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Icons – Vitas Gerulaitis

By 18 Settembre 2019

Nessuno ha incarnato il tennis allegro degli anni Settanta meglio di Vytautas Kevin Gerulaitis, una anomalia fuori e dentro il campo, fuori per come esagerava, dentro per come riusciva ad essere pulito, il tutto era tenuto insieme dallo sperpero: con racchetta o senza. Alla fine è stato un tennista da un anno solo, ma tutti si ricordano quell’anno, potremmo dire che è George Best tennista.

Il suo anno fu il 1977, vinse cinque tornei, e tra questi il suo unico Slam, l’Australian Open in una edizione anomala, appunto, che oggi appare come un regalo alla sua biografia. Quell’anno si giocò due volte in Australia: a Gennaio e a Dicembre – nell’anticipo di un mese c’era la speranza di attirare un maggior numero di grandi tennisti –, l’Australian di gennaio lo vinse lo statunitense Roscoe Tanner sull’argentino Guillermo Vilas, e quello di dicembre vide Vitas battere John Lloyd.

Lui era sempre in movimento per questo ci andò – come a una mano di poker: più per non lasciare il tavolo che per prendersi il piatto – si muoveva con una nuvola bionda in testa che lo portava a sembrare un fumetto – uno dei personaggi di “Doonesbury”, la brillante strip di Garry Trudeau – un simpaticissimo perdente di lusso, con un magnifico tic, una ossessione che lo costringeva a cambiare grip nelle pause da cambio campo, giocava col nastro adesivo, ma è riduttivo dirlo così, era un rito stregonesco che affascinava: spellava la sua racchetta come se fosse un coniglio, con meticolosità, divenendo un incrocio tra un macellaio e un artigiano a bordo campo, cancellava le impugnature precedenti rimaste attaccate al nastro, e riavvolgeva il manico con un nuovo nastro adesivo, un lavoro di precisione, occhio, e velocità, quasi un’altra partita, ma con la sua protesi, con lo strumento del suo sport.

(Getty Images).

Cambiava e ricambiava, racchetta-denti-mani-vecchionastro-racchetta-mani-denti-nuovonastro, in una operazione circolare che lo portava ad uscire dal tempo – isolandosi – e poi a rientrarci, e che raccontava moltissimo di Vitas, mostrando la sua incongruità rispetto agli altri e l’aspetto avanguardistico del suo carattere, l’anticonformismo di quegli anni newyorkesi portato in campo, ma senza auto di lusso né ragazze, si palesava attraverso il nastro adesivo, era un gioco da bambino che colmava il vuoto che si creava tra i set; era Andy Warhol applicato ai campi da tennis: si portava dietro una lontananza che era solitudine interiore colmata nell’appariscenza, nell’esibizione virtuosa, entrambi dividevano un est Europa poi divenuto souvenir nostalgico nella loro anima americana.

I genitori di Vitas erano scappati dalla Lituania e avevano scelto New York, di fatto privando l’Unione Sovietica di un grande tennista. Mai la famiglia Gerulaitis rimosse il legame con le origini, Vitas e la sorella Ruta – anche lei tennista – furono iscritti alla scuola lituana di Brooklyn; il tennis era un rimando del padre che aveva giocato ed era stato eletto “miglior tennista del Baltico”, e quindi dopo un iniziale bagno delle origini si lasciò la tradizione lituana per sposare quella che portava lo stesso indirizzo degli Us Open: West Side Tennis Club di Forest Hills, e poi la Port Washington Tennis Academy.

Nato nel 1954, vinse il suo primo torneo a Vienna nel 1974, l’ultimo a Treviso nel 1984. Una parentesi di dieci anni, The Lithuanian Lion, che si aggirava tra i campi di tennis da New York a Parigi, da Londra a Treviso, era un felino dispari con un tempo tutto suo, un linguaggio singolare e una geometria sghemba. David Foster Wallace scrisse dello «strano movimento da sindrome di Tourette in cui Gerulaitis scuoteva la testa da destra a sinistra mentre faceva rimbalzare la palla prima del lancio, come se stesse avendo un piccolo attacco di epilessia», ma per una volta si sbagliava: non era epilessia, ma il groove della disco anni Settanta, quello che risuonava nelle notti allo Studio 54.

Una discoteca alla quale sono bastati solo nove anni di vita per entrare nella storia di New York, lo scopo di Ian Schrager e Steve Rubell – i due gestori – era di stupire ogni sera, un piccolo carnevale di Rio e insieme il set di un film da tutto in una notte, non mancava mai una pioggia di cocaina e nemmeno le pagine di giornale a raccontarlo, e dove Vitas arrivava in Rolls-Royce decappottabile (con targa VITAS) insieme a molte modelle.

Nel film di Janus Metz “Borg McEnroe” in una scena che poteva essere girata meglio, si vede Vitas (interpretato da Robert Emms) svelare i difetti di Borg all’amico McEnroe senza smettere di cercare le tette di due ragazze, in una ricerca di quell’equilibrio che poi gli faceva tenere insieme talento e passioni, grazie all’ironia e alla leggerezza – di testa e di corpo – utile allo Studio 54, meno sui campi da tennis, come ha scritto Adriano Panatta – che è stato suo amico –: «Per essere campione completo a Vitas mancò un pizzico di potenza e qualche centimetro. Aveva un gioco classico, lineare, d’attacco, fondato sulle gambe velocissime, sui fondamentali da manuale, ma era leggerino, non aveva il punch, soprattutto nel servizio. Così in campo il gaudente miliardario in Ferrari era costretto a trasformarsi in un grande faticatore, obbligato a dar prova di resistenza, e giocando contro i grandi del tempo, da Borg a McEnroe, da Connors a Lendl, spesso finì battuto d’un soffio per una questione, appunto, di centimetri; accadde per esempio nella semifinale di Wimbledon contro Borg (1977) e nella finale del Masters (1979) contro Lendl, in cui ebbe il match point prima di perdere al quinto».

Ma a differenza di McEnroe, Vitas, sapeva perdere e giocarci su, quando nel 1980 nella sua New York sul campo del Madison Square Garden, riuscì a battere Connors per la seconda volta – la prima era avvenuta da ragazzino e valeva solo per loro due – dopo aver accumulato 16 sconfitte di seguito, in conferenza stampa dichiarò: «Sia chiaro a tutti voi, che deve ancora nascere chi riuscirà a battere Vitas Gerulaitis diciassette volte di seguito». Ovazione e risate della sala stampa, che ignorava che quell’uomo esisteva ed era Borg, col quale Vitas si allenava. Per dire quanto gliene fottesse di vincere.

Si ritirò nell’85 e l’anno dopo chiuse lo Studio 54, si mise a fare il telecronista per la NBC, dove tutti erano innamorati di lui, compresa la compagna di telecronaca Mary Carillo che si portava dietro la cotta da anni: «Ai tempi della scuola di tennis noi ragazzine eravamo tutte innamorate di lui». Parlava veloce perché pensava veloce, e appariva orfano d’un tempo che stava cambiando, e ogni tanto doveva difendersi da notizie che lo vedevano in giri di droga, «Se avete ragione, fatemi sapere quando verranno ad arrestarmi», tanto che quando lo ritrovarono morto in un cottage a Southampton – il 17 settembre del 1994 – l’equazione fu facile, subito partirono le gazzette con la maledizione del tennista dannato, poi dall’autopsia si scoprì che l’aveva ucciso il monossido di carbonio, a causa del malfunzionamento dell’impianto di ventilazione.

Un banale incidente, l’evento più lontano dall’uomo degli eccessi. Un gas senza odore né sapore che uccide un ragazzo che mai era passato inosservato; il nulla, che sta nelle pause, nel grip senza mani, nel cambio tra un nastro adesivo e l’altro, l’attimo di silenzio che si infila nel gioco del bambino.

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