti posseggono». Alla Viola bastano 20 minuti per chiudere il discorso in Gara 2, all’intervallo si è sul 59-39, vince Reggio 74-62. Gara 3 dei quarti di finale rimarrà a lungo uno dei crucci principali dei tifosi reggini, soltanto la classe di Sasha Danilovic e Picchio Abbio permette alla Virtus di portare a casa la pelle: sono loro 17 degli ultimi 19 punti virtussini, con tanto di rubata decisiva a Binotto a una manciata di secondi dalla fine.

La Viola non molla, fa sua Gara 4 con lo show di Montecchia e Ginobili, annullando il monologo di Sconochini (25 punti), responsabilizzato dall’assenza di Danilovic. La tegola, per coach Gebbia, è l’infortunio patito da Montecchia a 70 secondi dalla fine del match. Il play alza bandiera bianca per uno strappo, la Virtus ritrova Danilovic e annebbia l’attacco reggino nella decisiva Gara 5, dominata dal Ragno con la numero 5 sulla schiena. Ginobili chiude i suoi primi playoff di Serie A1 con 21 punti di media, più di 3 palle rubate a partita e la netta percezione di un uomo destinato quantomeno a dominare l’Europa negli anni a venire. Non può farlo da Reggio.

La sontuosa Gara 3 giocata contro Varese per il passaggio ai quarti di finale ci fa vedere il campionario di Ginobili. La difesa prova inutilmente a mandarlo a destra ma l’argentino è totalmente padrone del proprio corpo e rende inutili gli aiuti difensivi di Santiago nel pitturato

Bologna, l’Europa, il mondo
Il telefono di Manu squilla spesso in quella calda estate del 2000. Non è Popovich ad assillarlo, è ancora presto, bensì l’Olympiacos, che mette sul piatto un pluriennale milionario. Ma al Pireo non hanno Hugo Sconochini, che martella il connazionale fino a farlo cedere: Ginobili è il terzo acquisto di un mercato scintillante, segue Marko Jaric e Rashard Griffith. Firma un triennale, con Nba escape al secondo anno: il piano perfetto per chi vuole conquistare il mondo.

«So che avrò un ruolo diverso sotto il profilo delle responsabilità da quello che ricoprivo sullo Stretto ma questo è un passo fondamentale per completarmi e maturare come giocatore, al fine poi di avere in futuro tutte le carte in regola per tentare di fare il salto in Nba. L’offerta dell’Olympiacos era allettante ma a sciogliere ogni mio dubbio è stato Hugo, già due anni fa mi convinse ad accettare Reggio Calabria. Anche in questo caso l’ho interpellato, visto che conosceva sia l’ambiente Virtus che quello greco, e lui non ha avuto remore nel consigliarmi di venire qui a Bologna», dichiara al momento della firma.

Ginobili contro la Virtus Roma nel 2001 (LaPresse).

Manu è convinto di arrivare nella squadra di Sasha Danilovic, leader incontrastato delle Vu Nere, ma c’è una sorpresa dietro l’angolo. Dopo le Olimpiadi di Sydney, lo Zar decide di ritirarsi, sconvolgendo il mondo del basket. L’annuncio arriva in maniera eclatante, sul palcoscenico destinato a un concerto di Lucio Dalla, attrazione della serata della presentazione riservata ai seimila abbonati virtussini. Sale il patron Madrigali, che introduce Sasha: «Fino a un’ora fa pensavo di avere 12 giocatori, adesso so di averne 11. Ma ho un collega in più, il nuovo presidente del Partizan Belgrado, Sasha Danilovic».

È un fulmine a ciel sereno per i tifosi, anche se la voce circolava già dal pomeriggio. «Ci sarebbero tante cose da dire, siete stati stupendi in questi miei sei anni con voi, ma anche noi non siamo stati male. Non ho preso questa decisione in due ore, il motivo è che non ce la faccio più, sono stanco e basta. Non voglio che vi arrabbiate con me, spero che mi capiate. Ho comunicato la mia decisione al presidente soltanto ieri. Non vedo un nuovo Danilovic, non ci sarà un altro giocatore uguale a me». Ettore Messina, coach della Virtus, ha la lucidità per individuare immediatamente l’erede. «Ginobili si trova in un momento molto particolare della carriera, si può dire che sia capitato nel posto giusto al momento giusto: adesso ha davanti a sé un’autostrada sparata verso il futuro».

 

Ettore Messina mostra l’Eurolega 2001 dopo la vittoria della Kinder Bologna sul Tau Vitoria in gara 5 (LAPRESSE/CASTORIA).

«Più che la grande cavalcata di quel suo primo anno a Bologna, ricordo il precampionato: era impressionante fin dai primi allenamenti, facendo cose a cui non eravamo abituati – ricorda Ettore Messina – volta che trovava un ostacolo, la prima volta veniva respinto, ma poi si riproponeva a un livello ancora più alto».

Il primo assaggio di leadership da parte di Ginobili era arrivato in Supercoppa, giocata qualche giorno prima e senza Danilovic: 21 punti nella finale persa contro la Virtus Roma, trascinata dai canestri e dagli assist di Jerome Allen, poeta del playmaking che ha legato all’Italia buona parte della sua carriera. Sta nascendo la Virtus pigliatutto, anche se sembra difficile solo pensarlo dopo la notizia shock dell’addio dello Zar.

Le Vu Nere perdono di misura in casa dell’Aek in Eurolega, Ginobili è un ectoplasma, un punto in venti minuti. Ma Messina resta tranquillo, pur sapendo di dover ricalibrare le rotazioni anche sotto canestro a causa dell’infortunio di Frosini: viene ripescato David Andersen, che era di fatto finito fuori squadra, e l’australiano mostra a tutti di che pasta è fatto, riuscendo a integrarsi meravigliosamente con Griffith in un’epoca in cui il doppio lungo è ancora d’attualità.

«Come giocatore è stato rivoluzionario, ma la persona è se possibile ancora migliore». Ettore Messina

Ci sono però grandi novità nel basket europeo: non più due tempi da 20 minuti ma l’introduzione dei quarti e, soprattutto, il cronometro di tiro passa da 30 secondi a 24 per azione. È una rivoluzione non da poco, e il 28 ottobre, sulle pagine della Gazzetta dello Sport, Dan Peterson verga un editoriale che sa di investitura per la squadra di coach Messina: «Ho visto il futuro e si chiama Virtus. Sia chiaro, ho visto anche la Fortitudo, che non è uno scherzo. Ma se esiste una squadra in Italia adatta al nuovo regolamento dei 24″, è la Virtus Bologna. […] Esegue gli schemi con una rapidità tale da far sembrare la palla una pallina di flipper. Non voglio dire che giochino meglio senza Danilovic, ma dico che la palla gira ad una velocità vertiginosa. Azione dopo azione, tocca le mani di ciascuno dei 5 loro giocatori in campo. Favoloso. Una cosa è successa nel dopo-Danilovic: la squadra è nettamente più atletico-reattiva, con riflessi da Nba. I due innesti di Jaric e Ginobili hanno aumentato l’atletismo della squadra ad un livello che non ho mai visto in nessuna squadra d’Europa. […] L’ultima squadra che ho visto che mi ha fatto così tanta paura è stata la grande Ignis di Nikolic».

Manu chiude la prima serata europea di gala della sua carriera con 22 punti. Si arriva al derby con la Fortitudo campione d’Italia ancora a punteggio pieno, mentre la Virtus ha lasciato per strada due punti a Udine, terza giornata. Passerà alla storia come il derby del -37, la Paf di coach Recalcati viene spazzata via da una Virtus praticamente perfetta: 99-62, per Ginobili arrivano 13 punti in una serata che esalta le alchimie di Messina.

Prima della sfida, l’argentino aveva optato per un profilo basso: «In città non si parla altro che del derby, ho avvertito l’attesa di certe persone, il significato che danno alla sfida: è importantissima, quasi più dello scudetto, e per molti è addirittura la partita dell’anno. Ma non è detto che chi vince il derby vinca poi qualcosa: se l’obiettivo è lo scudetto, dopo il derby si dovrà vincere tutto il resto fino alla fine della stagione».

Dopo il derby c’è il ritorno a Reggio, Manu non fa una piega nonostante l’emozione: ne mette 19 in 30 minuti. La Virtus è inarrestabile, a metà gennaio arriva la ventesima vittoria consecutiva tra campionato e coppa. Ginobili, in quel successo in casa di Milano, resta seduto in panchina in avvio: ha scordato le scarpe in albergo e Messina lo punisce a modo suo, dandogli poi fiducia per la rimonta dal -15 (82-89 il finale, 19 per Manu).

Le Vu Nere non perdono più fino all’ottava di ritorno, ne nasce una minicrisi da tre sconfitte in quattro giornate con Trieste, Varese e Fortitudo ma a fine regular season il primo posto non è in discussione, con quattro vittorie di vantaggio sulla Scavolini Pesaro seconda, una rivale ampiamente battuta in finale di Coppa Italia nell’ultimo atto Final Eight di Forlì (83-58). Il campionato si chiude il 6 maggio ma la squadra di Messina non ha tempo per pensare ai playoff: è impegnata nella serie finale di Eurolega, raggiunta dopo aver rifilato tre schiaffoni alla Fortitudo nella semifinale. Ginobili aveva preso la scena in Gara 1 di semifinale, 22 punti in faccia a Myers e Meneghin e sotto gli occhi di un ammirato Sasha Danilovic.

In finale c’è il Tau Vitoria, i baschi vincono in Italia Gara 1, la Virtus si aggiudica Gara 2 prima del trasloco a Gasteiz. I giornali spagnoli sottovalutano Manu, su alcuni giornali il suo nome esce addirittura storpiato (Ginobilini). L’argentino risponde mettendone 27 alla Fernando Buesa Arena, in una sensazionale serata difensiva (60-80 il finale), e si batte il petto a fine gara: «Non sono nessuno, è vero. Non sono Griffith né Jaric o Rigaudeau. Ho vinto soltanto l’A2 ed è normale che per gli spagnoli conti meno degli altri. Ma se meriti di avere un nome, sono convinto che prima o poi te lo fai. Ora siamo avanti 2-1 ma non mi sento il giocatore più importante del mondo, sono sempre irregolare, con grandi alti e bassi. A volte continuo a non sapere cosa fare in campo, giocare bene questa Gara 3 è stato un passo avanti importantissimo in una stagione nella quale ho dovuto affrontare diverse prime volte di alto livello».

 

La riproposizione integrale del successo della Virtus in Gara 3

La Virtus ha il primo match point in terra basca ma il Tau, stavolta, rispetta il fattore campo. Gara 5 si gioca pochi giorni dopo la fine della regular season di campionato, il pubblico del Palamalaguti è pronto a esplodere. La febbre di Rigaudeau tiene in ansia il popolo virtussino ma il francese ce la fa, la Virtus conduce il match dal primo all’ultimo minuto. Messina si mette nelle mani di Ginobili e Jaric che rispondono da campioni, supportati dall’esperienza di Le Roi.

Sono gli esterni a difendere la vittoria nel momento in cui il coach deve richiamare Griffith in panchina per il quarto fallo con più di un quarto e mezzo ancora da giocare. Per le pagelle della Gazzetta, Manu è il migliore in campo insieme a Rigaudeau, Luca Chiabotti gli assegna un bel 7.5: «Inizia con una schiacciata sul ferro ma esce alla grande dal grigiore di Gara 4 giocando un basket Nba, fatto di uno contro uno e assist imprevedibili. Immarcabile».

«Ginobili! Oh mio Dio! Ho perso la Fede! Ho perso la Fede!» Flavio Tranquillo durante gara 2 delle finali Nba fra Spurs e Pistons del 2005

Adesso si può anche pensare ai playoff, i quarti di finale con Roseto sono un disturbo di poco conto, Ginobili scende in campo con le marce bassissime mettendo assieme 22 punti spalmati su tre partite, una miseria. Contro Treviso, in semifinale, serve la vera Virtus. Torna anche il vero Ginobili: 21 punti in Gara 1 in 23 minuti, impiego ridotto a causa dei tanti problemi di falli. Coach Bucchi trova l’antidoto in Gara 2 ma a vincere è ancora la Virtus, trascinata da Jaric, Abbio e Smodis. Altra serie chiusa in tre partite, Messina attende la finalista dallo scontro Pesaro-Fortitudo mentre viene premiato come miglior allenatore del campionato. Con lui c’è anche Manu, MVP della regular season. Manca l’ultimo ostacolo, la finale. Ancora una volta, il derby.

Torna a parlare Danilovic, perché il derby in finale, a Bologna, vuol dire sempre e solo Sasha, l’eroe del 1998, il tiro da 4 entrato nella leggenda. «La Virtus è nettamente più forte della Fortitudo, stavolta non saranno necessarie cinque partite. Forse la Paf può vincere una partita, ma lo scudetto andrà alla Kinder, 3-0 o 3-1. Ginobili? I paragoni non esistono, ma non mi sorprende la sua grande stagione, è stato bravissimo ad ambientarsi in un’organizzazione più competitiva rispetto a quella di Reggio».

Ginobili è straripante in Gara 1, soffre la difesa di Myers nei primi minuti ma poi ne mette 24, è il miglior realizzatore nell’86-81 finale, passivo contenuto soltanto grazie all’enorme orgoglio di Carlton, che prova disperatamente a tenere a galla la Effe con 16 punti negli ultimi 15’ di gara. Manu è una star.

«Quanti giocatori riescono a dare spettacolo mentre giocano? Diversi – scrive Dan Peterson –  Quanti riescono ad offrire spettacolo e vincere? Pochi. Ora, in questi playoff, ne troviamo uno di questa rara estrazione: Emanuel Ginobili. Spremendo il cervello, posso citare diversi campioni che rendono davvero la mia idea del basket essenziale, tutto arrosto e niente fumo, tutto concretezza e niente fronzoli: Dino Meneghin, Bob Morse, Kresimir Cosic, Mike D’Antoni, Bob McAdoo, Russ Schoene, Jan Van Breda Kolff, Walter Magnifico, Antonello Riva, Roberto Brunamonti. Tutti hanno vinto lo scudetto con un basket da manuale. Ma il campionato italiano ha avuto anche altri come Ginobili, capace di vincere, dominare e stupire? Pochi, ma qualche nome mi viene in mente, pur dicendo che Ginobili è forse al top della lista».

Il PalaDozza è una bolgia per Gara 2, la Fortitudo cerca di aggrapparsi alla difesa ma non ha fatto i conti con Rigaudeau, che segna diciannove punti nel solo secondo tempo. Per Ginobili, invece, la gara non è delle migliori. Manu è impreciso, pasticcione, sembra fuori dal match. Poi, all’improvviso, lo ritroviamo protagonista. La Effe sta recuperando, Myers sottrae un pallone a Rigaudeau e vola verso il canestro. Sarebbe l’appoggio del -3 con meno di un minuto da giocare, un canestro che metterebbe pressione sulla Virtus. Con una giocata di purissimo stampo Nba, l’argentino si materializza dal lato debole e cancella il tentativo di un frastornato Myers. È il fotogramma manifesto non solo della serie, ma forse dell’intero periodo italiano di Ginobili.

 

I paragoni si sprecano, il salvataggio di Manu viene accostato a un mitico recupero in tuffo di Bob McAdoo nella finale scudetto tra Milano e Livorno. Manca soltanto Gara 3 per il grande slam, la sensazione è che la Fortitudo possa essere finita lì, su quella stoppata tonante di Ginobili. Il parquet virtussino lo conferma, le Vu Nere scappano in avvio di secondo quarto, soltanto Fucka e Myers si rivelano all’altezza della finale.

La stagione del Narigon si chiude con una doppia doppia da 10 punti e 12 rimbalzi e con un’intervista in cui dichiara tutta la sua voglia di Virtus: «L’anno prossimo sarò ancora qui, non ci sono dubbi. Non potevo immaginare una stagione così trionfale, sono entusiasta, il lavoro paga. La cosa difficile sarà restare concentrati anche in futuro dopo questa annata eccezionale». È la verità. Quella che segue è la sua migliore stagione sotto il profilo realizzativo in campionato (19,9 punti di media, con un irreale dato relativo alle palle rubate – 4,3 a partita – e i numeri dei rimbalzi e degli assist in linea con la sua carriera italiana) ma la Virtus si deve accontentare della Coppa Italia, uscendo in semifinale scudetto e perdendo l’Eurolega in finale contro il Panathinaikos di Dejan Bodiroga, nonostante i 27 punti di Ginobili davanti al pubblico del PalaMalaguti, con le Vu Nere incapaci di sfruttare il fattore campo della finale in gara unica.

Una partita che sembrava vinta (45-31 in chiusura di secondo quarto) e che invece viene rimessa in piedi dalle decisioni di un maestro della panchina come Zelimir Obradovic e dalla capacità dei verdi di Atene di trovare altre bocche da fuoco oltre a Bodiroga, bussando con profitto da Rogers e Kutluay. Una stagione complicatissima per la Virtus, che a marzo aveva fatto registrare l’insurrezione popolare dei tifosi contro la decisione di Madrigali di esonerare Ettore Messina. Seimila persone in rivolta nei confronti del patron, un terremoto che aveva portato alle dimissioni di Brunamonti dal ruolo di vice presidente. Un esonero poi rientrato nel giro di una settimana ma che aveva lasciato inevitabili ferite in squadra e società.

Manu Ginobili andrà a sbattere ancora una volta contro Dejan Bodiroga in quell’estate del 2002, stavolta nella finale del Mondiale, a Indianapolis, ma per la Generación Dorada argentina sarà il preludio al capolavoro olimpico di Atene 2004. Un Mondiale, quello statunitense, in cui Ginobili e compagni avevano battuto proprio i padroni di casa 87-80, pregustando addirittura l’oro nella finale con la Jugoslavia: avanti di 8 negli ultimi 2 minuti ma senza considerare il talento smisurato di Bodiroga, autore di 16 punti nell’ultimo quarto, 9 dei quali arrivati negli ultimi 2’30”, con un parziale di 9-1, laddove l’1 indica tutta l’Argentina, tradita proprio da Ginobili e da una caviglia malconcia, decisiva in negativo per l’Albiceleste.

Il riscatto, e che riscatto, arriverà alle Olimpiadi due anni più tardi, con Manu che si presenterà ad Atene da stella dei San Antonio Spurs. Per conquistare il mondo bisogna pur partire da qualche parte, e quel ragazzo smunto, asciutto, irresistibile, l’aveva fatto dall’Italia.

Marco Gaetani

About Marco Gaetani

Romano, classe '87. Per Repubblica.it si occupa prevalentemente di calcio, basket e ciclismo, per Ultimo Uomo rovista nella storia dello sport. Nelle rare notti insonni, guarda vecchi servizi della Domenica Sportiva.

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