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Icons – Riccardo Zampagna

By 10 Febbraio 2020

Ultimo avvistamento, un paio di settimane fa allo stadio Libero Liberati, a seguire una partita della sua squadra del cuore: la Ternana, impegnata contro il Rieti. Avrà esultato per la vittoria finale, Riccardo Zampagna? Senza dubbio. Lui i colori rossoverdi ce li ha sempre avuti quasi come una seconda pelle, ancora oggi da quella zona non si è mosso, visto che è oggi il capo della scuola calcio dell’Oratorio San Giovanni Bosco di Terni, a nord della città: «Gli obiettivi rimarranno sempre gli stessi ovvero quelli dei sani principi oratoriali – le sue prime parole -. Ecco, partendo dal fatto che continueremo a dare la possibilità a chiunque di giocare a pallone, vogliamo migliorare i bambini nella motoria e nella tecnica di base. La nostra metodologia terrà presente la libertà del bambino cercando di farlo divertire il più possibile tenendo conto della sua età, contestualmente facendolo fare anche un percorso di crescita ed integrazione sociale. Il mio sogno sarebbe così come quello di tutti gli altri dirigenti e collaboratori è quello di trovare un nuovo Zampagna».

Un nuovo Zampagna? Ma in che senso? Chi era, chi è stato Riccardo Zampagna? Come ha fatto a diventare un giocatore così di culto?

LaPresse.

 

In tuta a San Siro

È l’agosto del 2004 e la Serie A riabbraccia il Messina a 39 anni dall’ultima volta. I siciliani vengono accolti con simpatia nel campionato e già ci si lecca i baffi pensando al derby contro il Palermo, ad esempio. La campagna-acquisti presenta volti esotici come il giapponese Yanagisawa, i prestiti di Donati dal Milan e di Zanchi dalla Juventus e l’acquisto dall’est Europa (Ivica Iliev, che diventerà il primo squalificato con la prova tv per aver simulato un calcio di rigore): e poi c’è Zampagna, di ritorno dalla “sua” Ternana, dove era in comproprietà e dove aveva mancato la promozione pur segnando ben 21 gol in Serie B, l’ultima volta in cui gli umbri hanno davvero sfiorato la massima categoria.

Riccardo ha quasi trent’anni e non ha mai messo piede in A. Dopo aver cominciato alternando il mestiere di tappezziere e un mucchio di gol con l’Amerina in Prima Categoria Umbra e poi al Pontevecchio in Serie D, viene scoperto da Walter Sabatini e portato alla Triestina in C-2. Da lì si era sciroppato una gavetta infinita, con il lieto fine del raggiungimento del massimo campionato. “Vabbé – pensavano molti -, il meglio l’ha dato, ma in breve tornerà in B: è arrivato, più in su di così non può andare”.

Francesco Saya/LaPresse

Alla prima partita del Messina in casa, il 19 settembre al San Filippo, arriva una Roma che doveva iniziare la stagione con Cesare Prandelli in panchina ma che quel pomeriggio presenta come tecnico Rudi Voeller, perché l’allenatore di Orzinuovi in precampionato si era dimesso per stare vicino alla moglie Manuela malata (e poi purtroppo morta) di tumore. I giallorossi della capitale, quel giorno in verde bottiglia, vivranno mesi e mesi di semi-anarchia, terminando ottavi dopo essere stati, l’anno precedente, l’unica antagonista al Milan scudettato; però c’era Fabio Capello al timone, nel frattempo passato alla Juventus. Molto è cambiato, insomma, nell’ambiente romanista.

Zampagna è titolare davanti in coppia con Arturo Di Napoli: è l’esordio per lui dal primo minuto in Serie A dato che al debutto in campionato a Parma (0-0) l’allenatore Bortolo Mutti aveva optato per Iliev e Nicola Amoruso. Sulla carta non c’è gara, anche se Voeller è costretto a rinunciare a Totti, infortunato, e Cassano, squalificato dopo aver dato nella partita precedente una manata a Chiellini della Fiorentina. Invece il Messina tiene botta alla grande e Zampagnam, tanto per cominciare, costringe Mexes ad affossarlo in area.

Dal dischetto un altro giocatore di culto, il terzino-rigorista Alessandro Parisi, infallibile, ed è 1-0. Pareggia Montella, poi Sullo riporta i suoi avanti dopo miracolo di Pelizzoli ancora su semi-rovesciata Zampagna: qui la Roma reagisce di nuovo con l’Aeroplanino, che completa la sua tripletta prima di uscire per infortunio (dentro Aquilani). Sotto il diluvio, in un campo pesantissimo, i siciliani si tuffano all’arrembaggio e nel giro di cinque minuti ribaltano per l’ultima volta la situazione: 3-3 di Giampà e soprattutto 4-3 di Riccardo. Un gol totalmente fuori contesto: passaggio in profondità di Sullo, con Panucci che si dimentica del fuorigioco e tiene in posizione regolare Zampagna il quale, davanti a Pelizzoli, sceglie la soluzione più controintuitiva e cioè il pallonetto scucchiaiato. Una rete alla Totti in contumacia Totti.

Francesco Saya/LaPresse

Il capolavoro vero, però, accade tre giorni dopo e nientemeno che a San Siro contro il Milan: c’è Storari in maglia rosa, la fascetta a tenere fermi i lunghi capelli, in tribuna le migliaia di tifosi messinesi srotolano striscioni tipo “Voi Kakà e noi Giampà”, e quando segna Pancaro dopo un lungo dominio territoriale rossonero si sente puzza di goleada. Invece no, i siciliani schierati con un prudente 4-5-1 in cui Zampagna è l’unica punta nel giro di cinque minuti hanno già ribaltato il risultato: Giampà pareggia dopo tre passaggi in rapida successione dalla ripresa del gioco, mentre il sorpasso è ancora del centravanti umbro, con un colpo di testa in tuffo d’angelo dopo l’ennesimo cross-rasoiata di Parisi e un buco nientemeno che di Paolo Maldini. Il Milan stravince il confronto degli angoli, 15-3, ma i tre punti vanno ai siciliani.

“Arrivammo allo stadio in anticipo ed avevo una voglia matta di fumarmi una sigaretta, un rituale usuale per me in tanti anni di calcio – ricorderà anni dopo il giocatore ternano nella sua autobiografia “Il calcio alla rovescia” – Mi misi alla ricerca di un posto tranquillo per poterlo fare lontano dagli occhi indiscreti delle telecamere. E dopo aver girato negli spazi immensi di San Siro mi fermai in uno che sembrava assolutamente tranquillo. Non feci in tempo ad accendere la sigaretta che quel silenzio fu rotto dal rombo di un motore, il pullman del Milan. Iniziarono a scendere e guadagnare la via degli spogliatoi i giocatori rossoneri con tanto di giacca e cravatta e questo contrastava con il mio abbigliamento costituito da una tuta e, tra l’altro, nemmeno trattata nel migliore dei modi”.

©BELFIORE/LAPRESSE

Pugno Chiuso

Per cinque giornate il Messina non perde e solo alla sesta arriva la prima sconfitta, accettabile, 2-1 a Torino contro la Juventus. Zampagna segna ancora, è il terzo centro stagionale, ma è già diventato un personaggio e piovono le interviste che mostrano un lato della persona molto fuori dai canoni: “Tra il primo pallone e il professionismo sono passati sedici anni, tanto tempo, e nel frattempo non sono cambiato”.

Figlio di un operaio delle acciaierie di Terni, cuore pulsante della città che per Riccardo è “un paesone dove tutti conoscono tutti”, non ha nemmeno finito ragioneria, fermandosi al quarto anno delle serali: “Non era per me”. Lettore di libri non banali (Erich Fromm, nel 2004), ricorda così i primi tempi in una chiacchierata con il “Corriere della Sera”: “Da tappezziere mattina e sera a mettere le tende su, poi giù, fino a quando ho trovato un datore di lavoro che mi ha concesso un part-time, dalle 6 alle 13”. Così, panino in bocca, guidando la macchina, uno o due giorni a settimana in base alla stanchezza, rotta verso l’Amerina: “Ma io non mi sono mai sentito un calciatore, calciatori si nasce e io non lo sono nato, non ho frequentato settori giovanili, io vengo dal nulla, ho fatto sempre tutto da solo”.

La stagione prosegue e Zampagna arriverà a dodici gol segnati, con il Messina addirittura settimo, a sfiorare nientemeno che un posto in Europa, roba impensabile all’inizio. La sua ultima rete in campionato è in casa contro il Livorno, in un 1-1 in cui va a segno, dall’altra parte, Cristiano Lucarelli. Un altro “bomber di sinistra”, che non ha mai nascosto le sue simpatie politiche come Riccardo. Nella partita d’andata all’Armando Picchi il centravanti umbro si era reso protagonista di un gesto poi punito con 10mila euro di multa: un saluto a pugno chiuso alla tifoseria livornese, anch’essa simpatizzante (molto) a sinistra e gemellata con quella della Ternana. Sanzione identica e bipartisan, nel senso che poco tempo prima Paolo Di Canio se l’era vista appioppare per un braccio teso di stampo fascista verso la sua, di curva, quella della Lazio durante un derby.

LaPresse.

Questa, la spiegazione della multa: “Non è concesso a un calciatore evocare qualsiasi tipo di ideologia/appartenenza politica con gesti plateali, potenzialmente idonei a provocare atteggiamenti violenti da parte delle tifoserie”. E chi va in difesa di Zampagna, a parte il “compagno” Marco Rizzo dei Comunisti Italiani, che dice “Ho terminato un corteo col pugno chiuso, che multino anche me”? Ignazio La Russa, di tutt’altre tendenze politiche rispetto all’attaccante del Messina: “Nulla da obiettare sulla sentenza, ma mi sembra eccessivo sanzionare gesti che trovo meno pericolosi di un brutto fallo, specie se compiuti fuori dal campo di gioco”. Peraltro lo stesso presidente del Messina, Pietro Franza, è più in area centro-destra.

 

Ciriole e vino rosso

Nella stagione successiva il Messina retrocede sul campo, ma grazie alle sentenze di Calciopoli che spediscono in B la Juventus mantiene la categoria. In compenso Zampagna se n’è già andato, nel mercato invernale, all’Atalanta, in cerca di un attaccante in grado di centrare la promozione; cosa che puntualmente arriva grazie ai sei centri di Riccardo. E’ un bel ritorno in Serie A per lui, baciato da alcuni momenti di culto purissimo, come il gol in mezza rovesciata alla Fiorentina che gli vale il premio di “Più bello del campionato“, consegnatogli dall’Associazione Calciatori: è il 16 settembre del 2007 e Zampagna, servito da un passaggio in profondità di Doni, fa perno sul corpo di Danielli e dopo aver lasciato rimbalzare il pallone trova una girata formidabile per il 2-2 conclusivo.

Sono gli ultimi lampi di un calciatore che ormai ha 33 anni e nonostante tutto ha già preso la parabola discendente. Dopo l’Atalanta, Vicenza, Sassuolo e Carrarese. Con i toscani solo mezza stagione, ormai ha capito anche lui che non può proseguire. Al Sassuolo l’ultima stagione in doppia cifra: “Ma dove vai, dopo le tapparelle a mettere le piastrelle?”, glielo dicono scherzando gli amici quando firma per il club della Mapei. Tuttavia nel novembre del 2010 dice basta, a 36 anni, di cui gli ultimi 5-6 davvero da “famoso”, o comunque da conosciuto. Ancora oggi può essere considerato uno degli esempi più fulgidi di calciatore che arriva tardi alla Serie A, magari non per colpa sua, ma che poi riesce a mettersi in mostra alla faccia di tanti presunti giovani fenomeni, senza avere nulla, ma proprio nulla, del predestinato.

GIUSEPPE BELLINI/LAPRESSE 

Dopodiché, a carriera finita? Molti colleghi vanno in crisi ma lui no, ritorno alle origini, in tutti i sensi: Terni, una tabaccheria di proprietà (poi venduta), la famiglia, le ciriole con i funghi, una bottiglia di vino rosso in compagnia degli amici di sempre. O in piazza, a difendere i diritti degli operai delle acciaierie quando capita l’occasione, tipo nei momenti di rischio chiusura delle fabbriche: “Le acciaierie mi hanno dato da mangiare. Mio padre c’è morto, a forza di lavorarci. Si è preso un tumore con l’amianto, e non è stato il solo – così nell’ottobre del 2014 -. Questa è una situazione che va avanti da dieci anni. Le responsabilità dell’azienda e della politica sono molte, le dinamiche sono pure poco chiare. Ma alla fine a pagare ogni volta sono gli operai”.

Sempre in prima linea, con il calcio adesso da allenatore, sempre in Umbria, nelle serie inferiori: Trasimeno, Orvietana e Macchie, con cui vince un titolo di Seconda Categoria. “Mi piacerebbe essere felice”, la risposta, in una vecchia intervista, alla domanda “Cosa farai da grande?”. Niente di meglio di Terni, di casa sua, al Libero Liberati, dove quando segnava un gol correva verso la Curva Est e lì vedeva piangere gli amici, gli ex colleghi, persino i parenti. Tutti contenti per lui.

Alessandro Ruta

About Alessandro Ruta

Vive tra Milano e Bilbao, è nato nel 1982. Giornalista, lettore di qualsiasi cosa, una figlia, otto libri scritti, cinque lingue parlate

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