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Icons – Roy Keane

By 24 Aprile 2020 Aprile 25th, 2020

Il suo piede destro che si abbatte su un altro ginocchio, i tacchetti che premono forte contro la carne, il suo avversario che si solleva in aria e precipita con la faccia sul prato. Poi più niente. Solo silenzio. Silenzio sugli spalti. Silenzio in mezzo al campo. Silenzio che preme forte contro le orecchie e accelera i battiti del cuore. Roy Keane quel momento l’ha sognato a lungo. L’ha desiderato per quasi quattro anni. Giorno dopo giorno. Mese dopo mese. Estati che si avvicendano con gli inverni senza mai riuscire a seppellire quel pensiero. Un pensiero che è diventato come un tarlo. Un pensiero che ha il sapore amaro della vendetta.

Il giorno che quell’idea ha iniziato a germogliare nella testa del centrocampista irlandese era il 27 settembre del 1997. Leeds contro Manchester. United contro United. Due mondi che si fronteggiano in una partita che non è un semplice incontro di calcio. Una rivalità che va avanti da oltre mezzo secolo. Un odio ancestrale retaggio della Guerra delle Rose. Quel giorno i diavoli rossi stanno perdendo per uno a zero. Stanno perdendo per uno a zero a Elland Road.

Roy scatta nell’area del Leeds per recuperare un pallone dalle retrovie che ormai è diventato innocuo. Come era successo a decine di palloni fino a quel momento. Davanti a lui Alf-Inge Håland gli taglia la strada per far scorrere la sfera oltre la linea. È una questione di secondi. I due si toccano, Keane cade a terra immobile, si porta le mani sulla gamba. Il ginocchio che cede improvvisamente, il dolore che gli strozza un grido a metà della gola, le lacrime che inumidiscono i ciuffi d’erba dello stadio nemico.

Roy ci mette qualche secondo per capire quello che sta succedendo. Poi viene investito dalla paura. Paura di perdere tutto, che quel dannato legamento abbia fatto crac, che tutto quello che ha costruito fino a quel 27 settembre si sia sbriciolato in un minuto. Pochi metri più avanti Håland fa dietro front e si avvicina all’avversario.

Piano.
Un passo alla volta.
Come se non fosse successo niente.

Quando è a pochi centimetri dall’irlandese si china in avanti. Si china in avanti e comincia a urlare. Grida di rialzarsi e di finirla con quella sceneggiata. Faccia contro faccia. Fiato contro fiato. Occhi iniettati di rabbia che trafiggono occhi bagnati. Keane si rialza. Ma legato stretto a una barella. Scende solo una volta arrivato in ospedale. Lì un dottore avvolto in un camice bianco gli sputa in faccia la diagnosi: lesione del crociato anteriore. Una sentenza che significa sala operatoria e mesi di stop, solitudine e quintali di dubbi.

Una settimana dopo un bisturi gli apre la gamba mentre una serie di punti gli infiocchettano la ferita. Keane stringe i denti e ricomincia a sudare. Tapis roulant, bicicletta e tanta corsa. Un giorno dietro l’altro. Un mese dopo l’atro. Sotto il sole o sotto la pioggia battente di Manchester. Che i suoi compagni giochino in campionato o in coppa non fa distinzione. Keane abbassa la testa e lavora, abbassa la testa e lotta. Come ha fatto per tutta la sua vita.

Stavolta, però, il tempo gli sorride. Nelle stagioni successive Roy alza al cielo coppe e colleziona medaglie. Ma gli manca ancora qualcosa. Un qualcosa che nessuna coppa e nessuna medaglia potrà mai dargli. Keane ripete quella frase che gli aveva detto qualche anno prima Bryan Robson: “Il tempo ti darà una mano”. Aspetta il suo momento. Pazientemente. Un momento che arriva il 21 aprile del 2001.

All’Old Trafford va in scena il derby di Manchester. United contro City. Una città che si fronteggia in quello che non è solo un’incontro di pallone. Questioni di tradizioni, di pedigree, di supremazia cittadina. Ma anche questioni personali visto che ora fra i citizens gioca Håland. Lo United passa in vantaggio ma si fa riacciuffare dai modesti cugini. Due punti persi per strada, due punti che pesano come un macigno. Quando mancano pochi minuti alla fine Roy decide che ha aspettato abbastanza. Va via a un avversario sulla fascia destra, converge verso il centro, si allunga troppo il pallone. Pochi passi davanti a lui Håland recupera la sfera e spazza in avanti. A Keane basta un secondo. Alza il piede destro a martello e colpisce con tutta la forza che ha in corpo il ginocchio dell’avversario. Occhio per occhio. Dolore per dolore.

«Se Håland era nei miei pensieri? Certo. Insieme a Rob Lee, a David Batty, ad Alan Shearer, a Dennis Wise, a Patrick Vieira. Tutti questi giocatori erano nei miei pensieri. Se mi capita a tiro, lo faccio secco. Fa parte del gioco, e io ero un centrocampista, mica un terzino, che può passare un’intera carriera senza fare un solo tackle. O una di quelle mezzale furbette che non si fanno mai male. Io giocavo al centro del campo di battaglia». Roy Keane, Il secondo tempo.

 

Il norvegese vola per aria, la sua gamba destra va a impattare contro la sua gamba sinistra, la faccia sprofonda sul campo. Keane non aspetta neanche il fischio dell’arbitro. Si toglie la fascia da capitano e si mette in marcia verso gli spogliatoi. Guarda dritto davanti a sé, senza tradire alcuna emozione. Nessun segno di dispiacere, nessun sorriso compiaciuto, nessuna smorfia di preoccupazione. Solo lo sguardo impenetrabile di chi ha appena fatto quello che doveva.

Roy butta un piede dietro l’altro fino a quando non è a pochi centimetri dal norvegese. Si china in avanti, gli urla qualcosa.

Faccia contro faccia. Fiato contro fiato.

Occhi iniettati di rabbia che trafiggono occhi bagnati.

Di nuovo. Come se il tempo non fosse mai passato.

L’irlandese infila gli spogliatoi ma non cambierà nulla. Il City fa impantanare lo United in un pareggio che per gli ospiti vale quanto una vittoria. Håland si asciuga il viso e finisce la sua partita. Una partita che ricorderà per tutto il resto della vita. «Non posso ripetere quello che mi ha detto Roy – racconta dopo il fischio finale – posso solo dire che non sono state parole piacevoli. Dovevo aspettarmi qualcosa del genere: forse d’ora in poi ogni volta che mi capiterà di essere in campo con Keane farò una seconda assicurazione. Sono stato fortunato: se quando mi ha colpito avessi avuto la gamba per terra sarei ancora lì a cercare i pezzi. Poteva distruggermi».

Il giorno dopo giornali e tabloid fanno schiumano rabbia contro il capitano dei Red Devils. «Vergogna» titola The Observer. «Keane, il Maniaco» risponde il News of The Week. Roy sta zitto e tira dritto per la sua strada, resta in silenzio e accetta le quattro giornate di squalifica che gli vengono inflitte dalla Federazione. Non ci prova nemmeno a spiegare il suo gesto. Non ci prova neanche a far capire ai giornali che quello che non perdonerà mai a Håland non è stato il fallo di quattro anni prima ma quell’accusa oltraggiosa. Quell’accusa di simulare un infortunio e perdere tempo in mezzo all’area. Un’accusa che per uno come lui è un marchio d’infamia.

 

«Se Roy Keane pensava che qualcuno non stesse facendo il proprio dovere, lo affrontava immediatamente. Molti giocatori furono oggetto della sua collera, per questo motivo, e non ci fu modo di sfuggirgli. Non ho mai pensato che questo fosse un aspetto negativo del suo carattere; in tutta la mia carriera, le personalità forti hanno sempre aiutato a costruire la squadra». Alex Ferguson. 

 

Poi, dopo più di un anno, il centrocampista affida i pensieri alla sua biografia. «Erano quasi 180 minuti che aspettavo Alfie, tre anni se volete leggerla in un altro modo. Lo vedo recuperare palla vicino alla linea laterale. Mi prendeva in giro. Avevo atteso abbastanza. Lo colpii fottutamente duro. C’era anche la palla nei dintorni (almeno credo). Prendi questo, brutto bastardo. E non provare mai più a dirmi che faccio scena quando sono a terra e mi lamento per un fallo. Non aspettai nemmeno che arrivasse Mr. Elleray, l’arbitro, a mostrarmi il cartellino. Mi voltai e mi incamminai verso gli spogliatoi».

Nero su bianco. Parole dure come quel takle. Parole che ribadisce in un’intervista all’Observer del 1 settembre 2002. «Volevo far sapere ad Håland che non mi ero dimenticato  di lui. No, non mi pento di ciò che ho fatto. Anche negli spogliatoi al termine della gara non avevo alcun tipo di rimorso. Il mio pensiero era: ‘fottiti’. Aveva avuto ciò che si meritava. Se lo rifarei? Probabilmente sì».

La vendetta di Roy è servita. Anche perché Alf-Inghe non si è mai ripreso da quell’infortunio. Dopo il derby ha giocato solo tre partite. Senza riuscire a finirne una. Tre partite che sono state le ultime della sua vita. A 29 anni la sua carriera era già finita a causa di un’accusa che aveva infranto un codice, lo stesso codice d’onore che Roy Keane aveva imparato per le strade della sua Cork. Case comunali incastrate con altre case comunali in quella che un tempo era una palude, pesanti navi color metallo che gettano l’ancora sotto quell’oceano di colori che è il cielo d’Irlanda. Un’area di disoccupazione acuta, dove il lavoro a volte è un’utopia.

Suo padre Mossie (ex mezz’ala) aveva passato dieci anni alla ricerca di un impiego. Roy e i suoi fratelli hanno tirato avanti col sussidio statale. Un’infanzia con pochi spiccioli in tasca. Un’infanzia comunque felice perché arricchita dal football. A soli 14 anni Keane aveva preso carta e penna e cominciato a scrivere. Aveva mandato una sua scheda alle squadre inglesi per chiedere un provino. Aveva spedito all’intera Premier League ma non al Manchester United. Non si sentiva ancora all’altezza dei Diavoli Rossi. La sua statura era molto più minuta rispetto a quella dei suoi coetanei. I suoi piedi molto più sensibili rispetto a quelli degli altri ragazzi.

Dall’Inghilterra non era arrivata risposta. Per non pensare al tempo che pensava si era messo a tirare di boxe. Quattro incontri. Quattro KO. Quattro vittorie. Dall’Inghilterra continuava a non arrivare risposta. Roy aveva fatto spallucce e aveva iniziato a giocare con i semiprofessionisti del Cobh Ramblers. Gli erano bastati pochi minuti per far stropicciare gli occhi agli osservatori delle squadre di Sua Maestà. Il suo nome era finito sui taccuini degli uomini del Nottingham Forest. L’ultima parola era spettata all’allenatore. Non un allenatore qualsiasi, ma Brian Clough in persona.

 

«La parte più dura del corpo di Roy è la lingua. Ha la lingua più crudele che si possa immaginare. Potrebbe mettere in difficoltà il più sicuro degli individui con quella lingua. Ciò che notai, discutendo con lui un giorno, furono i suoi occhi, che cominciarono a farsi più piccoli, quasi fossero perline nere. Era inquietante. E io vengo da Glasgow». Alex Ferguson.

 

Il mister gli aveva dato il suo assenso e il 7 giugno del 1990 Keane poté indossare la maglia rosso Garibaldi. Clough utilizzerà bastone e carota. Aveva coccolato il suo centrocampista dal punto di vista tecnico ma contemporaneamente lo aveva caricato di responsabilità per forgiarne il carattere. Come se ce ne fosse bisogno. Alla fine lo aveva fatto esordire a 19 anni. A Liverpool. Un campo capace di mettere in soggezione i grandi campioni, figuriamoci un ragazzino. Roy però non aveva sentito la tensione. Aveva contrastato, lanciato le punte, tirato in porta.

Il ghiaccio ormai era rotto, non gli restava che dimostrare quello che tutti avevano appena capito. Quello che Brian sapeva già da diverso tempo. «Ricordo il giorno seguente al mio debutto. Clough mi ha convocato nel suo ufficio. Mi ha chiesto qual era il mio nome, poi mi ha dato le sue scarpe da lucidare. Stava chiaramente cercando di riportarmi con i piedi per terra. Un’altra volta ero a casa sua e lui mi ha dato un bicchiere di latte e mi ha detto: ‘Bevi, ragazzo’. Io ho risposto: ‘Ma non mi piace il latte’. E lui: ‘È meglio se lo bevi, sto per portare fuori le bottiglie’».

Clougie è duro ma leale. A Keane questa cosa piace. Da morire. Si mette al servizio del suo mister con una dedizione totale. Roy è l’ultimo al quale l’allenatore fa i complimenti, il primo al quale rivolge le critiche. Un metodo decisamente azzeccato per farlo crescere. Come calciatore e come individuo. Un metodo particolare che sconfina nell’affetto. «Ho colpito una sola volta Roy», racconterà Clough. Allora Keane aveva azzardato un retropassaggio che aveva mandato in gol il Crystal Palace. Un retropassaggio che aveva mandato in gol il Crystal Palace che non era piaciuto per niente al tecnico. Arrivati negli spogliatoi Clough aveva spiegato l’errore al suo giocatore. E lo aveva fatto a modo suo. «L’ho colpito. Ma lui si è rialzato. Quindi vuol dire che non devo avergli fatto troppo male».

L’irlandese aveva incassato ma senza rispondere. Era troppo grato al suo tecnico per mettere a repentaglio quel rapporto speciale. «Ho avuto uno o due incidenti sotto la sua guida – racconta Keane – come a Jersey, in tour, quando sono stato mandato a casa. Stavo bevendo con una giocatrice di hockey e sapevo che era sposata. Per farla breve c’è stata una discussione che è sfociata in un incidente. Io mi stavo solo difendendo, ma lui aveva già pronta la mia carta d’imbarco per farmi tornare a casa».

L’idillio dura poco. Nel 1993 il Nottingham Forest sprofonda in Championship portandosi dietro un pezzo di storia. Il talento di Keane è sprecato per una serie minore, così Alex Ferguson fa aprire il libretto degli assegni al Manchester United. Fanno dieci miliardi di lire, il trasferimento più costoso del calcio inglese. Ferguson sta attento a non farsi vedere sorridente e intanto si gode il suo nuovo centrocampista. Un piccolo fuoriclasse che si integra alla perfezione in una squadra capitanata dal genio di Eric Cantona. Comincia l’abbuffata di trofei: 7 campionati, 4 FA Cup, 4 Community Shield, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale. Tutti vinti da protagonista. Tranne uno. Tranne il più importante, quella maledetta Coppa dei Campioni del 1999.

In semifinale lo United pesca la Juventus di Ancelotti. All’Old Trafford finisce 1 a 1. Due settimane dopo, al Delle Alpi i bianconeri segnano due gol in appena 11 minuti. Lo United è già sul volo di ritorno. Poi un colpo di testa di Keane trasforma in gol un calcio d’angolo di David Beckham. Cole e Yorke completano il capolavoro. Il Manchester United vince per 2-3. Eppure nessuno ha voglia di festeggiare. Nel primo tempo Roy era entrato in scivolata su Zidane facendolo cadere a terra. Un affronto che l’arbitro aveva sanzionato con un cartellino giallo. Un’ammonizione che costringerà l’irlandese a starsene in disparte durante la finale di Barcellona contro il Bayern Monaco.

Un mese dopo, al Camp Nou, a Mario Basler bastano 5 minuti per portare in vantaggio i tedeschi. Lo United stenta a carburare e a pochi minuti dalla fine rischia il tracollo. Carsten Jancker, uno che non fa certo della classe la sua arma migliore, si esibisce in una rovesciata dentro l’area di rigore. Il gesto atletico è perfetto, la mira leggermente difettosa. Il pallone si stampa sulla traversa e torna in gioco. È in quel momento che il Manchester si ricorda del carattere del suo capitano. Al novantesimo Teddy Sheringham devia nella porta bavarese un tiraccio di Ryan Giggs. Al novantatreesimo Ole Gunnar Solskjær devia nella porta bavarese un colpo di testa corto di Teddy Sheringham. È il gol che fa piangere sia i tifosi dello United che quelli del Bayern.

 

«Quando Eric Cantona se ne andò sorse un dibattito su chi sarebbe diventato capitano al posto suo. Ero quasi certo che sarei stato io. Ma c’era anche il suo numero di maglia da riassegnare. Prima di Eric lo aveva indossato Bryan Robson e, prima ancora, Georgie Best. Il mister mi convocò nel suo ufficio e mi disse che lo voleva dare a me “No, grazie, non sono interessato” feci io. “Ma se non lo prendi tu me lo chiederà Becks, e io non voglio darglielo!». Roy Keane

 

Fasciato in un completo grigio, Keane abbraccia i compagni e riceve la medaglia della vittoria. Senza aver versato neanche una goccia di sudore, senza aver combattuto su ogni pallone, senza aver ringhiato contro le caviglie degli avversari. «Se ho un sogno? Vincere la Champions League: a Barcellona ero squalificato. Mi diedero la medaglia lo stesso, ma io la voglio dopo aver giocato e sputato anche il sangue per vincere. Sono fatto così. E so aspettare». Purtroppo sarà solo tempo sprecato. Il treno per il tetto d’Europa non passerà più. Ma Keane continuerà a lottare. Contro gli avversari, contro i suoi compagni di squadra, contro i tifosi. Contro tutti.

Il ragazzo di Cork distribuisce molto democraticamente i suoi insulti e le sue critiche, senza guardare in faccia a nessuno. «Se dovessi mettere in campo un Manchester United in scontri dove le squadre si fronteggiano uno contro uno – sostiene Ferguson – manderei in campo Roy e sono sicuro che vinceremmo qualunque competizione: calcio, ippica, canottaggio. Roy ha qualcosa di particolare». E nessuno si azzarda a dargli torto. «Non sono una fighetta – ammette l’irlandese – amo il calcio, è il mio lavoro, lo faccio come meglio posso. Anche con la giusta “cattiveria”. Ma fuori mi reputo educato e gentile».

Fuori dal campo, appunto. Perché mentre gioca ne ha per tutti. In una videocassetta del 2002 a lui dedicata, dal titolo “Come la vedo io”, Roy confessa esplicitamente che avrebbe voluto prendere a cazzotti un’icona del calcio britannico come Alan Shearer. E una volta ci è anche andato vicino. Durante la partita fra Manchester e Newcastle del 15 settembre del 2001 (finita 4-3 per i bianconeri), i due hanno dato vita a un faccia a faccia memorabile.

L’autogol di Wes Brown ha regalato al Newcastle quello che di li a poco diventerà il gol della vittoria. Così Shearer si allarga sulla fascia sinistra, vuole tenere il pallone, far passare qualche secondo. Solo che nel tentativo di controllare la palla se la trascina fuori. Roy Keane prova a battere subito la rimessa, ma il numero 9 avversario glielo impedisce. Keane allora decide di rinviare il pallone sulla testa di Shearer, che si volta subito e protesta con l’arbitro. Far arrabbiare l’irlandese è fin troppo facile, e Alan lo sa bene. Nella foga Keane finisce addosso all’arbitro che lo stava ammonendo, facendogli cadere per terra il cartellino. L’arbitro si china a raccoglierlo e come per magia, ecco che il cartellino si tinge di rosso. «Sono stato espulso, ma se proprio dovevo essere cacciato allora tanto valeva dargli un bel pugno».

Cosa che puntualmente ha cercato di fare. «Keane è impazzito. Sembrava che volesse strappare via la testa a Shearer – ricorda Craig Bellamy – Ci sono voluti circa cinque giocatori dello United per trattenerlo. Ho adorato Keane. Era uno dei migliori giocatori con cui abbia mai giocato. L’ho idolatrato, in realtà, ma non avrei voluto affrontarlo in quelle circostanze. L’ho visto aspettare Alan nel tunnel a fine partita e Alan non sembrava aver fretta di uscire dal campo!

Pochi mesi più tardi non è andata meglio al suo compagno di squadra Ruud van Nistelrooy. A La Coruña, dopo aver perso per 2 a 1 contro il Deportivo nel girone di Champions, Keane si è avvicinato all’olandese affrontandolo a muso duro. «Pezzo di merda, non ti sei impegnato abbastanza». Poi la rissa che Sir Alex faticò a sedare. A volte, però, a Keane bastava usare una parola per ottenere il risultato sperato. Come al termine di una partita fra Irlanda e Bulgaria all’Hart Lane di Dublino. Una partita finita in totale equilibrio. Un risultato che proprio non riuscì ad andare giù al capitano in maglia verde. «C’erano cinquantamila persone, faccio un gran gol e pareggiamo 1-1 – racconta l’attaccante bulgaro Bojinov – a fine partita mi sentivo un re, ero felice, inebriato. Sono andato da Keane e gli ho chiesto di scambiare la maglietta, mi ha guardato sprezzante e ha ringhiato: ‘Go away, kid. I never gave anybody my soccer t-shirt’. Vattene ragazzino, non ho mai regalato la maglietta a nessuno. Sono rimasto inebetito per qualche secondo, non volevo crederci. Si vede che devo ancora crescere, un giorno forse me la darà».

Sono anni particolarmente floridi per la vena polemica di Roy. Così il capitano tira le orecchie anche ai suoi tifosi, accusandoli di essere troppo impegnati a mangiare sandwich per sostenere a dovere la squadra. «In trasferta i nostri fan sono fantastici. Ma quando giochiamo in casa bevono pochi drink e probabilmente mangiano i panini con i gamberetti, così non riescono a capire quello che succede sul rettangolo di gioco». Ai sandwich e ai drink Roy preferisce l’atmosfera molto più informale dei pub. E oltre alle pinte di birra, a scorrere a fiumi sono i guai.

Nel maggio del 1999 il centrocampista festeggia l’ennesimo scudetto del suo United per dieci ore consecutive. Una lunga sessione di bevute dove Roy conosce due ragazze. Due ragazze che dopo qualche ora lo accuseranno di aver rovesciato una pinta di birra in testa a una e di aver dato un calcione sulla coscia all’altra. Una vera e propria manna per i tabloid che non vedono l’ora di sbattere il racconto in prima pagina. E lo fanno, nonostante alcuni testimoni si siano sgolati per far capire che, almeno in quell’occasione, la colpa non era dell’irlandese.

I baristi spiegano che Keane in realtà è una vittima e che sarebbe stato aggredito dalle due ragazze che gli chiedevano insistentemente da bere. Roy le avrebbe ignorate fino a quando una delle due non avrebbe pensato bene di lanciargli una coppa di champagne ferendolo sotto un occhio. Ma c’è di più. Secondo il Mirror le due donne avrebbero immediatamente composto il numero del Sun per dare la storia in pasto a qualche redattore e si sarebbero allontanate solo dopo aver posato per il fotografo del giornale. Un copione che si ripeté cinque anni più tardi, quando un ragazzino di soli sedici anni aveva accusato il capitano del Manchester di aver cercato di colpirlo con una bastone e con un pugno. Una storia che i giudici hanno considerato poco verosimile assolvendo il calciatore con formula piena.

Anche in nazionale imparano presto a fare i conti con il carattere indomabile del centrocampista. Il primo allenatore a farne le spese è Jack Charlton. Una leggenda vivente. Uno dei leoni inglesi che hanno ruggito nella Coppa del Mondo del 1966. Dopo un’amichevole contro gli Stati Uniti a Boston, nel 1991, l’allenatore concede una serata di svago ai suoi giocatori. Una goccia di divertimento dopo un mare di sudore. La partenza è fissata alle 7,30 della mattina successiva. Roy si presenta alle 8. Jack schiuma di rabbia e urla contro il suo giocatore: «Hai diciannove anni, sei alla prima trasferta internazionale. Hai idea di quanto ti abbiamo dovuto aspettare?». Il centrocampista non si scompone. Guarda dritto negli occhi il suo allenatore. «Non mi sembra di averti chiesto di aspettarmi, giusto?».

Niente in confronto a quello che è successo prima della Coppa del Mondo del 2002. La Federazione irlandese decide di trascorrere una settimana di ambientamento prima dei Mondiali asiatici a Saipan, un’isoletta delle Marianne settentrionali tra le Filippine e il Giappone. Un’isola piccola ma piena di storia. Un’isola che è stata il teatro dello scontro fra americani e giapponesi durante la seconda guerra mondiale. A Roy le diciassette ore di volo per raggiungere il ritiro non vanno proprio giù. Diciassette ore passate in seconda classe mentre i vertici della Federazione volavano in business. La visita al campo di allenamento non fa che gettare benzina sul fuoco sempre ardente della sua pazienza.

Keane è ingrugnito, scocciato, furibondo. Lui che prima di partire aveva confidato ad Alex Ferguson di voler vincere la Coppa si trova a fare i conti con una preparazione troppo blanda per i suoi gusti. Si rode il fegato. Poi confessa tutto a Tom Humphries, penna dell’Irish Times. «Il campo di allenamento sembra un parcheggio. È ridicolo, ma noi siamo l’Irlanda, siamo abituati a farci ridere dietro. L’albergo va bene per una vacanza, peccato che siamo qui per lavorare». Nel pomeriggio discute con Pat Bonner, il preparatore dei portieri, colpevole di aver esentato i tre estremi difensori dalla partitella. «Sono stanchi? E cosa siamo venuti qui a fare? Sono stanchi ma domani giocheranno sicuramente a golf, vero?». Roy sale in stanza, chiama la moglie e i quattro figli, poi va a parlare con l’allenatore, Mick McCarthy. «Torno a casa, ho chiuso con la nazionale. Ragioni personali».

Il ct prima prova a convincerlo, poi chiama Colin Healy, centrocampista del Celtic, dicendogli di partire per l’Asia. E di farlo subito. La Federcalcio irlandese spedisce un fax alla Fifa annunciando la sostituzione ma prova a ricucire lo strappo. Keane telefona ad Alex Ferguson, al suo procuratore, alla famiglia. Poi si convince. Se McCarty si decide a fare il primo passo allora è disposto a mettersi ancora al servizio della Nazione. Della sua Nazione. Il primo ministro irlandese si incarica di fare la mediazione. Tutto sembra ricomporsi. L’allenatore ingoia il rospo in nome della ragion di Stato. Telefona di nuovo a Healey. «Non ci servi più, ma vieni lo stesso, scusa tanto». La Federcalcio irlandese spedisce un nuovo fax alla Fifa. Abbiamo scherzato, si va avanti con Keane. Avanti con il nostro capitano.

Il giorno seguente la squadra è convocata per la consueta riunione tecnica. McCarty si siede, tira fuori un ritaglio di giornale. Un ritaglio di giornale sul quale sono riversate le parole di Keane. L’allenatore chiede spiegazioni al suo giocatore e passa al contrattacco. Mick colpisce duro Roy lì dove nessuno si sarebbe mai immaginato nemmeno di sfiorarlo: sul suo attaccamento alla maglia. McCarty lo accusa di aver simulato un infortunio alla gamba per saltare la gara di ritorno nello spareggio contro l’Iran. Un’accusa simile a quella che gli aveva lanciato Haaland qualche anno prima. Keane perde le staffe e rovescia contro l’allenatore dieci minuti di insulti. «Sei un bugiardo, un dannato bugiardo. Eri un giocatore mediocre, sei un tecnico mediocre, sei una persona mediocre. Puoi ficcarti la tua Coppa del Mondo su per il culo. L’unico motivo per cui ho a che fare con te è perché  in qualche modo alleni la nazionale del mio paese, e non sei neanche irlandese ma un bastardo inglese».

Roy apostrofa come vigliacchi alcuni suoi compagni che si erano schierati dalla parte del tecnico e viene cacciato dal ritiro. Non è più il capitano. Non è più l’uomo simbolo dell’Irlanda. Non è più l’uomo che custodisce in segreto il sogno di vincere la Coppa del Mondo. Alle 19,30 Mick McCarthy si presenta davanti alle telecamere e dà il grande annuncio. «So che questa è una delle notizie più grosse del Mondiale, ma non mi tiro indietro di un palmo». Accanto a lui c’è Steve Staunton. Uno dei più duri oppositori di Keane. Steve Staunton, il nuovo capitano della Nazionale irlandese. «Meglio andare al Mondiale con ventidue giocatori soltanto che con uno che mi manca di rispetto in quel modo» spiega l’allenatore. La squadra è con lui. La squadra è contro Roy Keane. «È stato lui che ci ha abbandonato a Saipan, non il contrario – racconta Niall Quinn – e, non tornando indietro, lui ha punito se stesso più che noi».

Sul pullman che li porta alla partita, i suoi ex compagni cantano tutti insieme “With or without you”. Con o senza di te. Un chiaro messaggio al loro capitano che ha deciso di ammutinarsi. E senza di lui l’Irlanda riesce a superare il girone. Un girone di ferro con Germania e Camerun (oltre all’Arabia Saudita). Keane torna a Cork e passeggia a lungo con il suo cane, Triggs. La nazionale non gli manca più. Ora la sua nazionale è il Manchester United. «Non lo lascerò mai: è il mio cuore». Un cuore che, però, all’improvviso smette di pompare sangue.

 

«Va bene, pensai, troverò un’altra sistemazione. Sapevo che appena si fosse diffusa la notizia ci sarebbero stati molti club interessati a me. “Okay” dissi ” avete ragione, siamo proprio al capolinea”. Micheal ancora non poteva crederci. Io pensai solo: Ho chiuso con questi stronzi. Poi mi alzai e me ne andai». Roy Keane sul suo addio al Manchester United.

 

Alle 17,30 del 1° novembre 2005 il canale televisivo dei Red Devils ha in palinsesto «Keane gioca a fare il commentatore», mezz’ora tutta sua dove il capitano si doveva levare qualche sassolino dalle scarpe. Un programma che non è mai andato in onda. Un programma che è stato cancellato per un ordine dall’alto. La dirigenza non ha gradito i liberi pensieri in cui l’irlandese si scagliava contro alcuni compagni colpevoli di non impegnarsi a sufficienza e ha bloccato lo show con il blackout della tv. La nuova proprietà americana non è così attaccata alle tradizioni come quella passata e dà il benservito a Keane.

 

«Tornai in macchina e me ne andai. Poco dopo accostai, mi guardai intorno e piansi per un paio di minuti. Riuscivo solo a dirmi: È finita, è finita». 

Dopo dodici lunghissimi anni si ammaina una delle ultime bandiere del calcio moderno. Roy non si sente finito. Alla sua porta c’è la fila. Una fila di squadre che vogliono fargli indossare la loro maglietta. Roy ascolta e valuta. Ascolta e non si pronuncia. Poi si accorda con il Celtic Glasgow. Roy si infila una casacca fatta di storia e di stoffa. Torna in campo per essere fondamentale. Come nel suo primo derby. Il derby del 12 febbraio del 2006. Un derby carico di tensione. All’inizio del secondo tempo il portiere dei cattolicissimi Celtic saluta la curva dei protestanti Rangers facendosi il segno della croce. L’Ibrox Park diventa una bolgia. Una bolgia dove nessuno vorrebbe mai entrare. Nessuno a parte Roy Keane. L’irlandese ruba palla, lancia le punte, tira. E ispira la vittoria biancoverde. Una vittoria che ipoteca il titolo. L’ennesimo trofeo che affolla la bacheca di Captain Psycho

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