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Icons – Roberto Mancini

By 27 Novembre 2019

Nel nostro Paese si contano 12.471 persone che di cognome fanno Mancini, buona parte dei quali di nome fa anche Roberto. Il nostro è nato a Jesi (Ancona) il 27 novembre 1964 e non è un Roberto Mancini qualsiasi. Nascere a Jesi non è esattamente nascere e crescere a ridosso del Central Park di New York, eppure in quel luogo delle Marche tira un vento di sport che soffia forte.

A Jesi è nato Luca Marchegiani, tanto per dirne uno. Ci sono nate le principali protagoniste della scherma italiana Valentina Vezzali, Giovanna Trillini, Elisa Di Francisca. Ma se un ragazzo nato e cresciuto a Jesi percepisce di avere talento calcistico, è il caso che lo vada a esprimere altrove. Ed è proprio ciò che fa un ragazzino di 13 anni, tale Roberto Mancini, un Mancini come migliaia di altri, nella seconda metà degli anni 70.

Vujadin Boskov con Mancini e Vialli (ravezzani/LaPresse)

Al Bologna sono i primi a comprendere le potenzialità di un adolescente volenteroso quanto istintivo. Il ragazzo non ha soltanto talento, è deciso, va avanti dove altri si fermano. E non ha peli sulla lingua, motivo per cui può anche non risultare simpatico. È comunque il più bravo e non è un caso se dopo tre stagioni in Primavera, a 17 anni non ancora compiuti, l’ennesimo Mancini esordisce in serie A. È il 13 settembre 1981 e la partita è Bologna-Cagliari.

Il 4 ottobre, il ragazzino assaggia per la prima volta il sapore del gol: su gioca Como-Bologna ed è sua la rete del definitivo 2-2. Dal punto di vista tattico, è una seconda punta ma può svariare su tutto il fronte dell’attacco. Segna e fa segnare, perché i suoi assist sono spesso decisivi. Ha piedi d’oro e anche di testa raramente arriva per secondo, pur non essendo altissimo. Unisce estro e concretezza, giovane età e piglio da veterano.

C’è chi chiama carisma il coacervo di queste qualità, ma per uno di 17 anni è presto per scomodare parole grosse ed eventuali paragoni azzardati. Per il Bologna, la stagione 1981-82 è amara: retrocessione. Ma nello sfacelo complessivo una soddisfazione c’è. È nata una stella con un cognome qualsiasi e due piedi fuori dal comune. Nell’estate del 1982 Mancini diventa uno dei pezzi pregiatissimi sul mercato e sono in molti a ipotizzare follie pur di poterlo tesserare. Ci riesce il presidente della Sampdoria Mantovani. Nelle casse del Bologna entrano 4 miliardi di lire più il cartellino di 3 giocatori come conguaglio definitivo.

Nel 1982 la Samp è una squadra con la maglia più bella del mondo e il palmarès più povero della terra: non ha vinto nulla. Alla fine del decennio precedente Paolo Mantovani, imprenditore nel campo dei petroli, ha acquistato la società con l’intento di lanciarla ad alti livelli. Per arrivare all’obiettivo Mantovani punta su un giovanissimo. Il sodalizio fra i due rappresenterà l’incipit di un libro bianco ancora tutto da scrivere.

9 maggio 1990: Roberto Mancini tiene a distanza Stephen Kesh dell’Anderlecht durante la finale di Coppa delle Coppe (Ben Radford/Allsport).

Narra la leggenda che sulla scrivania di Mantovani la foto del Mancio si trovi accanto a quella dei figli. Ci vuole qualche anno per vedere i frutti, anche perché da solo il numero 10 non può bastare e intorno a lui va costruito un nucleo forte. Con Vialli si crea una coppia d’attacco favolosa, ma il tempo porta in blucerchiato giocatori come Mannini, Pari, Lombardo, Pagliuca, Vierchowod, Toninho Cerezo. Vanno e vengono, ma il leader è sempre lui, Bobby-gol, come lo chiamano i tifosi.

I trofei, anche a livello internazionale, pian piano arrivano. Quando Roberto Mancini mette piede a Genova, l’allenatore è Renzo Ulivieri. «Ecco l’uomo che farà i gol» dice in conferenza stampa al momento della presentazione dell’ultimo acquisto. «Grazie mister ma guardi che a Bologna io ho fatto la punta per una serie di circostanze. Il mio vero ruolo è centravanti arretrato» risponde gentile ma secco Mancini. «Certo che voi giovani avete sempre voglia di scherzare», taglia corto Ulivieri. Il tecnico (e non soltanto lui) avrà problemi ad accettare la realtà, Mantovani invece sarà il primo a vedere nel piglio da leader del ragazzo il punto di partenza verso la grandezza.

Si dice che il Mancio sia sempre stato dispotico, autoritario. Forse, ma diversamente da altre primedonne del nostro calcio, non ha mai avuto paura di confrontarsi con tutti, anche con personalità forti quanto la sua. E dal quel confronto tutti o quasi hanno tratto beneficio. Se Mantovani è il primo a guardare in prospettiva, Boskov è il secondo. Attraverso la leadership del 10 blucerchiato e una rosa che negli anni acquisisce spessore, la Sampdoria diventa una realtà con cui tutti dovranno fare i conti.

LaPresse.

In 15 anni Roberto Mancini vedrà soldi, gloria personale e trofei di squadra: 1 campionato, 1 Supercoppa italiana, 4 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe. Nel 1992 la Samp sfiorerà addirittura la vittoria nella Coppa dei Campioni contro il Barcellona. Nel 1993 muore Paolo Mantovani. Mancini decide di restare perché la formazione è ancora valida. Il numero 10 si confronterà con altri interpreti di livello come Verón, Mihajlovic, Gullit, Karembeu, Chiesa, Jugovic, Platt, Seedorf, Montella, ma rispetto al passato qualcosa manca. Nel 1997, superata la trentina, avviene la scelta radicale. La scelta si chiama Lazio.

Lì per lì i benpensanti si convincono che la scelta del Mancio sia quella dell’attempato che va a svernare nella Capitale con un supercontratto. Non si rendono conto che il numero 10 è il punto focale di un altro progetto vincente: quello della Lazio di Sergio Cragnotti. In tre anni la società biancoceleste porta nel proprio palmarès tesori inestimabili. È una squadra di altissimo livello, la Lazio guidata da Sven Goran Eriksson, ma il leader, il vero allenatore in campo è sempre Roberto Mancini. Gli altri, che non sono esattamente dei comprimari, trovano utile e quasi naturale eleggere lui come il leader della squadra. E lo fanno a ragion veduta.

Roberto Mancini

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Uno scudetto, 2 Coppe Italia, 1 Supercoppa italiana, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa europea. Nel 1997, “il vecchio” Roberto Mancini riceve un doppio premio: migliore italiano e migliore assoluto del campionato. Finisce con lo scudetto del 2000 la storia di un fuoriclasse che ha sempre vinto e che si è sempre imposto per un motivo molto semplice: non ha mai pensato né mai agito da mediocre, o da persona tesa ad accontentarsi. Mai da attaccante pronto a curare soltanto il proprio orticello di bomber o di autoreferenziale uomo assist. Nell’ultima stagione in campo fa 20 presente (che sono più o meno 20 cameo) e 0 gol, ma l’impronta vincente sullo scudetto biancoceleste è visibilmente la sua.

Ognuno ha un tasto dolente e quello di Mancini è la Nazionale, da giocatore. Nel calcio, di rado le persone troppo dirette hanno avuto fortuna con la maglia azzurra. Bobby-gol non è fortunato nel rapporto con i vari CT che incontra. Con Bearzot litiga e il tecnico friulano gli chiude porte e finestre. Con Azeglio Vicini non va molto meglio: a Italia ’90 è l’attaccante più in forma eppure non gioca mai. I senatori della Nazionale non lo dicono apertamente ma non gradiscono chi possa mettere in discussione le gerarchie consolidate.

Roberto Mancini

Claudio Villa /Allsport

E dire che a metà degli anni 80, sia pure da fuori quota, Roberto Mancini è il leader di quell’Under 21 che sarà la spina dorsale della nazionale maggiore del 1990. Zenga, De Napoli, Vialli, Giannini, gli altri. Nulla da fare: è come se l’ambiente lo respingesse tutte le volte. Ci prova anche Arrigo Sacchi e poi è il Mancio stesso a non accontentarsi più di spezzoni di partita, quando va bene. 4 gol in 36 partite è il ruolino di un giocatore normale. Nello specifico, di normale ci sarebbe ben poco. Questione di feeling.

Dopo lo scudetto con la Lazio, il Mancio inizia una carriera in panchina, fortunata quanto quella da giocatore. Una carriera che lo porta a imporsi in Italia e all’estero. Poi, dopo il fallimento di Gianpiero Ventura, viene chiamato alla guida della Nazionale italiana. Proprio lui, proprio quella Nazionale che da giocatore lo aveva quasi sempre tenuto al margine. Dovendo risollevare le sorti di una squadra reduce da un decennio di crisi a qualsiasi livello, il primo obiettivo il CT Mancini l’ha centrato.

Roberto Mancini

Nel 2001 Roberto Mancini proverà l’avventura in Premier League, con la maglia del Leicester. Durerà appena 4 partite(Ross Kinnaird/ALLSPORT)

L’Italia giocherà le proprie carte all’Europeo 2020. Qualificazione avvenuta per via di un girone facile? Squadra scadente e ancora da plasmare? Roberto Mancini si è calato alla perfezione nel nuovo ruolo e, una volta smessi i panni del leader rumoroso, sta lavorando in silenzio alla ricerca della coesione interna, da sempre il segreto vincente degli Azzurri. Sulla panchina non c’è più un ribelle alle gerarchie imposte ma un ex fuoriclasse che, come molte personalità forti, divide l’opinione pubblica. Ma anche i fuoriclasse, simpatici o no che siano, vanno sempre giudicati alla fine. Se possibile, in base ai risultati.

Diego Mariottini

About Diego Mariottini

Roma, 1966, giornalista. Autore di romanzi e saggi a carattere sportivo. Ha collaborato con Gazzetta dello Sport. Si occupa di comunicazione e mobilità sostenibile, anche a livello radiofonico

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