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Icons – Rudi Voeller

By 11 Aprile 2021

La palla arriva dalle retrovie. Nonostante un campo, l’Olimpico, al limite della praticabilità, il filtrante sfila via facilmente. Complice anche il mancato intervento di un difensore in maglia gialla. Al numero nove di casa non sembra vero: il suo killer instinct si accende. Gli ricorda che è un rapace. Soprattutto che in area di rigore, il suo regno, lui è l’unico signore e padrone. In quei sedici metri, quel tedesco ricciolone può tutto: decidere il suo destino, quello della squadra e chiaramente anche le sorti degli avversari.

Il tempo di trovare la coordinazione e il sinistro, non il suo piede preferito, sembra sul punto di esprimersi in tutta la sua bellezza. Sembra. Perché davanti al centravanti giallorosso si materializza un muro danese, tra l’altro in serata di grazia. Il ragazzone vestito di blu si chiama Peter Schmeichel e, in futuro, se ne sentirà parlare a lungo. Tra un anno si laureerà campione d’Europa: protagonista di una delle imprese sportive più importanti di sempre. Poi avrà anche il tempo di incidere il suo nome a fuoco nella storia della Premier League. Più precisamente in quella del Manchester United.

La palla, intanto, dopo un lungo batti e ribatti, finisce in calcio d’angolo. L’attaccante si guarda intorno: manca poco meno di venti minuti alla fine della gara e la sua Roma è ad un solo gol da una storica finale di Coppa Uefa.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

L’Olimpico si contrae e si rilassa. Assomiglia ad un enorme cuore, capace di imitare il ritmo cardiaco dei gladiatori in campo. Rudi Voeller non può deluderlo. E così, mentre attende gli sviluppi del corner, e dopo aver alzato gli occhi al cielo e lanciato qualche maledizione, torna a concentrarsi su quello che sa fare meglio: gol.

Quella partita non può concludersi così. Non può terminare 1-1 con l’eliminazione della sua Roma. Non in quella stagione: la migliore della sua vita. Quella che si concluderà con l’unico trofeo giallorosso della carriera. Proprio no. E infatti, tra poco, ci sarà spazio solo per la gloria. Ma tutto questo Voeller, come la Alice di Francesco De Gregori, ancora non lo sa.

Le cinque sorelle
Dopo aver ospitato Italia ’90, uno dei Mondiali più belli della storia, il calcio italiano si prepara ad affrontare un nuovo campionato a diciotto squadre. Oltre al Napoli di Maradona, fresco del suo secondo Scudetto, le squadre che ai nastri di partenza sembrano le più accreditate per il tricolore sono la Juventus di Gigi Maifredi, che ha strappato Roberto Baggio alla Fiorentina, a suon di miliardi e polemiche, l’Inter di Giovanni Trapattoni e il Milan di Arrigo Sacchi.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico archivio.

Basteranno poche settimane, però, per capire che anche nel campionato 90-91, sarà ancora il vento del nord a farla da padrone. Il fatto è che non spirerà dall’entroterra ma dal mare. Protagonista Genova, in particolare la Samp dei gemelli del gol Vialli-Mancini. Per quanto anche il Genoa di Osvaldo Bagnoli sarà capace di issarsi al quarto posto: risultato storico.

C’è spazio anche per una modifica al regolamento: da questa stagione, il fallo da “ultimo uomo” sarà sanzionato con il cartellino rosso.

La Roma di Ottavio Bianchi
Per quanto riguarda i colori giallorossi, il torneo 1990-1991 sarà segnato da due eventi nefasti: la morte del presidente Dino Viola e quello che verrà ricordato come “lo scandalo Lipopil”. Il 19 gennaio, infatti, l’ingegnere, protagonista di mille battaglie alla guida della sua Roma, perde quella personale contro una malattia infame e silenziosa, lasciando la guida del club prima a sua moglie Flora e poi all’imprenditore Giuseppe Ciarrapico.

Qualche mese prima, però, Trigoria era stata scossa da un grande scalpore: la squalifica, per doping, del giovane portiere Angelo Peruzzi e dell’attaccante Andrea Carnevale. Uno dei quattro acquisti fortemente voluti dal tecnico Ottavio Bianchi insieme a Salsano, Carboni e Aldair. I due, nello specifico, vengono accusati di abuso di fentermina, un farmaco per il controllo del peso, e sospesi dall’attività sportiva per un anno.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico.

L’annata magica di Voeller
Fresco vincitore di Italia ’90, grazie alla vittoria in finale contro gli acerrimi rivali dell’Argentina, il tedesco volante si presenta al campionato nel pieno della sua maturità. Fisica e psicologica. Non è un caso che il primo gol della stagione porti la sua firma. E’ il 9 settembre 1990 e a farne le spese è la Fiorentina, regolata con un secco 4-0. L’1-0 lo sigla proprio Voeller, seguito da Fausto Salsano e Andrea Carnevale, autore di una doppietta.

Ma mentre all’Olimpico, la Roma sembra volare, è in trasferta che i ragazzi di Bianchi arrancano. Occorre aspettare, infatti, addirittura il 10 febbraio per registrare la prima vittoria esterna: 0-1 a Bari con sigillo dell’eterno Sebino Nela.

La Serie A, comunque, va stretta anche a Rudi: sono solo sei le reti nel girone di andata, delle quali nessuna lontano dalla Sud. L’1-1 segnato su calcio di rigore contro la Lazio, infatti, arriva sì in trasferta ma in un derby.

Fin da subito è piuttosto semplice notare come la squadra di Ottavio Bianchi non è collettivo che gradisca la luce. Le sue migliori prestazioni arrivano in abito da sera. La notte. Durante le Coppe.

 

Notti magiche
Il Benfica, il Valencia, Il Bordeaux, l’Anderlecht, il Brondby. L’Europa intera impiega poco a capire che in Coppa Uefa, uno degli avversari da evitare, è proprio la Roma. Voeller, dal canto, suo arranca solo nelle prime tre partite. Per poi trovare un ritmo pazzesco che lo porterà, al termine della competizione, a laurearsi capocannoniere con ben dieci reti in dodici gare giocate.

Tantissime, paragonate agli undici centri finali in campionato. A parte i portoghesi del Benfica, infatti, battuti 1-0 sia all’andata che al ritorno, con gol di Carnevale e Giannini, Rudi riesce a bucare tutte le difese avversarie. Un timbro al Valencia, addirittura quattro al Bordeaux, con la storica tripletta del 28 novembre 1990, quattro all’Anderlecht e uno ai danesi del Brondby. Quello che, in apertura di articolo, vi stavamo per raccontare.

In Coppa Italia le cose non vanno diversamente. Anzi, forse addirittura meglio. Tutte le squadre che, in campionato, hanno fatto man bassa di punti contro la Roma, infatti, sono costrette a farsi da parte e a lasciare spazio alla squadra di Bianchi che punta dritto alla finale. La prima vittima è il Foggia, poi toccherà a Genoa e addirittura alle corazzate Juventus e Milan. Superate entrambe a domicilio, dopo i pareggi interni dell’andata, 0-2 i bianconeri (Berthold e Rizzitelli) e 0-1 i rossoneri, piegati dall’autorete di Marco Van Basten.

Voeller è una furia: quattro i gol segnati, gli ultimi due nella finalissima contro la Samp, fresca Campione d’Italia, battuta 3-1 all’Olimpico e frenata sul pari (1-1) al Ferraris.

 

La festa per la settima coccarda tricolore della storia giallorossa può cominciare. Sotto le gradinate dell’impianto di Genova, la più felice sembra Flora Viola: con il trofeo stretto tra le mani, primo e unico della sua brevissima parabola presidenziale, corre verso i suoi tifosi, impazziti di gioia. Discorso identico per Rudi: quella Coppa Italia sarà l’unico premio da esporre nella bacheca della sua gloriosa carriera giallorossa.

Forse se ne sarebbe potuto aggiungere anche un altro. Se sulla sua strada europea, la Roma non avesse incontrato un Inter più fortunata che irresistibile. Alla fine trionferanno i nerazzurri: il 2-0 del Meazza, verrà solo scalfito dai capitolini. L’1-0 all’Olimpico con tanto di forcing finale non basterà. A ridere saranno i ragazzi di Trapattoni.

Mancano tre minuti alla fine del match. Contando il recupero, si potrebbe giocare fino al 97’, ma non di più. La porta del Broendby sembra schermata da un vetro impenetrabile e invisibile. Il risultato, fermo sull’1-1, frutto dei gol di Rizzitelli e dell’autorete di Nela, non accenna a cambiare. I danesi non escono dalla loro area di rigore: la regola delle reti segnate in trasferta assicura loro una finale tanto sognata, quanto incredibile. Dalle parti di Schmeichel non si passa. E quando non è il futuro portiere dello United a frapporsi alle conclusioni dei giallorossi, ci pensano i suoi compagni di squadra. Come quando un difensore in maglia gialla, evidentemente dotato di ali, riesce a compiere un doppio salto carpiato per intercettare un colpo di testa destinato in fondo al sacco.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Nessuno può fermare la Storia, però. Specie quando deve compiersi.

È il minuto 42. Stefano Pellegrini tenta l’ennesimo lancio disperato della sua serata. Quello precedente, toccato da Di Mauro, aveva messo in porta Rudi Voeller prima che Schmeichel gli negasse la gioia del gol. Stavolta andrà diversamente. La sciabolata del difensore giallorosso, infatti, finisce sulla testa dell’altro campione del mondo, Thomas Berthold, che con una torre inceppa la difesa del Broendby. La palla, ricacciata lontano alla bene e meglio, finisce sui piedi di Stefano Desideri che carica il suo ennesimo sinistro. La presa di Schmeichel non è salda come al solito. Gli occhi e soprattutto i piedi di Voeller, invece, sono più veloci della mente di tutti gli altri. Il tedesco, infatti, anticipando anche il suo compagno di squadra Rizzitelli, impegnato in una scivolata, calcia il pallone più forte che può. Il respiro dell’Olimpico si arresta per un istante, per poi esplodere in un urlo di liberazione tra i più forti sentiti in quello stadio.

 

 

E non importa se, poi, sarà l’Inter a vincere la finale e ad alzare il trofeo. Non importa se la bacheca romanista ancora manca di una coppa europea. Quello che conta è che Rudi, quella sera, è riuscito a stagliarsi tra le stelle più luminose del firmamento giallorosso. Domandatelo. Domandatelo ad un tifoso della Roma se ricorda quella storica cavalcata in Uefa. Tutti risponderanno di sì. Nessuno vi citerà l’atto conclusivo della competizione ma tutti rammenteranno quell’incredibile 24 aprile 1991. Il giorno in cui quello stampellone riccioluto conquistò il titolo di imperatore, senza nessuna vittoria definitiva.

Domandatelo.

Chiedete chi era Rudi Voller.

Il tedesco volante, vi risponderanno.

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