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Icons – Matthew Le Tissier

By 8 Novembre 2019

«È stato uno dei miei idoli da bambino, lo guardavo giocare e scartare sei, sette, otto avversari uno dopo l’altro, praticamente senza accelerare, ma solo camminando. Un talento fuori da ogni norma». Xavi Hernandez, pilastro del grande Barcellona di Guardiola e del “Tiki-Taka”, se lo ricorda ancora quel calciatore, seppur così diverso fisicamente da lui: minuscolo e tarchiato, il catalano, alto e allampanato l’altro, che ammirava in televisione, perché giocava in Inghilterra e solo in Inghilterra, anzi solo in un club, un piccolo club senza troppe ambizioni se non quella di sopravvivere in mezzo ai grandi. Sedici anni a Southampton, nel sud, sul mare, città portuale famosa soprattutto per essere stata il punto di partenza di un viaggio destinato a finire malissimo: quello del Titanic.

Matthew Le Tissier, invece, da Southampton non se n’è mai andato, nonostante abbia ricevuto offerte di trasferimento da quasi tutte le più importanti squadre della Premier League. Manchester United, Arsenal, Tottenham, Chelsea: ci hanno provato, ma niente. Una volta perché “mia moglie non so se vuole trasferirsi a Londra”, altre perché no, la maglia dei “Saints” proprio non se la voleva levare.

Gli unici colori della sua vita sarebbero stati il bianco e il rosso. Sapeva che non avrebbe vinto nulla, come effettivamente è successo, ma era altrettanto consapevole che solo lì, a Southampton, l’avrebbero chiamato “Le God”.

Mike Cooper/ALLSPORT.

Barriera

Isola di Guernesey, Canale della Manica: qui per quindici anni ha vissuto, in auto-esilio, Victor Hugo, pilastro della letteratura francese e mondiale. Dopo il colpo di stato di Luigi Napoleone Bonaparte, futuro imperatore, lo scrittore si era trasferito sull’isola, dove peraltro avrebbe scritto il suo capolavoro, “I miserabili”. E da lì non perdeva occasione di punzecchiare Napoleone III, “Napoleon le petit”, “Napoleone il piccolo”, per umiliarlo storicamente davanti allo zio, “Napoleon le grand”, a cui proprio nei “Miserabili” aveva dedicato pagine piene di ammirazione.

Sarebbe tornato a Parigi solo dopo la caduta dell’imperatore, acclamato come padre della patria. “I lavoratori del mare”, uno dei suoi romanzi meno conosciuti, è dedicato agli abitanti di queste terre, amministrate dagli inglesi ma molto vicine alla Francia, alla Bretagna. Terre, infatti, dove non è raro trovare delle famiglie con cognomi “alla francese”, come i Le Tissier a Guernesey o i Le Saux a Jersey, un’altra isola della Manica.

Matthew Le Tissier e Graeme Le Saux, coetanei del 1968, arriveranno entrambi in Premier League, passando dal Southampton, ma solo il primo, Matt, ci rimarrà per sempre, mentre l’altro ci tornerà di fatto solo a fine carriera. Le Tissier è diventato uno dei calciatori più iconici degli anni Novanta per svariati motivi, il più evidente dei quali è stato, senza dubbio, l’esserci riuscito in un club modesto come i Saints.

Julian Herbert/ALLSPORT

D’altronde, per chi arrivasse dalle isole della Manica, quello di Southampton era il primo approdo di livello dal punto di vista calcistico. Matt ci arriva a 17 anni, quindi abbastanza tardi, dopo quasi un decennio al Vale Recreation, nella sua Guernesey, e un provino fallito all’Oxford: sembra che debba succedere come ai fratelli Kevin e Karl, “rimbalzati” anche loro da alcuni club di prima o seconda serie come Middlesbrough o Coventry. «Secondo me avrebbero potuto giocare in Premier League, avevano molto talento, ma a volte non è sufficiente», ricorderà anni dopo alla Bbc Matt.

Chissà, forse la nostalgia di casa o la difficoltà d’adattamento; nemmeno l’altro fratello Le Tissier, Mark, riesce a sfondare lassù, in Inghilterra. «Guernesey per molti è tutt’ora una barriera insuperabile», aggiungerà “Le God”. Quando Matt, invece, arriva a Southampton e ottiene il primo contratto da professionista, i Saints sono nel periodo immediatamente successivo al decennio abbondante sotto la fruttuosissima guida di Lawrie McMenemy che li aveva portati addirittura a un secondo posto in campionato e alla vittoria della FA Cup nel 1976 quando ancora erano in Seconda Divisione (1-0 al Manchester United nella finale di Wembley). Senza dubbio il trofeo più importante nella bacheca dei Saints. Ecco, dopo McMenemy il club è tornato nella mediocrità. In un campionato come quello inglese con 22 squadre partecipanti i Saints sono troppo forti per retrocedere, ma non abbastanza per ambire a grandi traguardi.

Quando comincia a giocare a calcio, tra le aiuole di Saint Peter Port, “capitale” di Guernesey, Matt ha un idolo: Glen Hoddle. Lo scrive anche, nei temi a scuola, che vorrebbe essere come, ironia della sorte, uno che anni dopo diventerà il suo allenatore. E che negli “Eighties” è ancora uno dei migliori centrocampisti d’Inghilterra con la maglia del Tottenham.

Firma nell’estate del 1985 il suo primo contratto nei Saints, dove c’è scritto che guadagnerà 26 sterline a settimana: un salario destinato a crescere fino a 35 nella stagione successiva, con bonus di 4 “pounds” in caso di vittoria e 2 per il pareggio. «Sono cresciuto in una famiglia numerosa e non ricca, lo sapevo, non mi hanno mai dato mance o robe del genere: se avevo bisogno di qualcosa chiedevo, se mi dicevano di sì ero felice, ma se invece mi dicevano di no non me la prendevo a male. È meglio essere felici che ricchi, nella vita», sintetizzerà anni dopo.

In rosa è davvero l’ultimo della fila, il Southampton l’ha tesserato dopo averlo osservato al Vale Recreation segnare gol a grappoli, quasi uno a partita, nella lega dell’isola di Guernesey, composta da dilettanti o giù di lì. Alto, magro, più che camminare caracolla, potrebbe essere il classico pennellone d’area, ma staziona prevalentemente all’ala destra: anche per questo sceglierà come numero il 7, in un calcio ancora inchiodato alle maglie come posizioni in campo. Anche nelle giovanili del Southampton inizia a segnare con regolarità, fino a 59 centri nella sua prima stagione. E’ ormai pronto per fare il salto nei grandi, cosa che avviene in campionato contro il Norwich nell’ottobre del 1986.

Graham Chadwick /Allsport

 

Al centro

«La cosa che ho sempre curato maggiormente nel mio gioco, fin da ragazzino, è stato il primo controllo di palla. Una volta che l’hai agganciata bene puoi fare tutto quello che vuoi», ammetterà Le Tissier in un’intervista dopo il ritiro. Ed effettivamente la costante nella carriera di “Le God” è stata la totale padronanza tecnica della materia prima del football, e cioè del pallone. In un campionato dove le squadre giocavano più o meno tutte alla stessa maniera come la Premier League degli anni Novanta, Matt ha rappresentato sempre una sorta di variabile impazzita. Come se non fosse nemmeno inglese, ma per certi aspetti sudamericano, o comunque latineggiante.

Palla lunga e pedalare? Ritmi forsennati? Intensità esasperata? Va bene, ma con Le Tissier tutto era diverso. Basta vedere su internet le compilation con i suoi migliori gol, una rassegna di giocate a volte totalmente fuori contesto e fuori logica, ma con un minimo comune denominatore: il dominio tecnico sulla partita e sugli avversari. Il tutto con una certa sfrontatezza, la faccia tosta di chi certe giocate le va a fare contro gli avversari giusti o al momento giusto.

Non si spiegano altrimenti i gol in pallonetto a Peter Schmeichel in un Southampton-Manchester United 6-3, o la bordata contro il Liverpool da venticinque metri, di controbalzo e di prima intenzione. Anche se la sua rete preferita, probabilmente una di quelle viste anche da Xavi in televisione, è stata al Blackburn nella stagione 1994-95, contro i futuri campioni d’Inghilterra: riceve sulla trequarti, un paio di dribbling e finte, a velocità media, e sassata improvvisa, una palombella ma fortissima, diretta inevitabilmente all’incrocio dei pali.

Il portiere Tim Flowers, suo ex compagno al Southampton peraltro, si tuffa già sapendo che finirà male per lui. Un gol assurdo, inutile per ribaltare il risultato (finirà 3-2 per il Blackburn), ma che è un’istantanea di Le Tissier, e della sua imprevedibilità, come il calcio di punizione messo all’incrocio dopo essersi alzato da solo il pallone (“L’avevo provato in allenamento, quante volte avevo beccato gli alberi dietro la porta”, scherzerà).

Da ala destra la parentesi sarebbe stata breve: nel corso degli anni Matt è diventato un giocatore unico, centrocampista centrale, ma anche trequartista o attaccante. Oggi sarebbe di difficile collocazione, se non come una sorta di “falso nove”, regista offensivo a 360 gradi, sempre con i suoi ritmi e con dei compagni che siano disposti a dargli spesso il pallone. Comunque al centro dell’attenzione, al centro del gioco, pronto alla giocata sensazionale in ogni momento.

Clive Brunskill/ALLSPORT

Sempre con quell’aria da “freak”, qualche chilo sopra il peso forma («Il giorno della partita mangiavo regolare, al massimo un’omelette, ma il giorno prima a volte qualche sfizio me lo toglievo, tipo fagioli con fish and chips»), la dentatura irregolare, i capelli a scodella, ma a cui si perdona tutto. È emblematico l’aneddoto sul primo allenamento di Alan Ball, appena scelto come tecnico del Southampton nel gennaio del 1994: dopo aver schierato dieci giocatori in campo va a prendere di peso Le Tissier per metterlo al centro, dicendo di «dargli la palla, è l’unico modo che abbiamo per toglierci dai guai, ovunque voi siate dovete servirlo e al resto penserà lui».

Poteva anche correre meno dei compagni, pazienza: «Pigro? Mai. Ha sempre amato tantissimo il calcio, ma voleva sempre avere la palla tra i piedi», diranno in tanti, ma senza cattiveria. Ci sono stati dei momenti in cui si allenava meno, prediligendo magari interminabili sessioni di snooker (sua grande passione extra-calcio), ma poi in campo riusciva sempre a diventare protagonista.

Se poi c’era un calcio di rigore, si poteva già prendere nota del gol: in carriera ne ha sbagliato uno solo, su 48 tentativi. A sporcargli la statistica ci ha pensato Mark Crossley del Nottingham Forest, unico portiere che può raccontare ai nipotini di aver parato il 24 marzo del 1993 un penalty di “Le God”. La cui spiegazione sulla sua percentuale semi-immacolata dagli undici metri è molto semplice: “Li segnavo perché mi piaceva tirarli. Quando mi avvicinavo al dischetto già dicevo tra me e me che avrei fatto gol”.

(Photo by Clive Brunskill/Allsport/Getty Images)

E di gol ne ha segnati tantissimi con la maglia del Southampton: 209 in 540 partite, in tutte le competizioni. Nel suo miglior anno realizzativo, il 1993-94, ben 25, giocando quasi sempre da centrocampista; comprese due triplette, in una squadra salvatasi all’ultima giornata e che al massimo con lui ha raggiunto il settimo posto in classifica.

Pesci e stagni

Avete presente il The Dell? Lo stadio che fino al 2001 è stato la casa del Southampton, prima di essere demolito e di lasciare spazio al “Saint Mary”. Quello che non sembrava nemmeno un rettangolo visto che le telecamere installate sulla tribuna, quelle canoniche per qualsiasi partita, erano posizionate praticamente in verticale, a piombo, rispetto alla linea laterale. E che quindi producevano un effetto straniante, quando la palla arrivava lì, a bordocampo, quasi di vertigine. Quello le cui reti non si gonfiavano mai, quando si segnava un gol, parevano riempite di fil di ferro e non di nylon: il pallone quasi ci rimbalzava dentro, non veniva abbracciato come invece altrove.

Insomma, uno degli stadi più “freak” d’Inghilterra, coi suoi 30mila spettatori di capienza: oseremmo dire la casa ideale per Le Tissier, uno altrettanto “freak”, ma come calciatore. Meglio essere il pesce piccolo in uno stagno grande o il pesce grande in uno stagno piccolo? Insomma, meglio fare il re, anzi, “Le God” al The Dell o provare a farlo altrove, magari senza arrivare a un livello di divinità?

La risposta l’avrebbe data lo stesso Matt: «A me piace intrattenere la gente, e sì, preferisco essere il pesce grande nello stagno piccolo. Mi piace vincere, certo, ma il mio sogno è sempre stato quello di essere un calciatore professionista, e ci sono riuscito per sedici anni. Ho reso felici molte persone, mentre parecchi non ci davano la minima chance di sopravvivere ad alto livello».

Allsport UK /Allsport.

E al “The Dell”, chi altrimenti?, è stato proprio Le Tissier a segnare l’ultimo gol in una partita ufficiale. Una rete non banale, decisiva e contro l’Arsenal, ovviamente di pregevole fattura: è il 19 maggio del 2001, Matt è ormai sulle soglie del ritiro, resisterà altre due stagioni ma il livello è quello che è, i lampi ci sono ma sempre più rarefatti.

L’ultimo è il 3-2 con cui abbatte i Gunners: dopo un’azione confusa in area dell’Arsenal, con una mezza giravolta trova un sinistro perfetto, che finisce all’incrocio dei pali, anticipando anche un compagno di squadra. Già, perché il destro era il piede preferito, ma non che con l’altro andasse male, ecco. Solo lui, che nel 2012 è stato votato dai suoi tifosi come il miglior giocatore nella storia del Southampton, poteva chiudere virtualmente il “The Dell” prima della demolizione.

E tanto quanto la maglia biancorossa l’ha vissuta come una seconda pelle, nello stagno grande, quello della Nazionale inglese, Le Tissier ha sempre vissuto tra il male e il malissimo, da pesce piccolo, praticamente inesistente. Solo otto presenze ufficiali con i Tre Leoni e nessun gol. Nemmeno il suo ex idolo, Glen Hoddle, che dell’Inghilterra è diventato commissario tecnico è riuscito a venire a patti con lui. Anzi, Matt è stato additato da molti come principale responsabile di una delle sconfitte più umilianti della nazionale negli anni Novanta: in realtà una grande serata per il calcio italiano, quel 12 febbraio 1997, quando gli Azzurri hanno trionfato a Wembley 24 anni dopo la prima volta, grazie alla rete di Gianfranco Zola.

Le Tissier titolare, ma inconsistente, spalla in attacco dell’ex compagno di squadra al Southampton Alan Shearer, lui sì intoccabile: sostituito dopo un’ora da Les Ferdinand, uno di quegli attaccanti tanto in voga in Premier all’epoca, fortissimo fisicamente e poco altro. Il fatto che alla radio il fratello di Matt, Karl, avesse anticipato la titolarità di “The God” prima della partita, come da telefonata tra i due la notte precedente, aveva contribuito al fastidio. «Un’occasione perduta per giustificare tanta fede nei suoi confronti», si leggerà sui giornali la mattina dopo.

Quella partita di qualificazione al Mondiale di Francia ’98, dove andranno sia l’Inghilterra che l’Italia, sarà l’ultima presenza di Matt in nazionale. Glen Hoddle non lo includerà nemmeno tra i trenta pre-convocati per la manifestazione iridata, nemmeno dopo una tripletta alla Russia con la selezione B dei Tre Leoni. Verrebbe da dire che forse avrebbe fatto comodo visto come fu eliminata l’Inghilterra, ai rigori negli ottavi di finale, anche solo per essere incluso nella lotteria contro l’Argentina al posto, se non di Paul Ince, intoccabile per Hoddle, di David Batty, entrato nei supplementari, il cui errore dagli undici metri fu decisivo per il passaggio del turno dei sudamericani.

Mike Hewitt/ALLSPORT

Mai considerato, comunque, né per un Europeo né per un Mondiale, e mai presente in una Coppa Europea, Le Tissier è stato un fenomeno quasi esclusivamente inglese; uno strano fenomeno, il primo centrocampista a segnare cento gol in Premier League, ma sempre nella bambagia rassicurante del suo Southampton. Eppure, proprio per questo, irripetibile e impensabile al giorno d’oggi. Ed è questa la grandezza di Le Tissier, uno che per sua stessa ammissione ci dava dentro di più “quando trasmettevano le nostre partite in diretta sul canale nazionale”, in ciò ricordando un altro “freak” di un altro sport, “Pistol” Pete Maravich, anche lui con un palmares vuoto, ma con un’impronta indelebile lasciata sul gioco (nel suo caso il basket). La pura tecnica e il puro piacere di divertirsi e far divertire: è questa la lezione più grande, o forse il primo comandamento, di “Le God”.

Alessandro Ruta

About Alessandro Ruta

Vive tra Milano e Bilbao, è nato nel 1982. Giornalista, lettore di qualsiasi cosa, una figlia, otto libri scritti, cinque lingue parlate

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